Le considerazioni di Rony Hamaui

Vladimir Putin è al potere in Russia dal 1999, con un consenso interno rimasto sempre alto. E’ un autocrate dal pugno duro, persecutore degli oppositori, oppressore della stampa libera. E da ultimo anche un leader che vuole spostare gli equilibri geopolitici in favore delle potenze orientali, Russia e Cina.

Ma è l’andamento delle variabili macroeconomiche che può aiutarci a capire le ragioni profonde della sua popolarità. E forse a prevederne le mosse nel prossimo futuro. Ne è convinto Rony Hamaui, che a questi temi ha dedicato un sggio su lavoce.info. Laureato alla Bocconi con Master of Science alla London School of Economics, è professore a contratto presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue. È consigliere del CDEC e del LSE-Alumni. E’ stato direttore Generale di Mediocredito e AD di Mediofactoring. Ha ricoperto numerosi incarichi presso il gruppo Intesa Sanpaolo. Autore di numerosi articoli scientifici e ha scritto e curato diversi libri riguardanti gli intermediari e i mercati finanziari internazionali nonché la finanza islamica. Ed è proprio  quindi gli scenari che ritiene fondamentali per interpretare il successo in patria del putinismo. Al netto della capacità dimostrata nell’aver rimesso in piedi le fondamenta dello Stato dopo il collasso dell’Unione sovietica e i dieci anni terribili che hanno fatto seguito, in Russia, alla caduta del muro di Berlino, non a caso definiti come “i selvaggi anni Novanta”, ossia l’epoca nella quale le Repubbliche sovietiche divennero terra di conquista come il Far West.

Facciamo quindi un passo indietro o due, con l’aiuto di Hamauy. Vladimir Putin sale al potere in Russia nell’agosto del 1999, quando viene nominato primo ministro.

Nel marzo del 2000 viene eletto presidente della Federazione Russa nel marzo dell’anno successivo. La situazione economica era drammatica, non molto diversa da quella che vide sorgere in Germania il terzo Reich nel 1933. “In pochi anni – rammenta Hamaui – il tasso di cambio del rublo si era svalutato del 2000 per cento, poiché si era passati dalla storica parità di 1 a 1 nei riguardi del dollaro a quella di 1 a 20. L’inflazione viaggiava a tre cifre, mentre il Pil pro-capite si era dimezzato e nel 1998 era stato dichiarato il default dei titoli pubblici”.

Fu l’effetto dell’economia di transizione, come si chiamava con un eufemismo. In realtà il repentino passaggio da un’economia pianificata a una di mercato, intrapreso dal primo presidente liberamente eletto Boris El’cin (1991-1999). Una vera e propria “terapia shock”, che fu origine per il paese di una crisi economica di vaste e devastanti proporzioni, non solo economiche ma anche sociali. “Le privatizzazioni selvagge – ricorda ancora l’autore di lavoce.info – avevano creato una nuova classe di oligarchi vicini al potere politico, mentre il tasso di povertà, di criminalità e di corruzione era aumentato in maniera esponenziale”.

Non solo. La Russia fu anche costretta ad accollarsi tutti i debiti della vecchia Unione Sovietica seppure con una popolazione dimezzata. Anche in questo caso regge l’analogia con il Trattato di Versailles del 1919, quando i debiti di guerra furono accollati alla Germania sconfitta, generando lo spirito revanscista che poi sfociò anni dopo nel nazismo. In questa fase Putin mette a segno alcuni obiettivi fondamentali, con indubbia capacità di leadership. Mentre si impegna a sedare le spinte separatiste in varie regioni, tra cui la Cecenia, lavora per rallentare la svalutazione del rublo, tenere a bada l’inflazione e a far ripartire l’economia. Aiutato anche da un prezzo del petrolio in crescita, il reddito pro-capite salirà per oltre un decennio, superando i livelli pre-crisi.

Sono questi risultati a consolidare la popolarità di Putin, in enorme crescita. Nel marzo del 2004, è rieletto per il secondo mandato con il 71 per cento dei consensi. E’ l’epoca in cui si pensa alla Russia come a un partner destinato a far parte dell’Unione europea nel lungo periodo (se non anche all’ingresso nella Nato).

LA SVOLTA ANTI OCCIDENTE

Il deterioramento dei rapporti con l’Occidente diviene marcato dopo l’annessione della Crimea con un intervento militare e un referendum (mai riconosciuto a livello internazionale). Le sanzioni imposte in questo periodo portano a una svalutazione del 60 per cento del rublo nei confronti del dollaro, un raddoppio dell’inflazione (dall’8 al 16 per cento) e una caduta del reddito pro-capite. “Da allora – aggiunge Hamaui – l’economia russa non si è più ripresa in maniera significativa e il rublo ha continuato a scivolare lentamente”. E tuttavia non si smorza per lui il consenso dei Russi. Nel maggio del 2018, Putin viene rieletto presidente per il quarto mandato: con il 76,7 per cento dei suffragi e un’affluenza del 68 per cento.

SANZIONI: IL PUNTO IN CUI SIAMO

Le pesanti sanzioni economiche imposte dall’Occidente come risposta all’invasione dell’Ucraina, ha portato il rublo a una svalutazione +del 60 per cento, mentre si pronostica una caduta del potere di acquisto per i cittadini tra il 5 e l’8%. Si può pensare che un calo così violento porti a una rivolta popolare o di palazzo in grado di detronizzare Putin, prima della scadenza naturale nel maggio 2024? L’autore ne dubita. Ma conclude: “Tuttavia, se una mezza sconfitta militare, accompagnata dalla morte di migliaia di ucraini e russi, dovesse portare alla perdita del controllo del cambio e dei prezzi, forse il presidente russo sarebbe indotto a trovare una soluzione negoziale prima di vedere la sua posizione definitivamente compromessa”.

di Raffaele Tovino