DIVARIO NORD-SUD/CONTRO IL MEZZOGIORNO: non si governa e non si cresce – Intervista a Isaia Sales

DIVARIO NORD-SUD/CONTRO IL MEZZOGIORNO: non si governa e non si cresce – Intervista a Isaia Sales

“Abbiamo il dovere di studiare tutte le possibilità utili per finanziare grandi investimenti infrastrutturali nel Sud”. Le infrastrutture sono la cosa fondamentale per un paese geograficamente lungo. Reggio Calabria deve essere considerata come una qualsiasi città che si deve raggiungere in un tempo ragguardevole, come Milano o Venezia. Milano e Reggio Calabria sono i due estremi geografici di un paese lungo. Anche Milano se la guardiamo dal Sud è lontana ma la si può raggiungere in poco tempo, Reggio Calabria no”. Parla Isaia Sales, docente di Storia della criminalità e meridionalista. E, anche alla luce dei recenti risultati elettorali in Umbria, riprende la proposta lanciata dal segretario della Cgil Maurizio Landini in un convegno della Fisac che si è tenuto da non molto a Bari. “Le infrastrutture e gli investimenti per il Sud si possono finanziare con i soldi dei meridionali in mano alle banche – ha affermato il sindacalista – e una mossa del genere significherebbe superare qualsiasi discussione sull’autonomia differenziata”. Ne è convinto anche Sales, specialmente alla luce della necessità di imprimere un cambio di passo politico all’azione di governo. Con l’attuale esecutivo – si chiede Sales – possiamo considerare finita la lunga fase storica in cui il divario economico e civile tra Centro-Nord e Sud è stato retrocesso a problema di mentalità dei meridionali? Argomento che il professore ha trattato anzitutto sul Mattino, di cui è editorialista, ora al centro dell’intervista che segue. “Certo, ci sono stati negli ultimi anni ministri per il Mezzogiorno e la Coesione territoriale di notevole livello intellettuale, eppure le cose non sono sostanzialmente cambiate…”

Sembra una critica diretta a Claudio De Vincenti, che da poco ha messo in campo il suo progetto di nuovo meridionalismo con l’associazione Merita…

Non ne faccio una questione personale. Stimo De Vincenti. Guardando ad esempio al governo Conte 2, potrei dire alla guida del ministero per il Mezzogiorno c’è un giovane brillante, appassionato e competente…

Giuseppe Provenzano. E allora?

Non basta per immaginare che tutto si capovolgerà. Anche perché i danni fatti su questo fronte dall’epoca berlusconiana-leghista non sono recuperabili in poco tempo. Passano gli anni, cambiano i governi, ma il pregiudizio antropologicosui meridionali non cambia. Anzi, si consolida perché dagli anni Novanta in poi, con l’affermarsi della Lega, è diventato una opzione politica a pieno titolo.

A che cosa attribuisce questo fattore?

Deriva dal bisogno di trovare una facile spiegazione – una scorciatoia e anche una rassicurazione – su un tema assai complesso, anche per scaricare la colpa sul fatto che non si è risolto un problema razionalmente risolvibile.

Se non si è riusciti a ridurre il divario, è a causa dei difetti soggettivi della popolazione interessata, cioè dei meridionali. Non è così?

Beh, sembra piuttosto questa la spiegazione più diffusa. Se le cose vanno male è perché chi povero, o disoccupato, o emigra, è egli stesso causa dei suoi problemi.Si tratta di una straordinaria comodità per piegare la storia italiana ad un atto di accusa permanente contro il Sud e la sua popolazione.

Il pregiudizio consente anche di attribuire le cause della crisi italiana allo spreco di risorsepubbliche riservate al Sud. Edalla conseguente alta tassazione necessaria a garantire i cospicui trasferimenti dal Nord.

Beh, abbiamo la controprova. Nonostante siano state ridotte drasticamente le risorse trasferite all’economia meridionale, il Paese non si è ripreso ed il declino della nostra economia ha caratterizzato l’ultimo trentennio proprio in concomitanza con la drastica riduzione di investimenti pubblici e privati nei territori meridionali.

Per anni abbiamo sentito ripetere che il problema principale dell’Italia erano le classi dirigenti meridionali alla guida della nazione, come la vulgata leghista ha sostenuto insistentemente. Anzi ha ripreso a lamentarsene con l’arrivo di un meridionale come Conte alla guida dell’esecutivo. Cosa ne pensa?

Penso che la situazione non è cambiata dopo che per un ventennio alla guida dell’Italia ci sono state classi dirigenti espressione, quasi esclusiva, del Centro-Nord, sia nel centrodestra che nel centrosinistra. La crisi dell’economia italiana si è manifestata proprio nel pieno della trasformazione federalista.

Si era poi diffusa un’altra teoria. Diamo meno risorse al Sud, così da suscitareautomaticamente una reazione positiva nei suoi ceti dirigenti e nella popolazione. Non è così?

Certo. Come bastasse “affamare” un territorio per contribuire alla sua rinascita!

Cosa occorre invece, a suo parere?

Una rivoluzione copernicana. Un altro racconto sul Sud, un capovolgimento di prospettiva.

Vuol provare a spiegare?

Il Sud si trova nelle attuali condizioni perché è l’Italia intera che da tempo non sta bene.E l’Italia non starà meglio se il Sud permarrà in queste condizioni. Questa è la verità. Il Sud non è altra cosa dall’Italia.E quello che succede nei territori meridionali influenza la tenuta complessiva della nazione e incide sul suo benessere generale. Se non si intacca il suo dualismo interno, l’Italia è destinata a un lento declino. Anzi, in verità, il declino è cominciato quando l’Italia si è pensata e si è rappresentata solo in una sua parte.

Sembra sentire l’eco dell’apologo di Menenio Agrippa. L’Italia come un corpo umano in cui la crescita deriva dallo stato di salute delle sue membra.

Una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.

Se oggi l’Italia è quarta potenza economica dell’Europa (compresa l’Inghilterra) chiediamoci che posto occuperebbe se, invece di essere contrassegnata da una economia dimezzata, potesse contare su di una crescita in tutte le sue parti.

Quindi l’Italia è indietro rispetto ad altre nazioni perché sta rinunciando a un secondo motore della sua economia?

Con due motori accesi l’Italia andrebbe molto più veloce e si metterebbe dietro diverse nazioni che ora la precedono nel calcolo della ricchezza. Di un nuovo apologo c’è assoluto bisogno sull’Italia di oggi.

Intanto mentre si cerca l’apologo la terapia, l’ammalato rischia seriamente di morire. Mi riferisco all’ultima crisi aziendale, quella della Whirlpool, emblematica dello stato di salute di alcune aree del Mezzogiorno.

Non possiamo negare che in questa vicenda i ministri del lavoro e dello sviluppo economico, di ieri e di oggi, hanno utilizzato tutte le leve a loro disposizione e assecondato tutte le richieste ragionevoli avanzate dall’azienda.

E allora a chi vanno attribuite le responsabilità della chiusura?

Né a un governo indifferente alle sorti dell’azienda, né a un sindacato massimalista, né ai lavoratori fannulloni, né al fatto che il sito sia mal collegato ai mercati di sbocco. E nemmeno le condizioni sociali del territorio in cui opera l’azienda hanno inciso minimamente nelle decisioni della multinazionale.

La Whirlpool non può far ricorso a nessuno degli argomenti che di solito vengono usati per giustificare il perché non si investe al Sud o perché è meglio andarsene. Vuol dire questo?

La Whirlpool chiedeva “semplicemente” di ricevere sostegno dalle istituzioni nazionali e locali alla decisione di cedere l’azienda ad altri. Ma l’esperienza fatta nel Sud nei processi di deindustrializzazione ci dice che cedere un’azienda specializzata in un determinato settore ad altri gruppi che fanno tutt’altre attività è solo l’anticamera della chiusura definitiva.

Insomma, i nuovi acquirenti non comprano le potenzialità produttive, ma quelle speculative.

Quello della Whirlpool è un caso tipico in cui la logica aziendale è separata nettamente dalla logica collettiva. Perdere il lavoro, chiudere un’azienda, è cosa durissima da accettare in ogni parte d’Italia e del mondo, ma in una realtà come quella di Napoli è ancora più distruttiva. Napoli è una città oggi in crisi, ma se la si mette in ginocchio è probabile che a rialzarla ci penserà ancora di più l’economia criminale.

Il suo giudizio da esperto di fenomenologia criminale qual è?

La devastazione sociale rende ancor più incidente la crisi economica. Se non funziona l’economia legale, il vuoto sarà riempito dell’economia illegale. Sta di fatto che la camorra moderna nasce nella metà degli anni settanta del Novecento proprio a cavallo della crisi industriale di Napoli e della sua area metropolitana.

Quindi la presenza di presidi produttivi (o la loro assenza) ha incidenza forte sulla questione sociale?

A Napoli, come nel resto del Sud.

Può sembrare un rapporto troppo meccanicistico e semplicistico tra queste due fenomeni…

Ma ignorarlo è sintomo di superficialità e di cinismo. Ecco perché la lotta alla deindustrializzazione è altrettanto prioritaria che provare ad allargare l’industrializzazione nei territori meridionali.

Claudio D’Aquino

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