Un “mini-versamento”senza sanzioni e senza interessi per colmare i vuoti contributivi cumulati negli anni successivi al 1996. Con un onere calcolato sullo stipendio medio dell’anno successivo al “buco” o con un “forfait” per gli under 30 e le lavoratrici madri. La pace contributiva che accompagna il debutto di “quota 100”, previsto ad aprile per i primi dipendenti privati, avrà una doppia destinazione: la prima per i quotisti che devono raggiungere i 38 anni necessari per l’uscita a 62, la seconda per i più giovani con carriere discontinue alle spalle cui viene datala possibilità di ricostruire la propria carriera contributiva per evitare, in prospettiva, una pensione di vecchiaia a 70 anni e traguardare invece l’anticipo a 41 o più. In entrambe le opzioni, ancora al vaglio dei tecnici che stanno scrivendole norme da inserire in manovra (eventualmente anche con emendamenti parlamentari), resta da decidere il costo finale, mentre è già stabilito il requisito di 20 anni minimi di contributi effettivi per accedere alla “pace”. La misura si raccorda da un lato con la rottamazione fiscale ter con cui le aziende potranno invece sanare i mancati versamenti oggetto di contenzioso, dall’altro, per quanto riguarda i giovani, alla soluzione che verrà adottata per l’integrazione al minimo delle future pensioni contributive. Il nodo è trovare una soglia compatibile con i 780 euro al mese della pensione di cittadinanza, che saranno in parte coperte con le entrate dal contributo di solidarietà che verrà applicato alle pensioni “d’oro”. II governo sta affinando le ipotesi tecniche sul tappeto. Quella più gettonata prevede un prelievo quinquennale facendo leva su 5 distinte aliquote si parte da 8-10% per gli assegni fino al 130mila euro lordi l’anno; 12-14% fino a 200mila; 14-16% fino a 350mila; 16-18% fino a 500mila e 20% secco oltre il mezzo milione.