Prezzi e inflazione, dobbiamo fidarci del paniere dell’Istat?

Una volta, neanche tanto tempo fa, il “paniere dell’Istat”, ovvero quella lista di beni che l’istituto di statistica osserva mese dopo mese per calcolare l’inflazione, era un po’ il simbolo dell’Italia che cambia pelle, si allinea ai nuovi stili di vita, si apre alla modernità. Oggi, l’edizione del 2014 del paniere fa un po’ sorridere e solleva qualche interrogativo. Entrano le sigarette elettroniche e le cialde del caffè, i tablet e le fotocamere più sofisticate. Escono, invece, senza un’apparente giustificazione, le riparazioni di tv e pc. Mentre, sempre secondo l’Istat, il gentil sesso ha “finalmente” lasciato perdere il vecchio e tradizionale tailleur per accontentarsi di un più generico “abito da donna”.
Ma le sorprese sono tante e fa quasi “tenerezza” scoprire che, nell’immaginario dell’Istat, l’Italia della crisi si scopre più tecnologica, più ricercata nelle sue scelte alimentari (dallo yogurt biologico si passa a quello probiotico) e consolida abitudini sempre più diffuse (come, la macchinetta per l’espresso fatto in casa). Nel paniere, del resto, c’è spazio per tutti i gusti. Con i suoi 1447 prodotti sotto esame (una ventina in più rispetto all’anno precedente) ci si può sbizzarrire con le interpretazioni e i simboli del nuovo consumo. Forse, una volta di più, ad imporre una riflessione è proprio l’abbondanza di voci che concorre a formare il tasso di inflazione, una fiera dove sullo stesso banco troviamo il “superfluo” e lo “strettamente necessario”. Davvero questo paniere può “fotografare” quello che spende, in media, una famiglia italiana? Un problema che per la verità, si è posto lo stesso istituto di statistica restringendo ad una lista più contenuta (il cosiddetto “carrello della spesa”) i prodotti che effettivamente sono considerati essenziali per la vita di tutti i giorni e che non a caso, forse, registrano l’aumento più consistente dell’inflazione (+1,1%).
Resta il fatto che, l’attuale lista di prodotti non solo appare troppo lunga ma anche un po’ fuori tempo rispetto alla crisi economica che vivono attualmente le famiglie italiane, che spesso mangiano perfino alimenti già “scaduti” pur di risparmiare qualcosa. Con consumi praticamente, fermi da anni e un tasso di crescita dell’inflazione al minimo dal 2009, forse un “paniere” maggiormente realistico dei prezzi dovrebbe fotografare quello che ormai gli italiani non comprano più e non inserire nuovi prodotti. Le cialde del caffè e la sigaretta elettronica, il formaggio grattugiato in confezione o il latte fresco di alta qualità, non possono che far sorridere gli italiani che non arrivano alla terza settimana. Ma è un sorriso amaro.

Antonio Troise
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