PERSONE / SLOBODANKA CIRIC – L’artista serba che ha eletto Napoli a suo asilo mitopoietico.

PERSONE / SLOBODANKA CIRIC – L’artista serba che ha eletto Napoli a suo asilo mitopoietico.

Non finisce mai di stupire la capacità che ha Napoli, in misura nettamente più significativa rispetto a tante città d’arte, di trattenere nel suo grembo il talento creativo, specie se si esprime con gli strumenti delle arti visive e figurative odello spettacolo. E’ il caso anche di Slobodanka Ciric, artista di origine serba che da tempo è divenuta totalmente napoletana, dopo una rapida adozione che l’ha spinta anche a conseguire una laurea in Letterature comparate all’Orientale. Uno dei due libri all’attivo per i tipi della Città del Sole, editrice partenopea che l’ha inserita nei suoi ranghi, è interamente dedicato alle pagine in cui autori serbi parlano del loro impatto con la città in narrazioni che hanno la medesima cifra stilistica e culturale dei visitatori del Gran Tour, da Goethe in poi. “Perché Napoli – spiega – è Dea e maga, posseduta da molti invasori ma mai conquistata da nessuno. Riesce a rinascere e a ritrovare l’armonia, anche se sotto il serto di fiori d’agave e ginestre nasconde la “corona di spine”. Un po’ come la mia Serbia”.

In effetti a Napoli l’artista nata a Belgrado trova a un certo punto l’humus ideale per alimentate la sua istintiva e assaiferace attitudine alla percezione simbolica della realtà: l’inclinazione a esporsi – senza reti di protezione- al mondo delle forme strutturatrici dell’inconscio. Se la realtà è una foresta di simboli, come vagheggia Baudelaire, lo stile di Boba (così la chiamano gli amici) è attraversarla come sul filo di un trapezio che oscilla sul mondo degli archetipi inconsci. Per il suo spirito creativo, Napoli è di quella foresta la parte più fitta, oscura, tenebrosa, che nasconde però siepi infiorite e radureplacide e assorte. Apollineo custodito nel cuore del dionisiaco. Ancora; è la vita che annuncia la morte e poi la segue, come nel mito fondativo di Proserpina. Per la Ciric l’incontro con Napoli – la città europea che custodisce nelle braccia le origini greco-classiche, il mito, il teatro, la filosofia – è in tutto simile a destino dei “meteci isoteroi”, gli stranieri che nelle polis grecheerano sollevati allo status degli autoctoni conseguendo gli stessi diritti. Lo si percepisce da come viene accolta quando, per le botteghe e le strade della città, inscena le sue performance o allestisce uno shooting per la prossima mostra. Oppure semplicemente attraversa le vie nuove e antiche con l’inconscia voluttà di perdersi nelle sue spire.

Il percorso di ricerca della perfetta individuazione per lei si è compiuto a Napoli, perché qui trova l’habitat ideale per l’impresa di suscitare la trasformazione creatrice alimentandola con gli umori del Mito.

DA DOVE VIENE

Slobodanka nasce a Belgrado in una famiglia operaia nel 1961. In breve si afferma come una delle più conosciute paroliere dei più importanti musicisti jugoslavi. Segue l’arrivo in Italia, che segue la disgregazione (e aggressione) del suo Paese. Quindi l’approdo a Napoli, nodo di convergenza e di confluenza tra la ricchezza rigeneratrice delle forme archetipiche della cultura occidentale e l’inalienabile responsabilità della coscienza, che la spinge a diventare, in terra straniera, portavoce del suo popolo: tuttora è molto attiva nella realizzazione di importanti progetti di solidarietà con il popolo jugoslavo.

In Italia le sue opere ottengono numerosi riconoscimenti. Un altro volume stampato da Città del Sole (“Le ceneri e il sogno”) è un racconto autobiografico in cui si coglie il senso della sua doppia sfida: affermare la propria identità in un Paese nuovo e in una nuova realtà, mantenendo tuttavia integra l’appartenenza al popolo serbo, lacerato dagli orrori di un conflitto che – afferma – “è statocostruito scientificamente”. Gli anni della maturità sono stati pertanto un tra(d)ire senza tradire, un passare oltre ed altrove senza perdere il legame con le origini. C’è molto del suo, il merito personale di gestire la tensione trasformatrice, requisito che non è di tutti: “Mi chiedo – afferma l’artista in uno dei numerosi passaggi della propria introspezione – se ha senso ustionarmi così come faccio io, rovistare tra le ceneri ancora bollenti delle verità bruciate, se ha senso gridare a squarciagola…”. Ma ci sono anche – e non sono da meno – i meriti di una città che sa fare da incubatrice perché conserva nel suo profilo umano e collettivo – persino nello stile di vita popolare – l’anfora soccorritrice di Nausicaa offerta senza indugi alla sete dei naufraghi spiaggiati sul bagnasciuga.

 

DOVE VA

A Napoli la sete di Boba ha trovato acqua e vino. Una sete di espressione artistica che le parole – che pure manovra con una padronanza assoluta della lingua italiana – non bastano a saziare. Ecco allor gli scatti, ecco le “messe in scena” in cui agisce il proprio corpo come strumento espressivo efficacissimo. Ecco le immagini in cui si misura con il racconto mitologico delle origini. Un po’ Sirena Parthenope, un po’ Cerere, un po’ Donna Mariarca dei giorni nostri, giunge “a una fermata clandestina tra la realtà e il sogno… esiliata dalla vecchia e decomposta pelle jugoslava, senza identità…”. Eppur è qui, nel bozzolo di tufo della città, “nascosta nel manto della napoletanità”, la conclusionedella sua “tormentata metamorfosi”.

Ma il destino degli spiriti creativi, tuttavia, è tutto nel percorso, non arrivare alla meta. Poiché l’artista si situa nel moto ondoso della ricchezza rigeneratrice, smosso dalle forme archetipiche e dalle responsabilità della coscienza. E’ il movimentoda cui si genera l’energia della vita compiutamente individuata e pertanto degna d’essere vissuta. La vita di chi, non senza estrema sofferenza, riesce a trasformare “il caos in cosmo” (Erich Neumann). Qui, sulle rive di Parthenope, Boba attinge alla feracità di Napoli e riconoscele ragioni che la ragione non conosce, che spesso disconosce. Quelle di Eros riconosciuto infine come “un Dio generoso, che coniuga la luce e lo spazio dove l’umano e il divino si incontrano”.Eros, che stavolta non attingealla pulsione (o compulsione) amorosa, ma si invera nella manifestazione appagante dell’arte e della scienza che si esprimono al pieno delle proprie facoltà.

Claudio D’Aquino

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