Di Giuseppe Antonio Martino

Nella storia della cultura italiana di rado i dialetti hanno ricevuto l’attenzione che meritano pur essendo testimoni preziosi di storia civile e culturale, pregni del sapere, delle esperienze e delle fatiche delle popolazioni che li parlano ed ancor più raramente è avvenuto che un poeta, specialmente quando i suoi versi hanno già ricevuto un meritato consenso critico, abbia deciso di abbandonare l’uso della lingua italiana per passare al dialetto, come è accaduto a Nino De Vita, una delle voci più autentiche della nostra letteratura italiana contemporanea.

Sin dal sorgere del regno d’Italia la dialettofobia, sposata all’incultura, ha dato origine a uno stile classico che, più o meno, sta appiccicato addosso a tutti noi, tanto che non solo i “poeti laureati” nella tradizione italiana si sono mossi tra espressioni e nomi poco usati, come affermava Montale, ma schiere di persone filtrate dalla scuola antidialettale, sono state costrette ad assumere un’aria pomposa ed un viso inamidato, gabellato per letterariamente imbellettato, e invece soltanto impolverato dalle scartoffie di qualche ministero labirintico e ammuffito.

Il poeta di Cutusio non si adegua al pensiero dominante e, dopo la pubblicazione della sua prima silloge di poesie, Fosse Chiti, del 1984, di vaga ispirazione quasimodiana, che ha meritato l’attenzione di Giovanni Raboni e di Massimo Onofri e grazie alla quale gli è stato assegnato il premio ”Cittadella”, ha deciso di procede all’unisono con la sua terra e operato, controcorrente, la scelta di scrivere in dialetto.

La sua poesia è diventata capace di eludere la norma tradizionale per adottare una dizione affine al parlato, in una dimensione quasi prosastica, restituendo alla parola il suo valore primigenio e la sua penna ha prodotto cinque volumi nel dialetto di Cutusio, una contrada ad appena cinque chilometri da Marsala, pubblicati tutti dalla casa editrice Mesogea di Messina. In essi fa un uso quasi ideologico della sua lingua materna: afferma la sua valenza didascalica e, capovolgendo lo schema in cui tutto tende ad una unitaria cultura nazionale che considera l’uso degli idiomi locali negativo, segno di minorità sociale e rallentante nella formazione dei giovani, narra la storia della sua gente, fatta di stenti e di dolore, di un dolore che gli è stato testimoniato dai racconti amari ascoltati, sin dall’infanzia, dagli anziani, ai crocicchi delle vie o sulle porte del paese ed in cui è rintracciabile la cultura del luogo natio. Il suo, però, non è uno sguardo nostalgico al passato: i suoi versi, pur lontani dai ritmi veloci della nostra epoca, sono intrisi di una quotidianità che spesso sconfina i limiti dell’io e assumono una dimensione “civica”, legata al contesto socio-culturale in cui egli vive e lavora, in cui il dolore e la sofferenza di quel luogo geograficamente delimitato diventano universali.

Le prime tre sillogi dialettali non a caso sono intitolate Cutusìu (2001), Cùntura (2003) e Nnòmura (2005): il luogo dove il poeta è nato e cresciuto, dove ha imparato a parlare, dove “addinocchiuni, azzunotti jucàvanu c’u fangu”; i racconti sull’aia, dai quali ha imparato a vivere; le storie di vita, una distinta dall’altra, che offrono un affresco dell’esistenza cruda ed essenziale in un piccolo borgo, che appare unico con la natura che lo circonda, ma dove valori e comprensione umana si alternano a violenza, fame e sordità morale.

Con la quarta silloge, Òmini (2011), che gli è valsa la selezione della Giuria del Premio Letterario Viareggio-Rèpaci, il poeta esce dai confini limitati del borgo e volge il suo sguardo verso le grandi città della Sicilia: Marsala, Trapani, Palermo dove la vita propone un veloce svolgersi di azioni e di pensieri, dove aleggiano, come in un libro della memoria, le ombre di chi ha fatto la cultura dell’isola, da Leonardo Sciascia ad Ignazio Buttitta, da Enzo Sellerio a Vincenzo Consolo. La poesia di De Vita, però, diventa veramente “narrativa” nell’ultimo lavoro appena pubblicato, A ccanciu ri Maria, che racconta la storia di un amore incompiuto, una storia piena di umanità, espressione anch’essa della cultura siciliana ed inserita in ambiente paesaggistico tipico dell’isola, tanto che il racconto apparirebbe incompiuto se non fosse stato scritto nella lingua quotidiana dei suoi protagonisti.

L’opera poetica di De Vita, alla quale sono stati assegnati i premi ”Alberto Moravia” (1996), ”Tarquinia-Cardarelli” (2009) e “Ignazio Buttitta” (2012), trova origine nel patrimonio culturale della sua terra ed esprime una sensibilità, non migliore o peggiore, ma certamente, per alcuni aspetti, diversa di quella di altre regioni della Penisola: luoghi reali, esperienze di vita vissuta e una lingua che egli intende preservare dall’estinzione, non portando avanti qualche ricerca di canti popolari a fini folcloristici, con l’animo del cantore medioevale, ma fermamente convinto che essa è viva e va adeguatamente tutelata perché
 resta ancora un mezzo validissimo che si presta a rendere con efficacia lo spirito, l’humus, del popolo che la usa.

Con le sue opere in lingua italiana e in dialetto siciliano, il poeta di Cutusio riporta alla mente un’affermazione di Gianfranco Contini secondo cui il rapporto col dialetto non si esaurisce nella esplicita, specifica produzione dialettale: persino i grandi scrittori del passato, infatti, da Dante a Leopardi, a Verga, a Pirandello, a Svevo, mal si intendono staccati dalla matrice dialettale in cui si radica la loro capacità di espressione linguistica. Ma una coscienza linguistica matura sembra ancora di là da venire, anche se, grazie anche al contributo di autori come Nino De Vita, negli ultimi anni, pare si stia facendo strada la convinzione che il patrimonio linguistico dialettale costituisca un “bene culturale” da tutelare, tanto nelle sedi politiche istituzionali che nell’opinione pubblica.

 

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