ll Diario della crisi. M5s_Pd: 36 ore per chiudere o per dirsi addio

ll Diario della crisi. M5s_Pd: 36 ore per chiudere o per dirsi addio

Poco più di 36 ore per chiudere o dirsi addio. La trattativa per il governo giallorosso entra nel vivo: «Saremo chiamati mercoledì a tornare dal presidente della Repubblica —l’annuncio ieri sera del segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti —. Faccio perciò un appello al M55, e anche alle altre forze di centrosinistra che vogliono partecipare, a vederci già da domani (oggi, ndr). Si superino le timidezze e si entri nel merito delle questioni: voglio un governo green…». Non ci sarà però un nuovo «contratto» come quello M55-Lega, ma «un patto di governo» e dovrà essere di «svolta». Qui, però, arriva il nodo: «La discontinuità va garantita anche da un cambio di persone», scandisce il leader dem che al telefono col capo dei 5Stelle Luigi Di Maio ribadisce il suo «no» per Conte a Palazzo Chigi. I grillini, però, su questo non transigono e con una nota gelida, ultimativa, ristabiliscono una distanza netta: «La soluzione è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti da Di Maio. L’Italia non può aspettare il Pd…». Replica Andrea Orlando, l’ex Guardasigilli: «Sono giorni che aspettiamo di parlare dei problemi del Paese mentre i 5 Stelle parlano solo di poltrone». Pure Beppe Grillo sul suo blog ieri aveva postato un endorsement per la conferma di Conte premier. Il M55, insomma, resta rigido, guardingo e anche irritabile: «Di Maio non ha mai proposto a Zingaretti di lasciare al Pd la maggior parte dei ministeri chiave — sottolinea lo staff M5S smentendo alcune voci —. Non ci sono giochini in corso…». Zingaretti, dal canto suo, ce la metterà tutta, continuando a lavorare al Nazareno per mettere a punto il programma da sottoporre a Di Maio. Intanto, Nicola Fratoianni, di Leu-Sinistra Italiana, risponde sì al suo appello: pronti anche loro a dare una mano. Zingaretti comunque dice no a «un rimpastone che l’Italia non capirebbe» e conclude fiducioso sull’esito dei futuri incontri coi MSS: «Sono convinto che si troverà una soluzione». Intanto c’è già un plotone di ministri in pectore che, in queste ore, scruta con sguardo interessato l’esito ancora incerto della trattativa fra Zingaretti e Di Maio. Le variabili sono tante e quella principale riguarda ovviamente la fattibilità dell’operazione “MaZinga”. Ma c’è la seconda incognita, che riguarda la permanenza o meno di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. In caso positivo, ovvero nell’ipotesi ufficialmente proposta dal capo politico di MSS, la delegazione dem nell’esecutivo sarebbe più larga e andrebbe a occupare poltrone di serie A. Il Nazareno, in ogni caso, si avvia a schierare una squadra che rappresenta in pieno il nuovo establishment del partito ma anche l’anima renziana. Fra i papabili il senatore Antonio Misiani, responsabile del settore economia del partito, nel ruolo di successore di Giovanni Tria. E nel governo potrebbero trovare spazio i due vice di Zingaretti, Paola De Micheli (si parla di Sviluppo Economico), e un nome di peso come quello di Andrea Orlando, che a sorpresa potrebbe reindossare i panni del Guardasigilli. Ma per la Giustizia c’è anche la suggestione Pietro Grasso (Leu). Un’altra figura di spicco del Pd, l’ex premier Paolo Gentiloni, potrebbe tornare agli Esteri, anche se per la Farnesina restano alte le quotazioni di Enzo Moavero Milanesi, personalità non sgradita al Nazareno. Resta il nodo del Viminale, dove un esponente dem dovrà raccogliere la pesante eredità di Matteo Salvini: non ha mai smesso di circolare il nome di Marco Minniti, anche se è nota la predilezione di Matteo Renzi per il capo della polizia Franco Gabrielli. Per quel che riguarda invece la futura squadra grillina non ci sarà sicuramente Danilo Toninelli pronto a essere sostituito alle Infrastrutture dal capogruppo grillino al Senato, Stefano Patuanelli. In ascesa sono invece le quotazioni di Lorenzo Fioramonti, vice ministro dell’Istruzione, e soprattutto di Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo gialloverde. Minori possibilità di entrare in una squadra col Pd avrebbe Alessandro Di Battista, che in questi giorni ha espresso una posizione filo-leghista. 

L’offerta di Conte: via i decreti di Salvini. Giuseppe Conte si muove, silenziosamente. Sa che ogni mossa va ponderata al millimetro. E quella che ha in mente di compiere nelle prossime ore va dosata al meglio: promettere una revisione corposa dell’odiato decreto sicurezza fortissimamente voluto da Matteo Salvini, per tendere la mano al Pd. Cambiarne l’impostazione, su cui era scettico fin dal principio in nome di alcuni cardini costituzionali, dopo aver però accettato la forzatura della Lega sul testo. Mai trasferta internazionale fu più benedetta, va detto. Conte può centellinare anche gli sms. Ma quelli che riceve lo rincuorano. Dal Colle continuano ad arrivare segnali positivi. E ogni giorno si aggiungono sponsor al Conte bis. Un esempio? Pierluigi Castagnetti, che di Sergio Mattarella è amico: «La lezione di Berlinguer nel 1976 fu quella di accettare Andreotti, perché riteneva che sono i programmi e non le persone il terreno e lo strumento della discontinuità». Messaggi in bottiglia, progetti per uscire dallo stallo. Come quello presentato ieri da alcuni autorevoli pontieri grillini alla segreteria dem. L’offerta manca ancora del bollo ufficiale di Di Maio, ma prevede uno “scambio” tra il capo 5S e Giuseppe Conte. In cambio della riconferma del premier uscente, i cinquestelle sarebbero pronti ad assegnare al Pd ministeri di peso come Interni, Economia, Giustizia. A favore del professore con la pochette, gioca la simpatia che lo circonda in Europa e negli Usa. Trump gli ha concesso un colloquio-passerella di 10 minuti e non è poco, considerando che è un premier dimissionario. Oltreoceano non dimenticano la cotta di Salvini per Putin. Conte, poi, che si è posto a muro contro il sovranismo, gode di esplicite simpatie nelle cancellerie europee. Da Macron alla Merkel, al Partito popolare europeo, non sono mancati gli ammiccamenti. Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, un polacco anche lui cristiano-popolare, è stato il più diretto: «Conte è uno dei migliori esempi di lealtà in Europa. Su di lui posso dire solo cose positive». D’altra parte, Conte è dietro la scelta del M5S di votare per la tedesca Ursula von Der Leyen a presidente della Commissione. Questa forte benevolenza parte da lontano, dagli studi di Giuseppe Conte a Roma, a Villa Nazareth, una scuola di eccellenza che dipende dalla Segreteria di Stato vaticana. Si racconta di un grande lavorio dietro le quinte da parte dell’arcivescovo Claudio Maria Celli, attuale direttore della scuola. Compagno di studi è stato l’attuale segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che magari non si è espresso pubblicamente a favore dell’inquilino di palazzo Chigi, ma non ha mai fatto mancare le sue bordate contro Salvini nei momenti topici. E comunque bastano e avanzano le parole spese dal Pontefice appena qualche settimana fa: «E’ un uomo intelligente – ha detto Papa Francesco, il 3 giugno scorso – un professore, sa di cosa parla». Ottimi poi i rapporti con la Comunità di Sant’Egidio, che più di tutto teme il ritorno alla «politica della paura».  Uno spiraglio minimo alla fine sembra essersi aperto. Una breccia ancora strettissima e disagevole, ma sufficiente a far pensare a Sergio Mattarella che la trattativa tra i 5 Stelle e il Pd possa concludersi con la nascita di un governo.

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