Parla Aldo Cazzullo: “Il Sud la parte più determinante dell’identità nazionale”

aldo cazzullo libro la guerra dei nostri nonnidi LAURA BERCIOUX

C’è un libro che ci appartiene, è la memoria del nostro Paese che conobbe la guerra, quella del ’15 ’18: “La guerra dei nostri nonni” di Aldo Cazzullo, noto giornalista e scrittore, edito da Mondadori ( http://www.librimondadori.it/libri/la-guerra-dei-nostri-nonni-aldo-cazzullo ). “Non ho nessuna nostalgia del tempo perduto. Non era meglio allora. È meglio adesso. L’Italia in cui siamo cresciuti era più povera, più inquinata, più violenta, più maschilista di quella di oggi. C’erano nubi tossiche come a Seveso, il terrorismo, i sequestri. Era un Paese più semplice, senza tv a colori, computer, videogiochi. Però il futuro non era un problema; era un’opportunità.” Aldo Cazzullo racconta ai ragazzi di oggi la storia della sua generazione e quella dei padri e dei nonni, “che non hanno trovato tutto facile; anzi, hanno superato prove che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Hanno combattuto guerre, abbattuto dittature, ricostruito macerie. Hanno fatto di ogni piccola gioia un’assoluta felicità anche per conto dei commilitoni caduti nelle trincee di ghiaccio o nel deserto. La mia bisnonna sposò un uomo che non aveva mai visto: non era la persona giusta con cui lamentarmi per le prime pene d’amore. Mio nonno fece la Grande Guerra e vide i suoi amici morire di tifo: non potevo lamentarmi con lui per il morbillo. L’altro nonno da bambino faceva a piedi 15 chilometri per andare al lavoro perché non aveva i soldi per la corriera: come lamentarmi se non mi compravano il motorino?”. I nati negli anni Sessanta non hanno vissuto la guerra e la fame; ma sapevano che c’erano state. Hanno assorbito l’energia di un Paese che andava verso il più anziché verso il meno. Hanno letto il libro Cuore, i romanzi di Salgari, Pinocchio, i classici. Non hanno avuto le opportunità dell’era digitale…”.

Aldo Cazzullo, il suo libro racconta storie di guerra, di vita. Questo libro ci ricorda cosa siamo, da dove veniamo: oggi dove stiamo andando?

“Io penso che se noi ritroviamo almeno una parte di quella forza morale, di quella capacità di sacrificio di cui furono capaci i nostri nonni, tutto questo mi sembra può essere utile anche per combattere la crisi che oggi abbiamo di fronte: “la nostra guerra”, la guerra delle nostre generazioni ma contro la crisi e contro la sfiducia e il disprezzo per se stessi. Oggi l’Italia è un Paese che è arrivato quasi al disprezzo di se stessa. Io le difficoltà non le nego. Essere consapevoli che cento anni fa i giovani di allora venivano arruolati per essere massacrati per un conflitto che l’umanità avesse mai conosciuto. La guerra era meglio non farla, farla ha significato scendere in un abisso che noi oggi non possiamo neanche immaginare. Quindi il libro denuncia con forza la responsabilità dei generali, degli affaristi, degli intellettuali, dei poeti”.

Abbiamo perso il senso della Patria?

“Tutto questo dimostra la capacità di sacrificio e di resistenza assolutamente straordinarie. Il Piave fu un capolavoro di una generazione. Mio nonno era un ragazzo del ‘99, della guerra e del Piave non parlava mai ma io sapevo che nel suo cuore c’era un orgoglio profondo. Secondo me il senso della patria non si è perduto forse è più forte di quanto pensiamo perché per scrivere questo libro ho aperto una pagina facebook invitando i lettori a raccontarmi le storie dei loro nonni nella grande guerra 15/18”.

Quante storie ha ricevuto?

“Tantissime storie. Le più belle sono quelle che ho pubblicato, sono 25 e la cosa che mi ha colpito molto erano le parole con cui venivano raccontate queste storie. Per esempio mi dicevano “Mio nonno non era un eroe ma era una brava persona, amava l’Italia, credeva nell’Italia e non si riconoscerebbe nell’Italia così come è diventata oggi”.  Quindi grande senso dello Stato e un legame con la patria”.

Il nostro Sud dal suo punto di vista?

“Adesso sono sul treno che mi porta a Napoli dove presento il mio libro alla Feltrinelli. Io credo al Sud, Napoli è particolare ma il Sud, in generale, credo sia la parte più determinante dell’identità nazionale. All’estero pensano all’Italia come un immensa Napoli: il mare, il sole, la pizza, Pulcinella. A me piace pensare a cose meno oleografiche, al grande cinema di Totò, al teatro di Eduardo, alla grande musica popolare napoletana. Io penso che oggi il Sud abbia delle potenzialità enormi perché per il motivo che dicevo prima, il Sud, ripeto, è determinante per definire l’identità italiana. Questa grande domanda d’Italia che c’è nel mondo, questa grande domanda delle cose buone, delle cose belle dell’Italia, proviene soprattutto dal Sud. Il problema è che il turista straniero viene poco al Sud: non trova le strutture, mancano gli aeroporti, le strade, gli alberghi. E anche gli italiani ci vengono poco perché hanno paura, perché conoscono poco il Sud. Ci vuole una grande operazione di ripristino della legalità. Sono convinto che questa operazione avrebbe il consenso della stragrande maggioranza dei napoletani, delle donne e degli uomini del Mezzogiorno”.

La Sicilia è fortemente in crisi. E’ senza speranze?

“Io penso che ci siano state in questi anni delle ondate politiche di segno opposto. Ricordo nel ’93 che in una città storicamente di destra, come Catania, al ballottaggio c’erano due candidati di centro sinistra come Bianco e Claudio Fava. Poi è arrivata l’ondata della destra con il 61 a 0 nel 2001 che è durata dieci anni, oggi c’è invece un’ondata di sinistra con un Governatore di sinistra, i Sindaci di Palermo e di Catania. Ma non c’è dubbio che ci sia un problema non tanto di classe politica, è un problema di strutture e di risorse, di capacità imprenditoriale. Io penso che non ci sia niente al mondo più bello della Sicilia. E’ nel cuore del Mediterraneo, è un lago tra Milano e la storia c’è quest’isola che ha templi greci che neanche in Grecia hanno, mosaici bizantini che non si trovano neanche a Bisanzio. Ha una grande bellezza: i vulcani, le spiagge. La classe politica siciliana è riuscita a far fallire tutto questo, non era facile ma ci è riuscita. Io provo vergogna quando vado a Palermo quando vedo che a 200 metri dal Palazzo dell’Assemblea Regionale Siciliana, dove i consiglieri siciliani si chiamano l’un l’altro pomposamente “onorevole” e guadagnano più di Obama, più della Merkel, ci sono ancora le macerie dei bombardamenti del 1943. Vedo però che in Sicilia qualcosa si sta muovendo. I giovani non hanno timore di ribellarsi alla mafia, i commercianti si rifiutano di pagare il pizzo, gli industriali fanno a muso duro contro il racket. Penso che la potenzialità della Sicilia sia enorme ma c’è un grande problema dei collegamenti: il Ponte sullo Stretto lo abbiamo pagato in questi decenni ma non lo abbiamo fatto. Adesso Catania e Palermo hanno perso una serie di collegamenti con il nord Europa: questi sono fondamentali perché in questa stagione in nord Europa è inverno, in Sicilia è ancora estate. Bisogna darsi da fare. La sfiducia è la peggiore delle risposte alla crisi”.

Renzi guarda poco al Sud?

“Renzi parla poco del Sud, in effetti, parla sempre molto dell’Italia. Lui espone sempre una questione italiana perché una questione che ci coinvolge e che quindi che riguarda tutti. Io credo che un ragionamento più specifico sul meridione dovrebbe farlo, dovrebbe parlarne un poco di più”.

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