Provate a chiedere a Isaia Sales quale possa sia il fondamento più efficace per un Piano nazionale di resilienza post Covid. Non risponderà con le solite ricette: transizione energetica, rivoluzione verde, digitalizzazione e semplificazione burocratica. Tutti questi sono passaggi obbligati della ripresa. Ma per Sales la madre di tutte le riforme nel nostro Paese è e resta una raggiunta coesione territoriale che passi per la riduzione del divario interno. Nato a Pagani, laureato in Filosofia, saggista e politico, è uno dei più accreditati storici delle mafie (materia che insegna all’Università Suor Orsola Benincasa), le sue idee sulla “più grande riforma economica” che il nostro Paese attende tuttora, le ha espresse di recente in un articolo-saggio sul Domani, dove parte dalle condizioni che furono determinati per il miracolo economico italiano nel dopoguerra: l’aver inserito il Mezzogiorno come parte attiva nel processo della ricostruzione post bellica. “Tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Sessanta del Novecento – spiega – il Sud fu parte attiva della ricostruzione nazionale: senza gli investimenti nel Sud, senza il contributo della sua manodopera alla produzione dell’apparato industriale del Nord, l’Italia sarebbe rimasta una piccola nazione”. Il Sudonoline lo ha intervistato.

Professor Sales, lei ritiene che con le risorse del Recovery Fund dovremmo ripetere la straordinaria stagione che ci fece diventare nel giro di un decennio la sesta potenza economica mondiale, la seconda potenza industriale europea dopo la Germania?

Se non interveniamo sulle nostre fragilità strutturali, sarà molto arduo tornare ad essere una grande economia e una grande nazione.

La pandemia da Covid dovrebbe indurci finalmente ad affrontarle, altrimenti ben difficilmente verremo fuori dalla crisi economica più vasta e profonda dal Dopoguerra. Non crede?

La seconda guerra mondiale fu nel secolo precedente l’evento che “spostò più acqua” nella storia e provocò più spinta a risalire. Grazie ad accorte politiche di prestiti e di investimenti a fondo perduto, l’economia statunitense si mise al centro del mondo. I prestiti degli americani agli altri popoli furono un investimento su loro stessi, sulla loro economia e sulla loro idea di dominio del mondo.

Ripeto la domanda: l’Italia ha oggi un’opportunità analoga a quella che le si prospettò dopo la seconda guerra mondiale?

La partita in gioco è identica: tornare ad essere protagonista dell’economia mondiale e ripetere nei prossimi anni ciò che successe in quel periodo magico.Quando una nazione sconfitta dalla guerra si proiettò in pochi decenni tra le economie più sviluppate al mondo. Ce la facemmo perché, ripeto, provammo a curare tutte le nostre fragilità, a partire da quelle causate dalla storia precedente.

Ma nel corso del tempo ciò che ci ha reso una grande nazione a partire dal dopoguerra si è consumato, deteriorato, compromesso. Non è così?

In effetti si è consumata la coesione nazionale. Ed è singolare che a erodere il sentimento nazionale sia stata la forza politica oggi più nazionalista, cioè la Lega.

Tuttavia dal passato può venire qualche indicazione strategica per provare a risalire…

Facendo come nell’immediato dopoguerra. Vale a dire ricreare una grande tensione unitaria tra i partiti. Benché le divisioni ideologiche fossero molto più forti, si riuscì lo stesso a incanalarle verso obiettivi comuni di rinascita. E poi superare la frammentazione dei poteri come prezzo pagato agli egoismi territoriali. Insomma, superare lo storico divario economico tra le diverse parti dello stesso Paese.

Nell’ultimo trentennio, invece, è mancata una narrazione unitaria delle nostre prospettive. Come lei stesso dice: è mancato un pensiero lungo sulla nazione, ha prevalso qualche egoismo territoriale…

La domanda da porsi, in maniera assillante, è questa: può una nazione dirsi tale se un suo terzo è in condizioni radicalmente diverse da quelle degli atri due terzi?

Non lo può per ragioni morali, civili, di equità minima, insomma costituzionali. Giusto?

Ma principalmente per ragioni economiche: in una stessa nazione e in una economia interdipendente, l’arretratezza di una parte comporta una riduzione della ricchezza nazionale e riduce l’orizzonte dello sviluppo.

In definitiva il divario interno resta il fattore di fragilità nazionale più macroscopico?

Certo. Nondimeno, recuperare il Mezzogiorno resta il più grande bacino di opportunità della nostra economia. L’Italia da più di un trentennio sta conoscendo un lento declino e un appannamento delle ragioni che l’hanno resa negli anni cinquanta/settanta una delle “tigri” dell’economia europea.

Ma l’economia italiana era in declino già prima dell’attuale pandemia…

E lo era già prima della crisi del 2007/2008, perché si è permessa il lusso per troppi decenni di rinunciare alle potenzialità della sua parte arretrata, di ignorare un giacimento inesplorato della ricchezza comune, di non allargare il perimetro geografico delle sue politiche di sviluppo e della sua produzione industriale. La miopia delle classi dirigenti nazionali (in gran parte settentrionali negli ultimi decenni) è consistita essenzialmente nell’illusione e nella presunzione di poter fare a meno di un terzo della nazione.

Se invece quel territorio arretrato recuperasse la via della crescita, l’Italia tornerebbe secondo lei tra le nazioni leader affiancandosi a Germania e Francia come pilastro dell’economia europea?

La rassegnazione a vivere in una nazione dualistica è il dramma della nostra economia. Se in un insieme una parte consistente non cresce, è l’insieme a subirne le conseguenze, anche se una singola sua parte è cresciuta. In tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, come lo è una comune nazione, non si dà crescita dell’una senza la crescita delle altre.

Dunque occorre un nuovo sguardo strategico che includa il Sud come motore della crescita italiana?

Ripeto. La coesione dell’Italia è la nostra più grande riforma economica, il superamento del divario la nostra strategia più lungimirante. Come nel secondo dopoguerra.

a cura di Asco

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