Giorgio Orsoni si è dimesso da sindaco di Venezia. All’indomani del patteggiamento (4 mesi di reclusione e una multa di 15 mila euro), il primo cittadino è costretto a dire addio all’incarico dopo il pressing del Pd. Ieri il primo cittadino aveva manifestato l’intenzione di non lasciare l’incarico ma dopo una giornata di contatti e telefonate sono il vicesegretario Debora Serracchiani e il segretario regionale del veneto, Roger De Menech a chiedere il pasos indietro: “Siamo umanamente dispiaciuti per la condizione in cui si trova Giorgio Orsoni, ma dopo quanto accaduto ieri, e a seguito di un approfondito confronto con i segretari cittadino, provinciale e regionale del Pd, abbiamo maturato la convinzione che non vi siano le condizioni perché prosegua nel suo mandato di sindaco di Venezia”, affermano i due in una nota.

L’invito è chiaro: “Riflettere sull’opportunità nell’interesse dei cittadini di Venezia e per la città stessa”. Un suggerimento che cela la possibilità, in caso contrario, di una sfiducia aperta al primo cittadino da parte della maggioranza che lo sostiene. Orsoni a quel punto capisce che non ci sono più margini e firma le dimissioni. Ma senza rinunciare a togliersi qualche sassolino dalla scarpa. E se ieri il sindaco aveva accusato il partito di atteggiamento “superficiale e farisaico”, oggi rincara: “Ci sono state reazioni opportunistiche e ipocrite anche da esponenti appartenenti alla maggioranza e della mia giunta che mi hanno convinto che non sussitono nemmeno le condizioni minime per l’approvazione di atti urgenti”. D’altronde nel pomeriggio proprio oggi il governo vara le nuove norme anticorruzione e sarebbe stato un danno d’immagine per il premier Matteo Renzi continuare ad avere un sindaco in quota Pd coinvolto nell’inchiesta sul Mose. Eppure appena ieri lo stesso Orsoni aveva definito “superficiale e farisaico” l’approccio avuto nei suoi confornti dal partito sulla vicenda