La prostituzione? E’ solo business: la copertina choc dell’Economist

La copertina del settimanale britannico Economist in edicola da domani 9 agosto è dedicata al tema della prostituzione e delle cosiddette “sex workers”. Si vede una donna vestita di rosso camminare di spalle lasciandosi dietro una catena spezzata. L’inchiesta – che include tra l’altro una dettagliata e interessante analisi della pornografia su internet – è accompagnata da un editoriale intitolato: “Una scelta personale”.

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Prostituzione come scelta
Il divieto di prostituzione, o la creazione di luoghi chiusi in cui la prostituzione è tollerata, sostienel’Economist, si basa principalmente sul cosiddetto “Not In My Back Yard” (NIMBY), ossia su quell’atteggiamento che porta a riconoscere la legittimità di una cosa (una qualsiasi cosa) ma anche a non volerla “nel proprio cortile” o davanti ai propri occhi. Tutto questo si lega a due approcci: da un parte all’atteggiamento «puritano» che considera le donne venditrici di sesso delle peccatrici, e dall’altra a quello dei «benefattori» che le considera semplicemente delle vittime (non come “prostitute” ma come “donne-che-si-prostituiscono”):

«La realtà è più sfumata. Alcune prostitute effettivamente sono vittime del traffico sessuale, dello sfruttamento o della violenza; i loro aguzzini dovrebbero finire in galera per i loro crimini. Ma per molti, sia uomini che donne, il “sex work” è proprio questo: un lavoro».

La posizione – poco plausibile, secondo l’Economist – che “tutte le prostitute sono vittime” è inoltre sempre più difficile da sostenere, dato che gran parte della compravendita sessuale (almeno in una certa parte di mondo) avviene online. Il fatto che molte prostitute abbiano dei siti web personali significa che queste donne possono e scelgono di commercializzare loro stesse. Questo cambiamento nella compravendita di sesso «fa apparire sempre più» l’offerta e l’acquisto di prestazioni sessuali come «un normale settore di servizi».

Dall’analisi di un grande portale internazionale che ospita 190 mila profili di prostitute, risulta che queste donne si comportano esattamente come le altre lavoratrici autonome in altri mercati del lavoro. Organizzano viaggi, effettuano prenotazioni on-line, hanno un tariffario, decidono i servizi che intendono offrire e specificano i servizi in cui sono specializzate. Stanno nascendo inoltre siti che prevedono un sempre maggior controllo delle rispettive identità e del rispettivo stato di salute. I «moralisti si lamenteranno» dello spostamento del mercato su Internet, dice il settimanale, «perché penseranno che il mercato del sesso aumenterà»: è infatti più facile il contatto tra acquirenti e venditori, più sicuro e, soprattutto, più discreto. «Ma tutti gli altri dovrebbero gioirne» un po’ per gli stessi motivi: «Il web renderà la prostituzione più sicura di quanto qualsiasi legge abbia mai fatto».

Il “modello svedese”
Semplificando si può affermare che i modelli per trattare la prostituzione, dal punto di vista legale, sono tre:

– quello proibizionista, che consiste nel vietare la prostituzione e nel punire la prostituta;
– quello abolizionista, che vuole scoraggiare la prostituzione non vietandola o regolamentandola, ma punendo tutta una serie di condotte collaterali (come favoreggiamento, induzione, sfruttamento, etc.);
– quello regolamentarista, che ha come linea guida la legalizzazione e la regolamentazione della prostituzione, e che può avvenire in modi differenti.

Ci sono poi due sottoinsiemi: il primo, che potremmo definire neo-regolamentarista, che vuole rimuovere le leggi per depenalizzare l’attività sessuale fra adulti consenzienti; e poi il secondo, che viene invece definito “modello svedese”.

Il “modello svedese” è stato adottato in Svezia nel 1999 e si basa sulla criminalizzazione del cliente: le violazioni sono punibili con delle multe o con il carcere fino a sei mesi. La Svezia è stata poi seguita in questa legge da Norvegia, Islanda e Francia; il Canada sta riscrivendo le sue leggi in modo simile. Il Parlamento europeo vuole che quello svedese diventi un “modello” da adottare in tutta l’UE. Gruppi di attivisti in America chiedono la stessa cosa.

Questo modello si basa sul principio che la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna, in qualsiasi caso. Margareta Winberg, al tempo dell’approvazione ministro per la Parità tra i Sessi, intervenendo a un congresso su “Donne, Lavoro e Salute” a Stoccolma, nel giugno 2002, parlò così della legge:

«La prostituzione non è mai un lavoro o il risultato di una libera scelta delle donne. E tutto il mercato delle prostitute straniere è schiavizzato.

Le cause sono la società patriarcale, la povertà che deriva dall’ineguale distribuzione delle risorse tra donne e uomini, lo stupro, l’incesto e altre forme di violenza maschile contro le donne e, infine, la “femminizzazione” della povertà.

Come ogni altro mercato, quello del sesso dipende dai compratori. Senza uomini che credono di potersi prendere il diritto di comprare il corpo di altre persone e di usarlo per il proprio piacere non ci sarebbe prostituzione. Lo sfruttamento sessuale delle donne finirebbe».

Queste posizioni sono tra l’altro ampiamente condivise da una parte del pensiero femminista. Il cosiddetto Trans-exclusionary radical feminism, e cioè un’area del femminismo radicale che è soprattutto statunitense e fa parte della seconda ondata del movimento: le principali esponenti di questo sottogruppo non solo criticano fortemente le identità transgender (il genere sessuale coincide per loro con il sesso biologico) ma si oppongono anche alle sex workers (prostituirsi non è una professione che si possa esercitare liberamente, ma è frutto di un’oppressione) e sono politicamente vicine alle posizioni della destra americana. Si oppongono, infine, alle femministe di terza ondata che invece lavorano sulle identità sessuali dislocate, contro il determinismo biologico, sul concetto di genere e di libera scelta delle donne. E sono a loro volta fortemente criticate da queste ultime come portatrici di una visione dogmatica e funzionale al patriarcato del pensiero femminista.

«Il mercato del sesso esisterà sempre»
L’Economist scrive che «il divieto della prostituzione, parziale o totale, è stato un prevedibile disastro. Non è riuscito a stroncare il commercio del sesso (…) e ha portato a risultati negativi. La violenza contro le prostitute resta impunita perché è improbabile che le vittime, che vivono ai margini della società, chiedano giustizia».

La rivista precisa che il fallimento del proibizionismo ha portato a una svolta: a non criminalizzare più le prostitute ma i clienti delle prostitute. E cita infatti il “modello svedese”, criticandolo perché «vietare l’acquisto di sesso è illiberale tanto quanto vietarne la vendita (…). L’obiettivo dichiarato della Svezia è eliminare la prostituzione eliminando la domanda. Ma il mercato del sesso esisterà sempre e il nuovo approccio non ha fatto nulla per evitare i danni associati a esso». Conclude l’Economist: «I governi dovrebbero concentrarsi su come scoraggiare e punire i crimini legati alla prostituzione e lasciare agli adulti consenzienti che desiderano acquistare e vendere sesso la libertà di farlo in modo sicuro e privato: online».

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