Antonio Troise

Un #cambioverso, così netto, è paradossalmente proprio nel suo stile. Nella partita sul referendum costituzionale, Matteo Renzi, non solo ci aveva messo la faccia, ma anche il suo destino di premiere e di uomo politico. Nella campagna elettorale dall’esito più incerto degli ultimi vent’anni, invece, l’ex rottamatore ha cambiato completamente tattica. Stop ai personalismi. Basta con i proclami del tipo: “Se perdo vado a casa e mi ritiro della politica”. No, questa volta la strategia è diametralmente opposta. Nessuna sfida aperta agli elettori ma, in compenso, un messaggio molto preciso ai tanti, soprattutto all’interno del suo partito, che lo aspettano al varco, pronti a lanciare l’offensiva finale in caso di sconfitta.

Un attacco che Renzi, nel frattempo, respinge al mittente facendo sapere che in nessun caso lascerà la poltrona di segretario. Anche se il partito dovesse scendere sotto la soglia minima del 23%, la quota lasciata in eredità dall’ex segretario, Pier Luigi Bersani, costretto proprio dall’ex premier a fare le valige e fondare un nuovo partito.

Sarà veramente così? Renzi resterà al suo posto in ogni caso? E’ prematuro, naturalmente, fare previsioni. L’ex sindaco di Firenze è un leader impulsivo, sanguigno, energico. Lontano dai vecchi riti dei segretari della Prima Repubblica, pronti a incassare qualsiasi risultato, negando perfino l’evidenza delle sconfitte. Ma, al di là delle parole pre-elettorali, alcune cose sembrano ormai certe. L’ex rottamatore sa bene che non potrà tornare a sedersi sulla poltrona di Presidente del Consiglio. E questo anche nel caso in cui il Pd dovesse risultare, miracolosamente, il primo partito di un sempre più probabile governo delle larghe intese.

Questo non significa, tuttavia, che Renzi non possa giocare su altri due tavoli non meno impegnativi. Prima di tutto quello del prossimo esecutivo, magari con un impegno diretto in un dicastero chiave, dal quale continuare a far sentire la sua voce.

Il fronte più impegnativo sarà, però, quello interno, La sua poltrona di segretario potrebbe essere messa seriamente a rischio dall’esito del voto. Ma Renzi si è ormai convinto che la minoranza interna non rappresenterà mai un pericolo insormontabile. Anche perché, nel frattempo, i suoi nemici più forti e agguerriti, da Bersani a D’Alema, si sono auto-esclusi imboccando la strada della diaspora. Un errore che potrebbero pagare assai caro.

Non basta. Le ultime scelte politiche di Renzi, a cominciare dalle liste dei candidati, hanno di fatto creato un partito sempre più a immagine e somiglianza del suo leader. Anche per questo, forse, l’ex premier si può permettere oggi di non mettere la sua faccia e il suo destino nelle mani degli elettori. Sapendo fin da ora che difficilmente il Pd potrà fare a meno del suo ormai ex rottamatore.