di Massimo Calise

 

Il prossimo 22 ottobre in Lombardia e Veneto si voterà ai referendum sulla autonomia regionale. Si tratta di referendum consultivi con il quale gli elettori delle due regioni dovranno dire se desiderano o no maggiore autonomia. L’esito del SI sembra scontato come pure il fatto che, qualunque sia il risultato, non vi saranno immediate conseguenze pratiche; al punto che non sono mancati osservatori che l’hanno giudicata una prova inutile e costosa. Tuttavia è evidente che l’esito avrà un chiaro significato politico; infatti, nel caso di vittoria del SI, gli amministratori regionali e la Lega Nord che lo hanno promosso potranno far pesare politicamente il risultato.

Questi referendum sono un’ulteriore testimonianza delle spinte centrifughe che sono in atto, non solo in Italia. Esse sono, perlopiù, motivate con argomenti di natura economica e fiscale che, a mala pena, celano la volontà di voler ignorare il principio di solidarietà fra territori appartenenti allo stesso Stato.

In Italia c’è chi sostiene che questa pulsione a dividersi sia frutto della cattiva politica. Infatti è opinione diffusa che la nostra classe politica sia mediocre e, ma ciò non sia sventolato come alibi; occorre prendere atto che essa è anche il frutto di una cittadinanza poco attiva. Le generalizzazioni non aiutano, la banale constatazione che in Italia, nel medesimo Stato, vi siano Regioni e Comuni con “performance” differenti, dovrebbe indurci a qualche riflessione.

La prima è che la mala politica non è diffusa uniformemente sul territorio nazionale, quindi vi sono politici, amministratori e, aggiungo, cittadini ben attenti al bene comune. È una banalità ma, in tal senso, non sempre le differenze territoriali sono valutate.

L’altra considerazione: dovremmo chiederci se certe vistose differenze siano, ancor oggi, giustificabili con motivazioni storiche, geografiche, metafisiche, … .

In Campania i referendum di Lombardia e Veneto sono, da molti, vissuti come uno sgarbo tale da indurci ad una reazione. Quale? Ma naturalmente invocare un referendum per l’autonomia della Campania o, giacché ci siamo, di una bella porzione di Sud. Tale è il senso della proposta, invero un po’ fumosa, avanzata dall’onorevole Stefano Caldoro (Il Corriere del Mezzogiorno del 22 settembre 2017 a firma di Angelo Agrippa). Nessuna analisi seria, razionale, nessuna autocritica. Allora diamo noi un po’ di numeri (dati Istat 2015, arrotondati):

  • Pil pro capite: fatto valere 100 quello dell’Italia, la Lombardia vale 132, il Veneto 113, la Campania solo 63;
  • Esportazioni: le regioni del meridione continentale contribuiscono alle esportazioni italiane con il 7,0%, la sola Lombardia con il 26,9%;
  • Mobilità ospedaliera dei residenti: su 100 ricoveri quelli fuori Regione sono 4 in Lombardia, 6 in Veneto e 9 in Campania;
  • Lettori, persone che hanno letto almeno un libro negli ultimi 12 mesi: 50 in Lombardia, 49 in Veneto e 27 in Campania.

Sono dati volutamente di natura diversa, tanti altri se ne potrebbero aggiungere, che molto dicono sulla situazione meridionale ma che nulla tolgono al giudizio negativo sui referendum. Tuttavia i cittadini lombardi e veneti possono affermare di avere dirigenti politici che i conti, in modo limitato e ragionieristico, li fanno; i nostri nemmeno quello, si appellano esclusivamente alla pancia.

In un saggio (“Perché le nazioni falliscono” di Acemoglu e Robinson) gli autori spiegano lo sviluppo differente di comunità che vivono in condizioni simili con la diversa gestione delle istituzioni che classificano come inclusive o estrattive. Le prime consentono ad ampie fasce di popolazione di accedere alla ricchezza e al potere mentre le seconde servono a élites ristrette per accaparrarsele. Sembra che la nostra Regione i nostri Comuni appartengano alla categoria delle istituzioni estrattive, altrimenti in tanti anni il divario nord-sud si sarebbe molto ridotto.

Allo stesso modo si può spiegare, per esempio, la resistenza dei Comuni campani a fondersi (Montoro (AV) unica eccezione). La Fusione dei Comuni è incentivata, oltre che dallo Stato, da numerose Regioni ed è attuata da numerosi Comuni; il tutto, manco a dirlo nel centro-nord del Paese. Quindi. anche ammettendo come necessaria una maggiore autonomia regionale, come reclamarla nella quasi assenza di politici locali capaci di essere vera classe dirigente.

Allora i politici meridionali non diano i numeri! I referendum di Lombardia e Veneto dovrebbero essere l’occasione tardiva ma benvenuta per ripartire seriamente in Campania e in tutto il sud senza indugiare in inutili recriminazioni, senza voler scimmiottare nessuno. Si pensi innanzitutto alle opportunità tralasciate, ai fondi sprecati; per cercare di evitare il ripetersi di tanti errori ma anche di tanti sprechi e ruberie, Senza una severa autocritica, senza un corale impegno, senza la capacità di unire, come cittadini, le nostre forze continueremo ad alimentare politici mediocri e daremo spazio ed argomenti alle forze disgregatrici.