Una mostra per i 100 anni dell’Acquedotto Pugliese. Vendola: “Era il simbolo dello spreco, oggi è il Sud migliore”

Una mostra per i 100 anni dell’Acquedotto Pugliese. Vendola: “Era il simbolo dello spreco, oggi è il Sud migliore”

Nichi-Vendola2“Un momento bello e significativo per Bari. Acquedotto Pugliese compie cento anni. Il 24 aprile del 1915 fu inaugurata la prima fontana nel centro della città di Bari. La grande, antica e millenaria sete della Puglia cominciò a vedere una prospettiva differente”. Così il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola presentando questa mattina a Roma la mostra “Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell’acqua”.  Presenti in conferenza stampa l’Amministratore unico di AQP Nicola Costantino e la curatrice della mostra Emanuela Angiuli.

“Acqua  – ha continuato il Presidente Vendola – significa diritti, sviluppo, crescita, civiltà. Duilio Cambellotti, all’inizio del Novecento, è stato un artista poliedrico, straordinariamente curioso, colto, un protagonista della pittura, della scultura e del design, ed è riuscito a trasformare questa vera e propria epopea della conquista dell’acqua nella meraviglia delle sue opere, delle decorazioni, degli intarsi e dei mobili stessi che fanno del palazzo dell’Aqp, uno degli edifici più belli di Bari. In quel palazzo inauguriamo questa mostra. Abbiamo portato da tanti luoghi d’Italia opere preziose di Cambellotti ed è molto interessante mettere insieme l’ingegno tecnico-scientifico, giacché Aqp vuol dire 40mila chilometri di rete idrica e fognante, e la passione artistica e la creatività”.

“AQP – ha concluso Vendola – dieci anni fa era l’azienda simbolo dello spreco, dell’inefficienza, dell’incapacità. Oggi è un’azienda in attivo e risanata, che nel 2014 ha cantierizzato opere per 350 mln di euro. Insomma, rappresenta un punto di orgoglio della Puglia migliore”.

Monumento unico in Italia, il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese di Bari si apre dunque al visitatore come lo scrigno prezioso delle simbologie dell’acqua, delle sue grazie e delle sue virtù, realizzate dal genio di Duilio Cambellotti.

Dal 27 febbraio al 14 giugno 2015 il Palazzo ospiterà la mostra “Duilio Cambellotti. Le grazie e le virtù dell’acqua”. L’Acquedotto Pugliese, la Regione Puglia, la città di Bari, con il contributo della Banca Popolare di Bari e la preziosa collaborazione della Wolfsoniana Fondazione regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova e l’Archivio Cambellotti di Roma, dedicano questa mostra a Duilio Cambellotti per celebrare il primo centenario dell’arrivo dell’acqua nelle terre pugliesi (1915-2015), con un grande omaggio alla poliedrica personalità dell’artista che ha saputo dar corpo e figura alla celebrazione dell’acqua nelle terre assetate della Puglia.

A margine della conferenza stampa il Presidente Vendola è poi intervenuto sulla questione relativa al raddoppio dell’aeroporto di Bari.

“Se uno immagina – ha detto – che cosa sarà la stagione di Matera Capitale della cultura, l’aeroporto Bari Palese e le infrastrutture trasportistiche pugliesi rappresentano il collegamento fondamentale con la Basilicata. Ma se uno pensa al fatto che in Puglia abbiamo avuto un trend di crescita del trasporto passeggeri, che nel giro di qualche anno, ci ha fatto passare da poco più di un milione e mezzo di passeggeri a più di otto milioni di viaggiatori, credo che i nostri aeroporti, nella loro vocazione trasportistica e industriale, sono un punto di eccellenza del sistema-Paese, anche quelle pubbliche”.

Note sulla mostra e sull’artista

Nell’evento espositivo la narrazione del lungo percorso artistico dell’autore, attingendo alle raccolte di materiali esistenti presso il palazzo dell’Acquedotto, musei, fondazioni, collezioni private, si compone di oltre centoventi opere in dipinti, disegni, illustrazioni, celebri sculture in bronzo come la monumentale “Fonte della Palude”, ceramiche, terrecotte, vetrate, mobili e quaranta bozzetti preparatori eseguiti per il Palazzo dell’Acquedotto, in un susseguirsi di argomenti dedicati: la spiga e l’ulivo, le mille e una notte, il mondo della natura, la grazia delle donne, le virtù dell’acqua, gli stili e gli arredi.

Il poliedrico artista Duilio Cambellotti fu incaricato nel 1931 della decorazione e dell’arredo dell’intero complesso, a coronamento dell’immane impresa di ingegneria idraulica compiuta in una regione avara di acque fin da epoche antichissime. Realizzato fra il 1931 e il 1934, il lavoro che Cambellotti dedica al palazzo rappresenta la sintesi di un lungo percorso artistico che lo aveva visto protagonista nelle arti plastiche, della scultura, pittura, scenografia teatrale, ceramica, illustrazione editoriale, architettura e design, sperimentate di volta in volta con la stessa forza espressiva verso il mondo del lavoro, la terra in particolare. L’impegno assunto a favore delle scuole rurali dell’agro romano, l’insegnamento, la collaborazione con l’Umanitaria e l’Opera nazionale combattenti, la Biennale di Monza, l’esperienza di innovatore nelle illustrazioni dei libri per l’infanzia e nella grafica, sono tutti passaggi, conseguenti e intrecciati l’uno all’altro, tali da formare quel personale cammino artistico che sfocia nei lavori destinati all’Acquedotto come frutto della maturità artistica.

La passione per la cultura del passato che già dai primi anni del ‘900 aveva alimentato le sue esperienze in svariati campi, trova nella committenza barese una rinnovata sperimentazione nelle forme e nelle funzioni sia negli apparati tecnici che di rappresentanza. Nelle decorazioni parietali elaborate negli ambienti di lavoro e negli appartamenti privati dell’edifico, Cambellotti riprende antichi temi a lui congeniali come le fontane, il lavoro femminile, i cavalli che si dissetano alle fonti, inventando ardite sintesi tra il romanico pugliese e il déco.

Il ciclo lavorativo del maestro, infatti, articolato in diverse fasi che definiscono il disegno delle sale, le boiseries, la decorazione pittorica, i pavimenti, gli arredi, le luci, i tappeti, le maniglie, rivela un’adesione sentimentale, una sorta di amore mai obliato verso quella storia dell’antico ispirato dalle forme dei monumenti romanici pugliesi, castelli di un lontano passato cavalleresco. E come nei castelli e nelle chiese medievali la rappresentazione delle storie sacre e profane veniva affidata ad artisti famosi, a dipingere l’avvento dell’acqua in Puglia è Duilio Cambellotti, la cui carriera artistica, nata in ambito modernista, intrisa degli ideali umanitari del socialismo tardo ottocentesco, trova nelle vene pugliesi il guscio di mitologie tutte al femminile.

In questa mostra, le porte del Palazzo si aprono dunque sulle stanze dove l’acqua scorre da grossi vasi dipinti, dalle stele femminili di marmo sulle pareti, quasi divinità metafisiche, ieratiche e silenziose, dispensatrici dell’acqua risucchiata dalle vene di un fiume “addomesticato”, fino al trionfo del grande tubo dipinto sulle tele della Sala del Consiglio, trionfo della tecnologia idraulica accompagnata dalla danza delle lavandaie che strizzano lunghi panni bianchi mentre sugli ulivi sventolano al sole grandi bandiere di lenzuola messe ad asciugare.

Nel Palazzo delle Acque, pensato e allestito come una favola, gli arredi sono concepiti come troni di rustiche principesse, gli armadi degli uffici stilizzate dispense di tesori sui quali vegliano volti femminili dai capelli d’acqua madreperlata.

 

Particolari sul PALAZZO AQP

Costruito fra  il 1925 e il 1935, il palazzo progettato dall’ingegnere ravennate Cesare Brunetti (Ravenna 1894 – Lecce 1962), si impone nel borgo murattiano per la maestosità dello stile architettonico ispirato al romanico pugliese. L’esterno del Palazzo, con i quattro piani rivestiti in pietra di Trani, contiene elementi architettonici chiaramente ispirati al vasto patrimonio civile e religioso locale. Le massicce mensole a dentelli, su cui poggiano il balcone d’angolo tra via Cognetti e via Fiume e quello che sovrasta il portale d’ingresso, evocano i sostegni scalati del pronao a baldacchino della facciata di Santa Maria del Casale a Brindisi, una delle chiese più importanti della regione, che fornisce spunti e riferimenti decorativi non soltanto architettonici.

La progettazione degli ambienti e degli arredi del Palazzo è opera del Maestro Duilio Cambellotti, eclettico artista romano fra i più geniali del Novecento italiano, che donerà al Palazzo uno stile inconfondibile, al tempo stesso severo e gioioso, facendone un vero e proprio monumento all’acqua salubre. L’impegno di Cambellotti si articola in diverse fasi che riguardano il disegno architettonico di alcune sale, la decorazione pittorica, i pavimenti, gli arredi, completati dagli apparecchi di illuminazione, i tappeti e le maniglie per gli ambienti più rappresentativi del primo piano e dell’appartamento del Presidente al secondo.

L’enorme patrimonio di mobili, conservatosi quasi integro, costituisce una preziosa testimonianza della creatività dell’artista e dell’altissima qualità delle maestranze. Originali nella forma e nella decorazione sono le scrivanie per la Sala del Consiglio e per lo Studio del Presidente: elegante la prima, con il piano ovale intarsiato, poggiato su una base ad archi; possente l’altra, che nella parte centrale semicilindrica, richiama apertamente i pulpiti romanici in marmo scolpito. Gli intarsi in legno e in madreperla propongono ancora sintetiche rappresentazioni degli alberi di ulivo, di donne con anfore e di scorci prospettici di Bari.

Particolari sull’artista

Duilio Cambellotti nasce a Roma nel 1876. Nel 1896 si diploma al Museo Artistico Industriale di Roma. I suoi primi lavori sono oggetti in metallo, lampade, gioielli e manifesti. Dal 1900 inizia a frequentare il pedagogo Alessandro Marcucci con il quale sperimenta metodi educativi ispirati ai principi del socialismo umanitario. Insieme daranno vita alle letture dantesche per le quali Cambellotti disegnerà una serie di grandi carboncini. Nei primi anni del Novecento inizia ad occuparsi di illustrazione, collaborando con importanti riviste tra cui “Italia ride”, “Fantasio”, “Novissima” e a realizzare le prime sculture in bronzo.

Con Marcucci, Giovanni Cena, Angelo e Anna Celli, Sibilla Aleramo, s’impegna nell’opera di alfabetizzazione degli abitanti delle campagne dell’Agro romano infestate dalla malaria. Per le scuole dell’Agro, Cambellotti inventa decorazioni e illustra testi scolastici. Ancora con Marcucci e con Cena, per l’Esposizione per il Cinquantenario dell’Unità d’Italia del 1911, organizza la Mostra dell’Agro Romano progettando una grande capanna dell’Agro che arreda con mobili intagliati dai contadini e con opere di Giacomo Balla e sue sculture tra cui il grande fregio “I cavalli della palude pontina” (1910) e la “Conca dei bufali”.

Dal 1905 inizia la sua attività di scenografo e costumista per il teatro, un’esperienza che lo accompagnerà per quarant’anni e che si svolgerà tra il Teatro Stabile e l’Opera di Roma, il teatro all’aperto di Ostia antica e il Teatro Greco di Siracusa, realizzando alcuni spettacoli memorabili come “La Nave” di Gabriele D’Annunzio del 1907.

Nel 1908 ha inizio l’importante esperienza legata alla rivista di taglio modernista “La Casa”, che rappresenterà in ambito romano un reale tentativo di rinnovamento dell’arte e dell’architettura. Da questa esperienza nasceranno i progetti e le decorazioni dei villini romani Bellacci (1908), Vitale (1910), Pallottelli (1922) e De Grossi a Castelgandolfo (1915) e prenderà il via un vitale sodalizio tra il gruppo di artisti legati a “La Casa” e il maestro vetraio Cesare Picchiarini. Impegnato nel tentativo di ridar vita alla vetrata artistica dal punto di vista tecnico e decorativo, il gruppo esporrà i risultati di queste ricerche in due importanti mostre a Roma (1912 e 1921) ed alle Biennali Internazionali d’Arte Decorative di Monza del 1923 e del 1925.

All’attività artistica Cambellotti unisce quella di insegnante, iniziata nel 1908 e svolta all’Accademia di Belle Arti, nelle scuole di ceramica di Civita Castellana e in quella Comunale del San Michele, confluita in seguito nell’Istituto Professionale di Roma. L’interesse dell’artista per la grafica si sviluppa nella cura editoriale e nell’illustrazione di collane e di libri pubblicati dall’Istituto Editoriale Italiano, tra i moltissimi titoli: “Storie meravigliose” di N. Hawthorne (1912), “Le mille e una notte” (1912-13).

Nel 1917 inizia a lavorare nel cinema, realizzando scenografie, costumi e cartelloni per il film “Frate Sole”, al quale seguiranno, tra gli altri, “Gli ultimi giorni di Pompei” (1926), “La corona di ferro” (1941) e “Fabiola” (1949), un’esperienza che si concluderà nel 1948 con gli studi per i movimenti di scena del film “Il cielo sulla palude” di Augusto Genina.

Nel 1926 interviene per la prima volta nella decorazione di un edificio pubblico decorando le Sale delle bandiere a Castel Sant’Angelo a Roma, a cui seguiranno la decorazione e gli arredi della Sala del consiglio dell’Istituto Eastman (1933), quelli per il Palazzo dell’Acquedotto Pugliese di Bari (1930-1934), della Prefettura di Ragusa (1933) e la Sala consiliare della Prefettura e l’Aula del Palazzo di Giustizia a Latina (1934-1936).

Nel 1931 viene incaricato della decorazione e dell’arredo della sede dell’Acquedotto Pugliese a Bari. La passione per la cultura del passato aveva ancorato Cambellotti ad un repertorio di forme riecheggianti comunque la classicità, escludendolo dalle rotture necessarie all’avanguardia; in questa occasione l’artista, già quasi sessantenne, riesce a rinnovarsi sia nel suo filone “studio”, qui adattato a eleganti uffici di rappresentanza, sia nel suo filone “povero-popolare” che trasforma in una esemplificata modernità per gli uffici tecnici. Nelle decorazioni parietali riprende antichi temi prediletti come le lavandaie che strizzano i panni e i cavalli che si abbeverano alle fonti. Negli arredi delle stanze destinate ai dirigenti inventa arditi connubi tra il romanico pugliese e il déco. Le arcate che sorreggono l’Acquedotto e i ponti canali mantengono un riferimento alla classicità, ma la cuspide, che alludeva al tetto, diventa l’onda dell’acqua, il cui tema, nel complesso della decorazione, libera un sentimento di letizia e dinamicità. L’acqua che scorre è resa concreta in rivoli di madreperla, marmi colorati, legni e bronzi. La varietà di soluzioni attuate dall’artista testimonia un’attenta sintonia con la contemporaneità e una professionale duttilità nella progettazione della vasta gamma gerarchica dei mobili richiesti dalla committenza. È soprattutto negli ambienti destinati ai tecnici, dove mette le forme al servizio della funzione abbandonando le simboliche ornamentazioni, che rivela un talento nuovo forse anche stimolato dalla collaborazione con le grandi industrie ebanistiche Liporesi & C. e Bega di Bologna. Quello dell’Acquedotto è un imponente corpus di circa 100 pezzi, composto da tavoli, scrivanie, poltrone, armadi, possente e funzionale, sagomato con mano sapiente, conservato pressoché intatto.

I suoi ultimi interventi sono per il Palazzo dell’Anagrafe a Roma (1938) e una grande Chimera di ceramica smaltata modellata per il Palazzo Grande di Livorno (1952). Negli anni Cinquanta l’artista continua a lavorare incessantemente, specialmente nella grafica e nel teatro.

Muore a Roma nel 1960.

 

Opere dell’artista, oltre che in numerose collezioni private, si conservano presso: Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, Comune di Latina, Museo Andrea e Blanceflor Boncompagni Ludovisi di Roma, Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, Museo del Teatro dell’Opera di Roma, The Wolfsonian International University di Miami (Florida), Museo di Arti decorative di Miami (Florida), Wolfsoniana Fondazione regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova.

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