Parla Giovanna Caporaso, docente e terapeuta

“A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale. La mente razionale è la modalità di comprensione della quale siamo solitamente coscienti. Ma accanto ad essa c’è un altro sistema di conoscenza – impulsivo e potente, anche se a volte illogica, c’è la mente emozionale”. Cita David Goleman di “Intelligenza emotiva” Giovanna Caporaso, psicologa, psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia autogena e delle principali Psicoterapie brevi. E’ docente di Scienze umane presso Liceo Statale Comenio di Napoli, dove è referente di Bullismo e Cyberbullismo e Disagio scolastico.

In foto Giovanna Caporaso

Professoressa, quindi per stare al mondo non basta l’intelligenza razionale?

Purtroppo a scuola, in famiglia, nelle aziende e negli altri luoghi deputati alla formazione e all’educazione, si continua a ritenere che l’intelligenza razionale sia la sola a permettere di risolvere i problemi e in genere conseguire buoni risultati. 

Invece occorre riconoscere ruolo e potenziale delle emozioni e lascare ad esse un posto al sole. E’ così?

Bisogna prendere atto che il ruolo e il potenziale dei sentimenti e, in particolare, delle emozioni, che oltretutto hanno la grande capacità di interferire con l’apprendimento,e con la gestione delle relazioni sociali e col nostro saper essere in generale. 

Prendiamo in esame la scuola, ossia l’ambiente in cui opera con i giovani. Cosa può dire a riguardo?

Il mio lavoro di docente e il mio sguardo di psicologa mi hanno fatto toccare con mano, vedere e vivere dal di dentro le contraddizioni di una scissione tra le due forme di intelligenza, quella razionale e quella emozionale. E mi hanno fatto intravedere molto chiaramente che tra le cause possibili della dispersione scolastica e dello scarso rendimento scolastico, oltre a numerose altre problematiche diffuse, c’è la mancanza di competenze relazionali ed emozionali in molti adolescenti, quantunque considerati, come si dice, normodotati. 

Ma come giudica il tema dell’intelligenza emotiva alla luce dei programmi didattici e delle attività consuetamente prese in considerazione a scuola?

Sono diventata consapevole della mancanza di uno spazio e di un tempo dedicati alla cura di questo aspetto non secondario del benessere psicologico. A scuola mancaattenzione per la dimensione emozionale dei comportamenti e dell’essere. Invece essa è fattore predittivo di un buon rendimento scolastico e in generale del successo formativo. 

Nel suo lavoro di tutti i giorni, cosa ha potuto fare per ridurre per quanto possibile gli effetti di questa mancanza?

La doppia prospettiva di insegnante e di terapeuta mi ha permesso di sperimentare direttamente a scuola, ciò che David Goleman chiama Curriculo del Sé. Devo dire che hopotuto talvolta organizzare percorsi mirati, laddove possibile, grazie alla collaborazione dei docenti e del dirigente scolastico, verificando quanta domanda inespressa esiste in questo ambito.

Ripartiamo da Goleman allora…

Nel suo libro intitolato “Intelligenza emotiva -Che cos’è e perché può renderci felici”, edito dalla Rizzoli, propone una vera e propria alfabetizzazione emozionale per l’insegnamento dell’intelligenza emotiva, allo scopo di educare alle competenze sociali ed emozionali. E lo chiama, appunto, Curriculo del Sé.

E di cosa si tratta?

E’ possibile insegnare, o quanto meno migliorare, l’autoconsapevolezza, attraverso l’identificazione e il riconoscimento delle proprie emozioni. E stimolare la capacità di cogliere i nessi tra pensieri, sentimenti e reazioni, di sapere prima ciò che si sta provando per poter imparare a gestirlo. Se ad esempio si sta per prendere una decisione in base a riflessioni o a sentimenti, si valutano le conseguenze di scelte alternative. 

Sì ma la facoltà principale da sviluppare non è il saper riconoscere le emozioni altrui?

Da questo punto di vista un’attenzione particolare va data all’empatia, ossia la capacità di assumere il punto di vista dell’altro. Di comprendere i suoi sentimenti. Di imparare a gestire l’ascolto, il dialogo, la collaborazione, cercando strumenti per affrontare i conflitti e i compromessi. Favorire lo sviluppo di una personalità empatica, vuol dire essere pronti ad entrare in sintonia, in un clima collaborativo, cooperativo e positivo con gli altri.

Rimettere dunque al centro della conoscenza individuale e della relazione sociale le emozioni. E’questo il punto?

Le emozioni agiscono come partner nei confronti della cognizione. Sono interferenti nei processi di apprendimento e sono rilevanti nella gestione della rete sociale. E si rapportano a tutte le manifestazioni più intime della psicologia umana, con importanti risvolti nei comportamenti.

Il Covid-19 ha messo in evidenza come bambini e adolescenti, privati dei loro spazi educativi e scolastici, così come di quelli ricreativi e sportivi, abbiano risentito notevolmente dell’impatto della pandemia sulla dimensione emotiva e sociale. Cosa può dire a questo riguardo?

Nel suo Report di maggio 2021, l’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, si legge che l’impatto globale della pandemia da SARS-CoV-2 sulla salute pubblica è stato devastante. Bambini e adolescenti, più vulnerabili, sebbene non coinvolti in maniera importante nella battaglia al virus, continuano a subire più o meno indirettamente gravi ripercussioni a diversi livelli, dal piano emotivo a quello educativo, da quello fisico a quello psicologico.

di Raffaele Tovino