Memorie di un avvocato. Come smontare l’interlocutore inutile

Di Pasquale D’Aiuto. Avvocato

L’insigne chirurgo Dr. Omissis, che operava presso un rinomato nosocomio napoletano – si era nel 1976 – aveva appena terminato un intervento sulla madre di un amico di famiglia. Uscendo dalla sala operatoria, stava recandosi dai parenti in amorosa attesa quando venne fermato da una persona che esordì così: “Dottore, volevo farle i complimenti per il lavoro svolto”.

Non ebbe modo di aggiungere altro. Quel professore, dimenticando, solo per un attimo, i consueti modi cortesi ed il tono di voce flautato e rassicurante, sbottò qualcosa del genere: “Come si permette di complimentarsi? Quale titolo di studio a carattere sanitario possiede per essere in grado di valutare il mio lavoro?”. Ciò detto, si licenziò dall’interlocutore e, giunto dai parenti di cui sopra (testimoni ancor nitidamente memori), rientrato immediatamente nel proprio habitus, spiegò brevemente: “L’intervento è andato bene. La paziente potrebbe subire degli abbassamenti di voce”. Indi, andò via.

Perché raccontare questo episodio – grazie, Franca! – a Voi? Perché è rappresentativo, seppure dal punto di vista esattamente contrario ed in modo piuttosto parossistico, di quel che è diventato il mondo, in cui tutti si credono in grado di commentare o giudicare qualunque persona o cosa. In cui, per dirla come piace a noi del Sud, ‘a gente nun se ammisura ‘a palla.

Ma perché? Dove stava il giudizio nell’approccio di quel tizio? In questo: il malcapitato quivis de populo, il quale voleva essere soltanto gentile e non meritava certo una risposta del genere, presumibilmente intendeva dire “Grazie!” ma, ahilui, commise un imperdonabile errore ostativo: rivolgere i “complimenti” ad un medico di chiara fama che aveva svolto il proprio prezioso lavoro.

Ora, il fatto è che, per farla breve, il complimento è pur sempre un giudizio. Positivo, certo; ma quello è: un giudizio. Il che implica capacità, competenza, superiorità di chi lo emette. Se ne ha il diritto? Se ne posseggono i titoli? Spesso, no. Il tizio tapino, certamente, no. Questo intendeva il chirurgo: di’ grazie e pooooooi, magari, complimentati pure!

La storiella del medico un po’ collerico mi ha indotto a ricordare un episodio cui ho assistito. Una decina di anni fa, un professionista di spessore era tra i relatori di un evento pubblico. Al termine del suo intervento prese la parola una collega, che pensò bene di meritarsi la ribalta con un’osservazione piuttosto ovvia e pure ripetitiva. Ebbene, il Nostro ascoltò pazientemente; poi, sorrise e replicò con una sola parola: “Brava!”.

Sulle prime, non compresi che c’era del metodo in tale reazione ma poi (e qui, devo ringraziare Bianca), lo intesi: non aveva fatto altro che impiegare la versione sobria, acutissima e beffarda della reazione fondamentalistica del nostro Dr. Omissis. Credo che il concetto alla base sia, più o meno, questo: “Perché mai io, dopo decenni di studio e di onorato lavoro, dovrei patire, e pure in pubblico!, la replica pleonastica (o, peggio, la critica) di un profano oppure la chiosa scolastica e sterile del collega, e dunque un giudizio? Come posso smontarlo ed evitare sterili chiacchiere? Lo giudico anche io! E come lo giudico? Con un “Bravo!”.

In effetti, l’esclamazione tranchant ottiene l’effetto di disorientare l’altro, che definiremo L’Interlocutore Inutile (o Imbecille) od anche Il Giudicante Implicito“Sfotte? È serio? È tutto qui?”, penserà. Nel frattempo, però, la ribalta ha coperto le luci, il proscenio è divenuto buio e ciao.

Certo, il caso del Prof. Omissis rappresenta l’iperbole. Ma serve a comprendere a cosa dovremmo mirare: al rispetto delle competenze altrui, alla cognizione dei nostri limiti e, quindi, alla volontà di apprendere per accrescerci e comunicare credibilmente. Sopra ogni cosa, all’adozione di un codice verbale che si ispiri a tali principi. Perché le parole sono importanti.

Nessuno di noi è esente, però, dal vizio dell’osservazione imbecille e dal giudizio implicito, questo è il problema. Possiamo provare a contenerci ma quest’epoca di social media non aiuta. Un certo Umberto Eco, nel giugno 2015 a Torino, all’atto di ricevere la laurea honoris causa in «Comunicazione e Cultura dei media», fu geniale: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Sipario.

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