di Matteo Sgritta

La domanda è legittima e nasce quasi spontanea allorché, partendo dal titolo del celeberrimo libro di Carlo Levi “Cristo si è fermato a Eboli”, si viene a sapere del nuovo programma condotto dal redivivo Insinna, ambientato proprio a Eboli: il reality «La strada senza tasse», in palinsesto a fine novembre su Raitre.

Sovviene, infatti, subito alla mente l’immagine simbolica ed eloquente del Cristo che raggiunge la cittadina del sud dell’Italia, e si ferma lì, a Eboli, nel luogo che ha spalancato, per il condannato ed esiliato Levi, le porte della Lucania.

Non è un caso forse che nello stesso posto, a Eboli appunto, si ripresenta la questione meridionale, in versione rispolverata, mediatica, per la precisione televisiva. Il tema del Sud torna alla ribalta; e, di fatti, considerando proprio il contenuto del reality in questione, si ha l’impressione di vivere un esperimento sociale, quello di una comunità ristretta, residente in una strada del centro storico della cittadina campana, che dovrà autogestirsi per cinque settimane rinunciando così ad alcuni servizi essenziali, normalmente erogati dal Comune. Cioè quelli forniti, e goduti, proprio perché si pagano le tasse.

Il programma, da quanto si apprende, è tratto da un format che ha avuto un discreto successo nel nord dell’Europa, ed è stato adattato per l’occasione per l’Italia, anzi per l’Italia del Mezzogiorno. La questione “meridionale” che pertanto si pone è questa: mentre in Lombardia e in Veneto si discute sul post-referendum, con tutti gli strascichi sull’autonomia fiscale che ne conseguono, e nondimeno in Spagna, per la precisione in Catalogna, si pone addirittura in discussione l’integrità territoriale di uno Stato monarchico, a Eboli, alle porte del Sud più profondo, si decide di creare una “zona franca”. Si stabilisce cioè di ritagliare uno spazio “televisivo” nello spaccato offerto dai vicoli e dalle stradine del centro antico, per offrire alla popolazione una libertà straordinaria: autogestire il proprio territorio, governare lo spazio urbano condiviso, senza Comune, anzi senza Stato. Che libertà: una vita senza poteri forti, senza sovrani e governanti!

L’idea è rivoluzionaria, e accende i riflettori su temi importanti: innanzitutto sul ruolo degli organi di governo, sui poteri dello Stato di diritto, la cui capacità di spesa deriva appunto dalla forza contributiva della popolazione. Il risultato? Si ribaltano i termini del federalismo fiscale, tanto auspicato proprio dalle regioni del Nord, Lombardia e Veneto in prima linea dopo il Referendum.

I termini complessivi della vicenda sono dunque questi.

Al Sud della Spagna, la Catalogna freme per più libertà, per l’emancipazione economica, e quindi politica: e lo scenario che si prospetta è addirittura una dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Il presidente Carles Puigdemont, infatti, potrebbe decidersi a compiere il fatidico passo, e questa volta ufficialmente e per davvero. I rumors non sembrano infondati; eppure manca ancora un accordo definitivo tra i leader dei partiti e delle principali associazioni indipendentiste catalane. Così, in giornata, si concluderanno i lavori della commissione del Senato spagnolo; si definiranno, in particolare, le misure da applicare in Catalogna in virtù dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che dà allo stato il potere di costringere una comunità autonoma a rispettare la legge.

Al Nord della Penisola Italica, invece, lo scenario è alquanto diverso, ma presenta tuttavia un analogo mood. E infatti, dopo gli esiti dei due Referendum consultivi in Lombardia e in Veneto, si registra più forte che mai la spinta centrifuga e autonomista delle due Regioni “ricche” del Nord. Certo, non si tratta giammai, come in Spagna, di istanze separatiste o autonomiste, ma pare manifestarsi anche nel Bel Paese, da parte dei lombardo-veneti, un’analoga esigenza di affrancazione da una politica centralizzata, proprio nel campo economico-finanziario.

Il nodo da sciogliere con il Governo, nel nostro Paese, sarà dunque, manco a dirlo, sull’autonomia fiscale e, per la precisione, sul “federalismo fiscale”, che è inteso, secondo la propaganda federalista, come gestione diretta delle entrate tributarie locali. Secondo questa prospettiva, i tanti odiati – e, per altri, i tanto amati – tributi non sarebbero da destinarsi alla spesa pubblica nazionale; al contrario, essi rimarrebbero in loco, lì dove sono stati versati, con la conseguenza che l’Erario locale goderebbe di un surplus di gettito, derivante direttamente dalle imposte locali, non ridistribuite a livello nazionale.

E il Sud in tutto questo? Con la vittoria “federale”, il Sud, notoriamente caratterizzato da una ridistribuzione del gettito derivante dalla spesa pubblica in percentuale inferiore rispetto alle regioni del Nord, rimarrebbe ancor più “a secco”, privo delle risorse tributarie derivanti dalla ricchezza prodotta in Lombardia e in Veneto. O meglio di quel che deriva dalla percentuale della loro redistribuzione nazionale. Quindi, a conti fatti, scuola, difesa nazionale e sanità, per indicare le voci di spesa pubblica più importanti, rimarrebbero privi delle risorse prodotte nelle ricche regioni del Nord, o almeno da quelle prodotte dal Veneto e dalla Lombardia.

Da quanto evidenziato, insomma, non pare insensato l’esperimento proposto dal programma di Insinna, cioè quello di affidare i servizi pubblici all’autogestione delle comunità locali, senza tributi e senza Stato. Non resta che esaminare cosa accadrà, anche rispetto alla messa in onda del programma. E chissà se Cristo rimarrà ancora fermo a Eboli, o questa volta riuscirà a scendere verso il Sud.