Alessandro Corti

Saranno pure “millennials” e faranno anche parte della “generazione Y” quella che gli americani hanno ribattezzato “echo boomers”, nati nel pieno della rivoluzione digitale e cresciuti all’ombra della crisi economica, pronti a imbracciare il verbo della “sharing econony” o del “job-hopping”. Sulla carta sarebbero nemici giurati del posto fisso, tanto agognato dai genitori. Nella realtà, invece, non disdegnano affatto la possibilità di un lavoro stabile, magari a vita. I ventiduemila ragazzi (età media 33 anni) che hanno sfidato alla Fiera di Roma il vento gelido di “burian” per partecipare al concorsone dell’Inps sono il segno tangibile di una verità molto semplice: le dinamiche del mondo del lavoro sono più complesse dei luoghi comuni o delle facili etichette appiccicate ad un’intera generazione.

Attenti, però, a non cadere nell’errore opposto, quello cioè di considerare tutto fermo o di immaginare il mercato del lavoro simile a quello della generazione che ci ha preceduto, quando il lavoro era a vita, solitamente con un contratto a tempo indeterminato arricchito dall’articolo 18 e, perciò, quasi senza possibilità di licenziamento.

Quel mondo non esiste più. Basta dare un’occhiata a quello che succede in giro per rendersene conto. Prendiamo le Poste. Un tempo, negli anni del boom economico, era uno dei “carrozzoni” pubblici più ambiti dai tanti italiani alla ricerca del posto fisso. Una volta assunti, i postini si sentivano praticamente garantiti a vita, niente poteva scuotere la loro granitica posizione. Oggi, le stesse Poste, hanno avviato il percorso della privatizzazione, si sono quotate in Borsa. Ma, quello che più conta, stanno radicalmente cambiando pelle, cercando di assecondare la grande rivoluzione tecnologica che ha mandato in soffitta raccomandate e francobolli sostituendole da mail e allegati digitali. Non a caso, l’azienda si presenta con una varietà di servizi che nulla o poco hanno a che vedere con le Poste degli anni Ottanta. Ormai, siamo in presenza di un grande conglomerato finanziario-assicurativo che vende prodotti inimmaginabili per un tradizionale ufficio postale. Per questo le diecimila assunzioni annunciate dall’azienda non possono continuare ad alimentare il mito del posto fisso o alimentare vecchie illusioni.

Il problema, allora, è diverso. Non è affatto vero che i “millennials” disdegnano un’occupazione stabile o un contratto a tempo indeterminato. Ma sanno bene che, nel nuovo mercato post-global, il lavoro sta cambiando troppo velocemente per pensare di poter rimanere fermi ad aspettare il concorsone che ti sistema a vita. I nostri nonni il lavoro lo trovavano, i nostri genitori lo cercavano con buone possibilità di trovarlo. Alla generazione dei millennials spetta il non facile compito di crearlo, in un mondo che ha trasformato ormai il posto fisso in una palestra permanente di nuovi mestieri.