MEZZOGIORNO / Per fare sviluppo gli incentivi non bastano, serve una nuova classe dirigente – Parla Adolfo Bottazzo (Confindustria Caserta)

MEZZOGIORNO / Per fare sviluppo gli incentivi non bastano, serve una nuova classe dirigente – Parla Adolfo Bottazzo (Confindustria Caserta)

“Se il Mezzogiorno sta come sta, se la questione meridionale non si schioda, se non siamo riusciti a fare ciò che la Germania ha fatto in pochi anni per recuperare il divario della ex Ddr… una ragione vera c’è”. Parla Adolfo Bottazzo, amministratore unico di Yma (storica azienda alimentare specializzata nella produzione di latte e yogurt), vice presidente di Confindustria Caserta con delega al Territorio e all’Economia circolare. Bottazzo è un manager con impronta bocconiana, ma sorprende la sua ricetta per i problemi del Sud. “Il rimedio non è solo nei trasferimenti statali, nei fondi europei, negli incentivi. La risposta sta – dice – nel recupero dei suoi valori identitari”.

Dottor Bottazzo, parlare di valori identitari significa per molti girare il capo verso il passato, non verso il futuro…

Ed è sbagliato. Non tanto per il motivo, mai banale, che chi è senza memoria non ha futuro. Il problema è che i meridionali non hanno presente. E’ da lì che si dovrebbe incominciare.

In che senso? Spieghi meglio.

Io vivo a Torre Annunziata, un luogo meraviglioso e al tempo stesso violato dalla mano dell’uomo e dai problemi tipici di centri ad elevata conurbazione. Lavoro a Pignataro Maggiore, in terra casertana, dove pure osservo un habitat scisso in due. Da una parte grandi valori architettonici e artistici legati alla storia dei Borbone, spazi paesaggistici e naturali ancora vasti nella piana del Volturno, l’area industriale più grande del Mezzogiorno, dove risiedono aziende di assoluta eccellenza, i cui risultati non sono dissimili da quelli delle imprese della Brianza. Ma è un territorio con una reputazione non adeguata, per tante criticità del contesto ambientale. In mezzo ci siamo noi – imprenditori, professionisti, cittadini, giovani – che non sappiamo più chi siamo…

E allora provi a dirlo lei: chi siamo?

L’enunciato non è mio, lo prendo in prestito da Riccardo Muti, che lo rese in una video intervista al direttore del Mattino, Fabrizio Monga, proposta in un forum al Teatro San Carlo. Il grande direttore di origini napoletane pose una questione a mio avviso ineludibile allo stato delle cose. Perché la situazione è questa: incalza l’offensiva delle regioni del Nord, che fanno sistema in maniera eccellente, sulla vexataquestio della cosiddetta “secessione dei ricchi”, ossia l’autonomia differenziata.

Tema caldo dopo i risultati delle Europee che hanno visto la Lega affermarsi come primo partito in Italia…

Non voglio entrare nel merito. Osservo solo che la classe dirigente del Nord è compatta e solidale quale che sia il partito o lo schieramento politico di cui è espressione. Il Mezzogiorno resta invece un condominio spezzettato in regioni troppo piccole per fare da sole, troppo divise per fare massa critica. E di fronte ai tentativi di fuga autonomistica di Maroni e Zaia, rischia di rovinare per l’ennesima volta.

Vero. Al Nord sembrano tutti uniti nella lotta, sindaci leghisti e assessori del Pd.

Sì, sanno fare sistema, oltre che Lega…

Mentre nel Sud?

Nel Sud non c’è mai un presidente di Regione che provi a ragionare con i suoi omologhi sulle questioni comuni: la portualità, la logistica, le Zes, le infrastrutture di connessione… Il Mezzogiorno è un puzzle disordinato e disorientato. Restano lamenti e vittimismi, che non ci fanno fare un passo avanti.

Che cosa si dovrebbe fare, invece?

Comunicare di più che le economie del Nord e del Sud sono interconnesse e interdipendenti. Sfidare le classi dirigenti del Centro Nord sulla necessità di attingere ai mercati del Mediterraneo, dove si trova il futuro di tutti dopo il raddoppio del Canale di Suez. Non chiedere più incentivi per le imprese, ma risorse per il capitale sociale. A partire dalle infrastrutture di base. E’ paradossale che Matera sia diventata capitale europea della cultura senza avere il collegamento ferroviario attivo.

Detto così sembra un problema più nostro, di noi meridionali, che nazionale.

Non mi sfugge che l’autonomia differenziata sia un tema improponibile senza aver prima stabilito in maniera chiara ed oggettiva i fabbisogni standard. Né che un processo di federalismo non può andare avanti saltando a più pari il ruolo del Parlamento. E per giunta senza un dibattito serio nel Paese. Ma tutto questo dipende dagli altri, coi quali dobbiamo confrotnarci nella battaglia politica e nelle istituzioni ad ogni livello.

E cosa invece dipende da noi?

Dipende da noi ricentrare il presente sui valori di cui siamo espressione come popolo. E invece persino le elités del Mezzogiorno più attrezzate culturalmente, appena si parla del nostro passato sussurrando l’aggettivo “borbonico”, si lanciano in una corsa, che a volte raggiunge toni isterici, a smarcarsi e prendere le distanze. Distanze da cosa? Siamo tutti figli del nostro passato, dei Borbone non meno che dei moti della rivoluzione napoletana del 1799.

Di solito viene disapprovato il sogno di un passato che non può più tornare…

Quando va bene. In altri casi borbonico resta sinonimo di retrivo, retrogrado, conservatore. Se non peggio. Una dinamica che risale alla nascita della nazione italiana, che fu accompagnata dalla profonda rescissione delle radici storiche del Meridione.Qui c’è un grande vulnus a cui solo noi meridionali possiamo rimediare.

Ma lei sta parlando di avvenimenti di centocinquanta anni fa, non del futuro…

Parlo anzitutto del presente. Con la ferita ancora aperta della rottura storica che ha caratterizzato l’Unificazione, con lo strascico di violenze efferate e repressione sistematica che conosciamo, alle genti del Mezzogiorno è mancato e manca il collante psicosociale: l’orgoglio di sentirsi “popolo” che hanno tutti i popoli e che il Sud non ha più, ridotto com’è ad espressione geografica contaminata dal familismo amorale.

Lei dice che questo “smarrimento di senso” e assenza di sentimento unitivo sono cause della mai risolta questione meridionale?

E’ un male oscuro, ma feroce per le conseguenze che reca. Il Sud che ha smarrito la propria autentica vocazione, non ha una immagine coerente di sé, non conosce e non riconosce le radici della propria esistenza. E quindi non esprime una idea plausibile del ruolo da svolgere nel mondo di oggi e di domani. Risorse e incentivi, quand’anche profusi con generosità come in passato, non possono nulla. Certo non riescono a surrogare il bisogno di una ragione per cui vivere, di una missione da svolgere nel mondo, di una concezione della realtà valida per le sfide attuali e future. Alla base manca una forte e unitiva corrente spirituale, centrata sui miti fondativi di questa terra.

Che, al dunque, sono borbonici, non è così?

Ma no. Risalgono a Federico II e ancora prima alla Roma imperiale e ancora prima alla Magna Grecia. Ma come negare quello che si deve ai Borbone? E non parlo certo della prima ferrovia, ma di una smagliante cultura che ha raggiunto l’apice tra Settecento e Ottocento, distinta da innovazioni anche sul piano economico e sociale che sono state precorritrici di tante conquiste del Novecento.

Può fare qualche esempio?

L’elenco è lungo e sarebbe uggioso. Si va dalla piazza Carlo III di Borbone, la più grande d’Europa, rilanciata grazie a dieci aziende che hanno recuperato il disegno vanvitelliano dei giardini, al sito di Carditello, assistito da una Fondazione formata da professionisti dell’area casertana che hanno assicurato anche la vigilanza notturna.

Insomma i Borbone sempre presenti nel tracciato storico del suo territorio?

Siamo figli di quel passato ed è bizzarro disconoscerne il suo inestimabile portato. Chi lo ha fatto e lo fa, non si può poi rammaricare se la questione meridionale resta una incompiuta e il divario interno dell’Italia si acuisce invece di ridursi. Da questo dipende che la nostra gente non è mai diventata popolo, cioè non si mai computa la saldatura tra borghesia e classi subalterne che ha portato alla modernità altre nazioni europee.

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