NAPOLI CENTRALE / LA CITTA’ VISIBILE: ECCO DOVE GLI DEI ANTICHI NON HANNO MAI SMESSO DI TROVARE ASILO

Sabato 10 settembre 2016. Al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN), nell’ambito della seconda edizione della rassegna NapoliExpoArtPolis curata da Daniela Wollmann, si è svolta una performance di e con Giovanni Castaldi. Evento che ha trovato il baricentro nella figura di Noemi Belfiore, attrice emergente della sterminata fucina di talento che è da sempre Napoli.

A lei, e alla città che l’ha “impastata” è dedicato il seguente testo critico.

“Talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro.

Altre volte i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce, ma gli dèi che abitavano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dire nulla e al loro posto sono arrivati dèi estranei. E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto”.

Italo Calvino, Le città invisibili

 

A Napoli ci sono circa cinquecento Chiese, forse anche più se si contano le chiesette, cappelle, tempietti. Infinitamente di più sono i tabernacoli e le edicole votive. Infatti viene definita (qualcuno lo ha dimenticato) la “città delle cinquecento cupole”.

Da sole esse basterebbero a giustificare l’interesse interminabile per la città, un tappeto evocativo (ed emotivo) su cui da qualche tempo poggiano anche le manifestazioni delle più note griffe di moda. Costituiscono un patrimonio artistico, architettonico, storico e spirituale unico nel genere.

Assieme ai Castelli, che sono sette.

E poi i Musei, che sono una cinquantina, se non più.

Questo computo, che erge la città al di sopra di tantissime altre di una spanna, induce a pensare che il motivo per il quale la parte più antica del suo centro viene costantemente presa d’assalto dai turisti sia questo: si sa, Napoli è un museo a cielo aperto.

Non è vero. Meglio: è vero ma non è tutto. Napoli non è solo (non è mai stata solo) “meta di pellegrinaggio” dei cultori dell’arte o tappa fondamentale del viaggio sentimentale.

Napoli è di più. E’ una immensa camera magmatica che produce “pasta umana” della specie più singolare. Ed è così forte, così intenso e seducente l’abbraccio che tale raro composto sa sprigionare nei riguardi di chi viene “da fuori”, da rivelarsi il tratto dominante (l’ancoraggio) mediante il quale “ri-conoscere” la nobiltà e la grandezza della sua storia ultra millenaria. Così caldo l’afflato della gente, che il visitatore – non da Goethe in poi, ma forse già da Boccaccio, forse già da Petronio e Stazio – viene come sollevato dal suolo e, se necessario, portato a spalla come madonnina sul trespolo nelle processioni che ancora la popolano frequentissime. “Giuvino’ a chi cercate? Venite, venite v’accumpagn’io…”

E questo accade infinite volte di più di quelle in cui uno “straniero” viene per disavventura preso di mira per la macchina fotografica che ha al collo. O per il Rolex al braccio. Sappiatelo: infinite volte di più.

E’ il movente per cui a un certo punto dimentica – se non è in malafede, cioè se il suo sguardo non è viziato da un pre-giudizio -, e forse neppure più scorge le distorsioni e le brutture che appartengono anche esse alla città nel profondo: questo non funziona, quello non si trova, tanto disordine, troppa trascuratezza… Sì, finisce proprio così. Finisce che non la vede tutta questa roba qui, come non la vedono i napoletani. Perché vedono, scorgono, intuiscono qualcosa di più grande e più vero.

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Se Napoli non è mai morta come Ninive o Babilonia, come ricorda acutamente Jean-Noël Schifano; se è insorta come nessun’altra città europea dopo aver subito sulla sua pelle lo stupro del numero di bombe più massiccio dell’ultima guerra (quante cupole sono andate giù e poi ricostruite?), a che cosa pensate che lo si debba? Lo si deve alla “pasta umana” di Napoli. Una rara qualità di uomini e donne che, oggi come 2600 anni fa, mangiano la stessa erba di casa. Non smettono di sognare, ma sarebbe meglio dire “immaginare”, che come afferma Jung viene prima e sta oltre l’amare. Si cibano di sacro e di profano, spiritualità e razionalità, religione e misticismo, apollineo e dionisiaco. Senza soluzione di continuità.

Nelle pietre che emergono dal suolo come acqua carsica o magma, abitano come fossero fondaci e bassi non adibiti ad abitazione, gli dei al di sopra di tutti i tempi, quelli fondativi della cultura e della civiltà, della filosofia e del teatro, della poesia e della psicologia, del mito.

Mantenere accese le lanterne degli Dei fondativi, è la preoccupazione fondamentale delle donne di Napoli. Così capaci di pietas da prendere in cura i teschi dei morti di peste del Seicento, in fondo al Cimitero delle Fontanelle. Così in confidenza con il divino, da “prendere a schiaffi” un santo se dimentica di sciogliere il sangue quando è il momento. Come ai tempi delle Lampadoforie (o Lampadodromie), il rito primigenio della città fondata dai Cumani, i giovani scendono dalla sommità di San Gaudioso, primo nucleo abitato dai Greci dopo l’isola di Megaride e Monte Echia. Correvano scalzi con la torcia in mano, né troppo forte per non farla spegnere da un colpo di vento, né troppo piano. Ogni squadra rappresentava una fratrìa, ossia apparteneva a una famiglia. Era una “corsa di giovani nelle Panatenee ed altre feste ateniesi” tradotte a Napoli dai Cumani, fondatori di Neapolis “nelle quali colui che correndo con torcia accesa in mano, senza estinguerla, toccasse il primo la meta, conseguiva il premio…” (Bonavilla Aquilini, Dizionario Etimologico, Milano, 1821). Ecco perché a Napoli il calcio non è un gioco e basta, come vorrebbero far credere. Scendevano la collina dall’attuale via del Sole, sembra, e compiuto il giro delle mura tornavano su. Era quello ed è dopo duemilaseicento anni l’impianto dove lievita il tipo d’uomo e di donna che rende Napoli differente. Un fazzoletto urbano in cui sul cardine di San Gregorio Armeno, un lungo budello lievemente degradante in tutto somigliante a una aludella ribollente, si condensa la quintessenza che rende unica la città. E’ qui che lo spirito di Napoli, trova la sua consacrazione. Del resto questo è l’unico motivo che ha portato questa viuzza eternamente brulicante a sopravanzare tutte le altre in notorietà nel mondo. E quasi inutile ricordare che la sua forza centripeta continuerà a trascinare qui chi cerca di affacciarsi al suo mistero, come nella Cripta della Sibilla. La sua espressione plastica è il presepe barocco, una creazione in cui il sacro al massimo livello viene proposta nel più pagano dei modi: una costruzione traboccante di vitale allegria dionisiaca. Qui ogni angelo è anche un diavolo tentatore. Qui ogni puttino è anche uno scugnizzo. Qui al massimo grado si concreta la coesistenza di sacro e profano: le stesse medesime mani della città che forgiano madonne e bambinelli esponendole a un consumo che è quasi antropofago, quelle stesse mani lavorano il profano che il sistema dei media propone, l’ultimo calciatore, l’ultimo politico. Tutto fra queste mura, per queste strade è commistione, contaminazione, combinazione alchemica…

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Sabato 10 settembre, interno, giorno. La scena si gira in una sala del Pan, uno dei musei di Napoli, dove è allestita una mostra d’arte contemporanea. Sono circa le 16 del pomeriggio. La curatrice stende un drappo bianco al pavimento. Ci sono due fotografi. Il performer è in abito scuro, molto trendly, camicia e giacca e piantaloni a sigarino. In petto ha appuntato un cartello: EGO. Ha in mano un laccio, una sorta di scudiscio di cuoio o guinzaglio con cui tiene al laccio IL SENSO DI COLPA. La ragazza ha fattezze d’Angelo decaduto, imprigionato. Tutto di lei è diafana bellezza esangue. Morbida. Ha estremità affusolate, come quelle di un raro uccello. Forse un albatro. I fotografi si mettono all’opera, puntano l’obiettivo.

E d’improvviso il volto cambia. Ora è una giovane donna, sembra, che abbia appena affrontato le sofferenze del parto ed è stremata. Ha capelli che guizzano come fiamme, simili a serpenti formicolanti sul capo di Erinni. Gli occhi che hanno il colore del mare o del sottobosco di radura di montagna, diventano vitrei, perdono ogni sfumatura. Adesso sono occhi di creature degli abissi, che detestano la luce. Occhi senza colore. Ma parlano, urlano. Dicono che si è sommata entro di lei tutta la sofferenza possibile, tutto il male delle donne, soprusi, angherie altri delitti. Guarda verso l’alto, come se lassù ci fosse una luce a cui anela. Il suo sguardo geme nel silenzio del dolore sordo. E se invece si rivolge al fauno o sileno o sileno che l’ha presa in trappola, il taglio degli occhi evoca implorazione, supplica, preghiera… Ma spinti fino al punto di rovesciarsi come un guanto a doppia faccia, un passo ancora avanti e il suo corpo raccolto in un gomitolo – un uroboro di dolore ed energia esplosiva – potrebbe spiccare il salto della fiera che azzanna: il guizzo belluino della belva che anima la “ubris” di ogni donna, che è Aphrodite ed è Medea, doppio piatto in equilibri precario di apollineo e dionisiaco. Ecco in questo momento i due evocano un gruppo marmoreo come quelli di Capodimonte o del Museo Nazionale.

Come quelli che, a due passi da qui, un po’ più verso il mare, si trovano in Villa comunale. Incarnano in altro modo, e con altre forme, la medesima satanica pulsione di morte che agisce il dimenarsi vano di Proserpina rapita da Ade, dio degli inferi… E’ un graffio di teatro greco che irrompe sulla scena ovattata del Pan, curiosamente anch’esso evocativo di una divinità antica, non olimpica, mezzo uomo e mezzo caprone. Irrompe, nelle quinte dell’esposizione d’arte contemporanea, l’umore profondo della città, che scorre carsico traendo origine dalle sue viscere. Erompe come magma dal pavimento come sfregio attoriale. E il sangue di Napoli che di nuovo si scioglie e scorre nelle vene della sua gente.

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Non muore, no. Non muore. Perché qui gli Dei antichi hanno continuato a persistere. Si sono acquattati negli anfratti sotterranei scavati nel tufo, si sono annidati tra le colonne dei templi ancora integre, nelle scanalature delle colonne hanno continuato ad amare chi non li ha mai rinnegati e dimenticati. Napoli non muore perché è sacra agli Dei.

Non è una città normale, condotta sulla base dell’ideale dell’IO che porta necessariamente e senza scampo alla rimozione dell’OMBRA. La vita di Napoli è vita creativa sempre, ogni faccia che incontri per i decumani potrebbe essere giusta per il Presepe, ogni uomo e donna qui hanno scritto sulla pelle che la vita loro “è improntata tanto a una consapevole sofferenza quanto alla gioia dell’espressione creativa della totalità, al godimento che procura la capacità di far vivere insieme la realtà inferiore e quella superiore, facendole divenire forma (Erich Neumann, 1954). Napoli non è caos, non lo è mai stata. Qui vive una specie molto rara di uomo creativo che riesce a convertire, ogni santo giorno, il caos in cosmo.

Tutto gira intorno a lei, Noemi Belfiore, alias SENSO DI COLPA. Anche questa leva della grande narrazione classica deve ricondursi alla donna, che da sempre ha subito e al tempo stesso utilizzato la grammatica della COLPA per difendersi e per attaccare. Noemi non ha niente di mediterraneo, nelle fattezze. Potrebbe forse avere nel Dna il tratto normanno svevo inseminato dal Nord. Ma è Napoli nel cuore e nell’anima, consacrazione della irredimibile capacità di suscitare il numinoso. Evocare cioè le astrazioni simboliche della coscienza collettiva mediante il filtro emozionale del soggetto che agisce la scena. E’ una Vestale, ultima ma non definitiva, del tempio ove si celebra una realtà più vasta di quella della coscienza e la ricerca dei nessi o degli elementi di collegamento tra fattori personali e contenuti archetipici dell’inconscio collettivo conduce alla conquista di una psiche totale, dove coscienza e inconscio fanno tutt’uno, avendo bisogno l’uno dell’altro come sistemi differenziati di un organismo vivente. Fortunata è assai quella città che non ha bisogno di eroi, perché ha dalla sua parte gli Dèi…

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CLAUDIA DEL GIUDICE – VINCENZO SEVERINO

PROFILI

GIOVANNI CASTALDI

Autore e performer, nato a Napoli, vive a Munchen. Si è esibito tra tratti e gallerie (ex salone margherita -Napoli Sotterranea Galleria Borbonica-PAN). Tra le sue performance figurano “In Labirinti IberNATI”, “Squarci”, “Il Circo Infinito”, “Universi Dissociati”. Attinge da più forme d’arte in maniera trasversale, cercando di creare connessioni tra l’arte, la divulgazione, la fruizione, in un mix di filosofia, spiritualita’, scienza con uno sguardo rivolto alla “stretta quotidianità sociale”.

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NOEMI BELFIORE

Attrice, conduttrice televisiva, modella e fotomodella, nasce a Napoli nel segno dell’Ariete. Training alla Accademia degli Artisti di Rita Satte e Paolo Principini, masterclass con Ivana Chubbuck, un workshpo con Roberto Bigherati. Per il cinema figura in “Malanapoli” con Enzo Morzillo, Colpi di fulmine di Neri Parenti, Il giovane favoloso di Mario Martone, fino al più recente “Si accettano miracoli” di Alessandro Siani. Nel 2015 Nel nome del padre (regia di Gabri Gargiulo), Matrimonio al sud (regia di Paolo Costella), Gramigna (regia di Sebastiano Rizzo), La Casalese (regia Enzo Caiazzo).
Per il teatro: “Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te (musical tratto da romanzi di F. Moccia); Peter Pan e Grease (Compagnia d’Oriente); Arteriosclerosi (di e con Dalia Frediani); Performance (danza e teatro) – Universi dissociati di G. Castaldi – Galleria Borbonica Napoli

 

 

 

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