Scenari politici. La Lega ora pensa di abbandonare i Cinquestelle

In fondo tutti la pensano come Zaia, secondo cui la Lega si trova davanti al pallone posizionato sul dischetto del rigore. In politica certi momenti rappresentano «una grande chance» o possono rivelarsi una «grande débâcle». Dipende dalle scelte. Ed è vero che toccherà a Salvini scegliere, ma i dirigenti del Carroccio martedì sera gli hanno detto di non aver paura a tirare il calcio di rigore. Se la Lega optasse per la prosecuzione dell’esperienza gialloverde, sarebbe bene calcolare fin da oggi l’incombenza della prossima, difficile legge di Stabilita, sapendo che «adesso siamo sulla cresta dell’onda», ma che «c’è il rischio di non portare a compimento i nostri obiettivi». E la politica non resterebbe ferma a guardare, «in politica i vuoti si riempiono». Il sottosegretario alla presidenza sa che le opposizioni stanno facendo il tifo perché l’esecutivo vada avanti. Il loro obiettivo è duplice: lasciare che le attuali forze di maggioranza — chiamate a fronteggiare la crisi economica — si logorino; e intanto lavorare alla riorganizzazione del sistema. «II sistema — secondo Giorgetti — ha bisogno di tempo». Se Salvini decidesse per il voto anticipato, prenderebbe tutti d’anticipo e tutti rimarrebbero incastrati negli schemi attuali. Altrimenti, dalla scomposizione del quadro politico «emergerebbe qualcosa di nuovo, qualcuno nuovo». Salvini comprende il ragionamento, ma invita a non fasciarsi la testa, ad aspettare il voto di maggio. Ha ben chiaro che la visione dei grillini è «diametralmente opposta alla nostra» su molti temi di governo, ma davanti al pallone non sembra propenso a calciare. Almeno così fa mostra di pensarla, anche quando Zaia gli ha ricordato — per esempio — gli impegni presi «con i cittadini che abbiamo chiamato a votare al referendum per le autonomie regionali»: «Se non realizzassimo quanto abbiamo promesso, la pagheremmo in termini di consensi». ll ragionamento del governatore veneto cozza con la contabilità del capo del Carroccio, preoccupato che la corsa ai voti del Nord possa compromettere la raccolta al Sud. Claudio Cerasa scrive oggi sul Foglio che la distanza politica tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini esiste su un numero significativo di dossier, e i due vicepremier convocati ieri mattina a Palazzo Chigi da Conte non perdono occasione di farlo notare ogni giorno a favore di telecamera. Ma il motivo per cui alla fine dei conti il leader del M5s e il leader della Lega continuano a intendersela alla grande è insieme la ragione della stabilità del governo e la ragione dell’instabilità dell’Italia: aver trasformato il cambiamento non in un miglioramento del presente ma in una demolizione di tutto quello fatto prima del loro arrivo. Se c’è un elemento che contraddistingue l’intesa perfetta raggiunta dai due vicepremier quell’elemento è legato alla consapevolezza di entrambi di aver costruito buona parte del proprio consenso sulla base di un principio truffaldino: per essere credibili, noi populisti, dobbiamo dimostrare di essere in grado di passare con una ruspa su tutto ciò che l’Italia ha fatto negli ultimi anni.

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