Psicologia e vita quotidiana / Attenti al passaggio di fase

Antonio Pitoni

Ogni passaggio di fase è una crescita, uno sviluppo e un cambiamento, dove  si lasciano cose e se ne acquisiscono altre,  ci si distacca da schemi e da abitudini e se ne conquistano altri.

I King (leggi cing o ching) ), antichissimo libro cinese, dove affondano le radici sia il Confucianesimo che il Taosimo, è chiamato anche Libro dei Mutamenti. E’ un libro oracolare, di divinazione, ed è anche un libro di saggezza. In entrambi i casi, è centrale l’idea del mutamento, ed in particolare il libro  porta l’attenzione sui fenomeni nel loro momento di transizione, istruendo sul fatto che finché le cose stanno ancora divenendo, si possono guidare, e suggerisce cosa è propizio fare (e cosa non fare) in maniera consona al tempo.

Il passaggio dalla Fase 1 alla Fase 2 dell’emergenza Covid, è un’opportunità che tutti (singoli individui, coppie, famiglie, gruppi sociali, ecc.) possono utilizzare per individuare il proprio elemento critico di passaggio,  e per fare la cosa migliore.

Vorrei soffermarmi  qui  su un aspetto che l’esperienza del distanziamento sociale  mi ha dato la possibilità di osservare: un piccolo dettaglio su cui però si può provare a rifondare il rapporto con gli altri, con il prossimo. In alcuni momenti mi è sembrato che si potesse schiudere un diverso modo nell’incontrarci, nel conoscerci, prendendo atto del senso di responsabilità individuale che è stato messo a favore del benessere collettivo.

In questo periodo di distanziamento sociale, si è slatentizzata una lieve forma di fobia sociale, dove l’altro, chiunque altro, e non solo lo straniero,  può essere percepito, come una potenziale minaccia. Paradossalmente però, questa che è nuova/arcaica forma di vigilanza, al contempo  riattiva più funzionali processi di avvicinamento e conoscenza. Negli ultimi tempi (decenni) ci siamo troppo abituati all’idea che l’incontro con l’altro è immediato e totale, scontato e non progressivo: mentre prima l’istinto ci portava a “travolgere” l’altro, e la conoscenza e l’incontro erano pressoché istantanei e senza troppi confini, oggi, in procinto di uscire dal confinamento, quando camminando, o in ufficio o in altri luoghi, incroci o ti avvicini ad un altro, tendi istintivamente ad evitare, a percepirne il potenziale pericolo, e a chiederti se vi sia una minaccia.  Questo è il primo segnale interno che senti, salvo poi immediatamente passare a “visionare” l’altro, cercare di capire, vedendolo, se effettivamente vi siano elementi o segni di minaccia e di pericolo, e contemporaneamente quindi a prendere in considerazione anche la possibilità di un contatto, di un segnale di avvicinamento, in sicurezza e con tutte le cautele che reciprocamente ci si comincia a comunicare e a scambiare. Cominciano così a transitare tra l’uno e l’atro impercettibili segnali di possibile accesso, implicite e ponderate richieste di entrata, ed implicite e ponderate risposte di permesso, di semaforo verde. O rosso. Senza giudizio e senza prendersela: se è verde è verde e se è rosso è rosso. Col verde si passa, si procede oltre, e si può costruire l’incontro; col rosso ci si ferma, non si va avanti. Semplice e lineare, senza sovrastrutture di vissuti di accettazione, di conferma, di gratificazione, di conquista, ecc.ecc.  Se è verde si va avanti e c’è la possibilità di un contatto, un incontro. Se è rosso, no. Si va oltre. I segnali di accesso o di preclusione, istintivi e primari, prevalgono sui bisogni di conferma e accettazione, e sui primi si basa l’incontro e la relazione.  Il narcisismo dell’ultimo periodo (decenni), ci ha abituato a considerarci invincibili e invulnerabili, nelle relazioni. Oggi forse è utile chiederci se quell’incontro ci può far bene o ci può essere nocivo; è utile imparare a riconoscere ed accettare i segnali di bontà o di pericolo, e mantenere un confine, un riguardo per se stessi, e non solo per il Covid che l’altro può trasmetterci. Non siamo invincibili e non siamo invulnerabili.  Ci siamo abituati a considerare lo slancio verso l’altro come espressione di bontà, di affetto e di bene, e releghiamo sullo sfondo, ignorandola, la domanda se per qualche motivo possiamo nuocere all’altro. Oggi sembra che prima di ogni slancio possa prevalere la domanda può nuocermi/posso nuocergli? Anteponendolo alla presunzione della attestazione di affetto e di bene. Ma non può essere forse questo un nuovo e più responsabile modo di voler bene? Chiederci se facciamo bene o facciamo male a chi ci sta di fronte! Covid a parte, Ogni malattia è sempre anche una metafora.

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