Sarri, De Magistris, De Laurentis e il pelonelluovismo dei napoletani senza comunità

“I peggiori nemici di Napoli? Non sono i seguaci di Salvini, Zaia e Maroni. Da quelli la coltellata te l’aspetti. La città deve stare in guardia soprattutto dai “polemizzatori interni”, quelli che tramutano le armi della critica in esercizio insidioso di rosicatura: sono i pelonelluovisti di Napoli, di cui sono vittime Sarri e De Magistris. E talvolta anche De Laurentis”. Parla Donna Marianna, pseudonimo dietro cui si nasconde… Chi? Lo scopriremo solo quando e se il Napoli vincerà il terzo scudetto.

Intanto registriamo che gli scrittori Carlo Celano e Giovanni Antonio Summonte affermano nel loro libri più famosi che la testa marmorea conservata in Palazzo San Giacomo è ciò che resta di una statua raffigurante la sirena Partenope, simbolo di Napoli. Secondo altri la scultura napoletana raffigurerebbe invece una divinità pagana, e cioè Afrodite, collocata come statua di culto all’interno di un tempio dell’antica Neapolis romana. Sia come sia, “a capa e Napule” sembra avere idee chiare sugli antichi vizi e recenti difetti dei napoletani senza spirito di comunità.

Donna Marianna, lei mischia sacro e profano, il calcio con la politica. Che cosa c’entrano Sarri e De Laurentis con De Magistris?

A Napoli il calcio, e non sono certo solo io a dirlo, non è uno sport. E’ un campo metaforico in servizio effettivo permanente, che riassume la vicenda urbana più e meglio della politica, oggi piuttosto screditata. Il calcio è forse l’unica manifestazione che induce la gente di Napoli a diventare popolo, almeno per due ore. Solo sugli spalti del San Paolo si ricuce la ferita e borghesi e lazzari, che rappresentano i volti non conciliati della storia partenopea, trovano una straordinaria dimensione unitiva. Soffrono, esultano, affermano a voce piena di “difendere la città” gomito a gomito. Intorno al tappeto verde di Fuorigrotta la distanza che oppone i quartieri l’uno all’altro, e dento i quartieri le strade e i condomini dove il piano nobile convive col basso, si riduce al grado zero.

Veniamo a Sarri, De Magistris, De Laurentis…

Sono molto differenti per carattere, inclinazioni, senso della misura e dell’ironia e per un mucchio di altre cose. Ma tutti e tre sono indubbiamente degli outsiders. Non si sa bene come siano arrivati dove sono arrivati, da quale mondo sono piovuti nel nostro come perfetti ET. Rivoluzionari anzitutto nell’immagine. Ed infatti una proporzione mette assieme la tuta di Sarri, la bandana di De Magistris, il cappotto da cacciatore di velluto a coste, e di colore indefinito, indossato a lungo da De Laurentis come indumento apotropaico.

Un parallelo tra De Magistris e De Laurentis, ci sta. Visto che tra l’altro l’Italia del pallone in tv li vede sempre uno accanto all’altro assisi. Ma Sarri?

Primo cittadino e patron del calcio sono accomunati da una carica narcisistica indubitabile, tipica di chi ha a che fare con la gestione del potere. Sarri ha meno potere, ma forse più carisma.

Che cosa li accomuna, a parte l’immagine?

Il successo degli outsider. Già è complicato ammettere che siano in gamba in quanto fuori dal coro. Outsider in effetti vuol dire “estraneo”, “profano”, “non favorito” ed anche “cane sciolto”. In sostanza si tratta di eccezioni alla regola, quindi non facilmente tollerati dal codice vigente. Sarri, De Magistris e De Laurentis, che non perde occasione a ribadire che rovescerebbe il sistema calcio come un calzino, stridono con gli ambienti in cui operano. Ma come dicevo, il tratto che più li unisce è il dolore di essere outsider di successo. A Napoli, da napoletani.

Si fa un po’ fatica a ritenere napoletano uno come Sarri, che inciampa trenta volte al minuto nella c aspirata e gli altri trenta impreca da cow boy della Maremma…

Tutta sovrastruttura. Prima d’essere toscano d’adozione, Sarri è napoletano di Bagnoli verace. Se sei nato flegreo, le tue prime notti osservate alla finestra sono state avvampate dalla luce ambrata della colata dell’Italsider, i primi bagni li hai fatti al Lido Sirena di Coroglio o al Tricarico, hai bevuto latte e acido solfidrico proveniente dalle zaffate della Solfatara, la terra ha fatto il saliscendi sotti i tuoi piedi più volte per effetto del bradisismo. Se hai vissuto ai primi passi tutto questo, sei napoletano per sempre.

Stessa fatica con De Laurentis che prende volentieri in prestito dal dialetto napoletano espressioni come “avere la cazzimma”, ma non può negare che la sua voce tradisce l’origine di romanaccio di Trastevere…

In una recente conferenza stampa il presidente ha chiarito quale sia il suo tributo a Napoli e alla napoletanità. E’ una empatia antica, acquisita in giovanissima età dai parenti, e in particolare dal nonno Dino. Ha ricordato quale decisivo impatto ebbe su di lui vedere, da una stanza del’Hotel Londra, lo spettacolo della città infiammata dai botti di Capodanno. Il suo è un amore acquisito, la passione di uno straniero, ma non meno verace di quella autoctona. Si sa che illustri stranieri, da Goethe e Schifano, sono diventati napoletani fin nel midollo.

Ma perché lei parla di dolore del successo raggiunto da napoletani in terra partenopea?

Una vera sventura per chi si trova nelle condizioni di doverla vivere. Nessuno più dei napoletani, infatti, è feroce verso il concittadino che si è “permesso” di mostrare più capacità, più iniziativa, più competenza di loro. Nessuno più dei napoletani è mal disposto a tollerare il successo di un partenopeo. E’ per questo motivo che i napoletani che raggiungono traguardi di notorietà in vita scelgono di lasciare la città e di trasferirsi lontano da Napoli. Lo fece Eduardo, lo fece Pino Daniele, lo ha fatto Renzo Arbore (che è un altro straniero napoletano), lo ha fatto Raffaele La Capria. E tutti gli altri. Poi, certo, si giustificano dicendo che a Roma o a Milano ci sono più teatri, più sale di registrazione, tutti i giornali, la Rai, Mediaset. Ma è una scusa.

Una scusa?

Sì una non verità con cui si maschera il disagio che vivrebbero a essere uomini di successo mal sopportati. Quando Napoli prende alla gola, e questo accade puntualmente a chi ha avuto fortuna, soffoca.

E Sarri sta vivendo questa esperienza?

Si, senza dubbio. Lo ha confermato quando ha dichiarato che un allenatore è come l’ospite, dopo un po’ puzza. A Napoli in realtà si comincia a puzzare molto presto, molto prima di altre piazze. Basta ascoltare la gran parte dei commenti post partita quando, nelle prime giornate della scorsa stagione, non trovava la quadra. E la stessa cosa è accaduta non solo quando il Napoli le ha prese, ma persino quando si è permesso di pareggiare. E non c’è scusante che possa reggere l’onda d’urto della polemica, spesso rancorosa in taluni, perché ogni motivazione, anche la più razionale, è considerata un alibi. I primi a erodere la pazienza di professionisti di valore, quando vengono a Napoli a dare il meglio di sé, sono i napoletani.

Dicono che Sarri non è un vincente, non fa per la piazza dove solo Maradona ha portato risultati.

Se consideriamo Maradona un fuoriclasse assoluto, un dio del pallone, un caso irripetibile nei prossimi cento anni, non possiamo portarlo a pietra di paragone. Sarri meriterebbe di essere considerato un vincente per le tantissime volte che la sua squadra ha conquistato i tre punti, stop. Senza considerare che ha portato a maturazione calciatori che erano considerati cotti, finiti o inadeguati nelle passate stagioni. Hamsik, Mertens, Insigne, Jorginho, Koulibaly. Devo fare altri nomi?

Veniamo a De Magistris…

Stesso principio malefico: non gli si perdona di avere avuto la capacità, contro tutti i partiti e tutti i media, di conquistare Palazzo San Giacomo e non mollare la presa al giro di boa della seconda consiliatura. Tutto il sistema mediatico gli è contro. Viene considerato un demagogo nella migliore, un ciarlatano venditore di fuffa nella peggiore delle ipotesi.

Quale sarebbe invece l’atteggiamento giusto a suo parere?

Non è richiesto il servo encomio, ma un approccio più equilibrato. Serve capire che sarebbe ora di finirla con la pessima consuetudine dei napoletani a farsi del male da soli. Prenda, come ultimo esempio, lo sportello istituito per raccogliere i casi di discredito e denigrazione nei riguardi di Napoli, da inviare, per l’eventuale querela, all’Avvocatura comunale. Tutta l’intellettualità piripacchia, quella coi quarti risalenti a Napoli nobilissima, ha schernito l’iniziativa. Tutta la cosiddetta classe dirigente colta, abituata a sanzionare i difetti di Napoli osservandola da lontano, e preferibilmente dagli spalti di Capri, tra un gelato all’ananasso sorbito in terrazza e un aperitivo in piazzetta. La genia del “pelonelluovismo” che non si sporca mai le mani nelle viscere dolenti della città, paga della polemica spocchiosa e spuntuta.

Cosa dovrebbe fare invece?

Gli esponenti di una classe dirigente degna del nome farebbero a gara per mettere assieme i prodromi di uno slancio di riscatto ovunque facciano il nido. Anche nelle parole del loro sindaco, provando a utilizzare l’energia di cui è capace per cementare il senso di comunità di cui Napoli ha sempre difettato. Senza temere di portare acqua a quel mulino, unirebbero la loro esperienza agli aspetti più vigorosi, sempre integri, di una voglia di Napoli e di una simpatia per la città che tutto il mondo continua a dimostrare, nonostante le storture e i difetti e gli errori che ancora compie. Questo non eccede nelle altre città…

In che senso? A quale città si riferisce?

A Milano, per esempio, il sindaco Sala non ha avuto alcuna esitazione ad appoggiare il referendum consultivo sull’autonomia fiscale della Lombardia anche se a promuoverlo è stato il leghista Maroni.

Scusi, però a Napoli però De Magistris non perde occasioni a polemizzare con il presidente della Regione…

Se è per questo il sindaco non perde occasione per polemizzare anche con il governo, soprattutto quando era guidato da Matteo Renzi. Ma in questo è stato più coerente e onesto di altri, i quali hanno atteso che cadesse da cavallo per dare la stura al codardo oltraggio.

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