Palmira – Ramadi, la “via della seta” spezzata da un soffio

Ancora una volta i fatti accadono fulminei e lasciano sul terreno vittime, sbigottimento e tanti, troppi dubbi. Ci sarebbero mille domande di cui le risposte sono sconcertanti.

Palmira (Tadmor), città a 200 km da Damasco e snodo vitale dell’antica “via della seta”, fortificata da Salomone e resistita a qualche millennio di guerre ed intemperie, è caduta in mano ai miliziani del sedicente “IS” , Islamic State, dopo nemmeno una settimana di combattimenti!

C’è da chiedersi dove sono stati i caccia della cosiddetta “Alleanza Internazionale”, mentre qualche decina di migliaia di miliziani avanzavano indisturbati, come se fossero in una gita scolastica ! Tutti sapevano che sarebbe accaduto e nulla è stato fatto per impedirlo.

Idem si direbbe per Ramadi, città a 150 km da Bagdad, tira e molla ed è bastata una settimana per annetterla al territorio controllato dall’IS.

È una guerra a macchia di leopardo; zone occupate poi liberate e zone libere poi occupate e così via fino all’infinito. Questo ci dicono gli sviluppi sul terreno delle battaglie lungo le rive del fiume Eufrate che attraversa Siria ed Iraq. Da una parte i miliziani dell’IS e dall’altra gli eserciti Siriani ed Iracheni, “supportati” dal cielo dai caccia dell’ Alleanza Internazionale.
È abbastanza chiaro che dietro le quinte c’è una regia molto potente che riesce, di volta in volta, ad assestare i colpi talvolta a favore degli uni e talvolta a favore degli altri.

Si stanno fronteggiando due blocchi molto potenti, da una parte c’è l’Iran con i suoi alleati in Iraq, Siria, Libano e lo Yemen e dall’altra parte c’è l’Arabia Saudita con i suoi alleati Turchi, Egiziani, ed i paesi del CCG “Consiglio di Cooperazione del Golfo”. Alcuni di quest’ultimi appoggiano, più o meno apertamente, D.A.E.SH il nome in arabo dell’IS.
I numeri di questa mattanza sono spaventosi, le vittime sono circa mezzo milione ed è, quindi, crudele per gli aspetti umanitari. Dovrebbe preoccupare molto l’occidente, dal momento che la contesa riguarda territori dove viene prodotto più dell’80% del greggio mondiale e pertanto ne va di mezzo la sicurezza mondiale.
L’attentato della settimana scorsa alla moschea sciita “Ali bin Abi Taleb”, nella regione di Al Qatif nel sud dell’Arabia Saudita, rivendicato dall’IS, è un segnale preoccupante per la stabilità e la sicurezza nel regno saudita, il più grande produttore di petrolio al mondo.
L’organizzazione “IS”, d’altronde, ha minacciato di comprare la bomba atomica dal Pakistan per lanciarla sugli Stati Uniti d’America!

Benché sia una possibilità molto remota, anzi è una “non possibilità”, essa dà l’idea del livello di pericolosità a cui è giunta la situazione e, conseguentemente, ci poniamo l’ennesima domanda sulle reali intenzioni dell’occidente e del suo ruolo in questa vicenda dai contorni scabrosi. Se è vero, come è vero, che la regia occulta dietro quel che succede in quell’area è proprio una parte importante dell’occidente, non ce la possiamo cavare dicendo “sono fatti loro”!

Cosa ne è stato dell’ONU? Non interviene per risolvere le crisi mondiali e non è in grado nemmeno di gestire, al livello umanitario, gli esodi che ne derivano. È ormai un’organizzazione morta ed è un peso di cui ci accolliamo gli abnormi costi senza profitto alcuno.

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