L’Italia non è un Paese per laureati

Antonio Troise

Non siamo un Paese per giovani. E neanche per laureati. La classifica Eurostat non lascia nessun margine di errore: peggio di noi c’è solo la Romania. Gli studenti che riescono a raggiungere il traguardo del titolo accademico sono solo una minoranza: appena il 26,2%, poco piu’ di un giovane su quattro. Ma davvero i nostri ragazzi non hanno voglia di studiare? E, che preferiscono un lavoro subito, sia pure precario, pur di non perdere tempo per diventare dottori? La verità, probabilmente, è piu’ complessa. Tanto per cominciare c’è da fare i conti con la grande crisi economica, che ha ridotto il reddito disponibile, ha impoverito le famiglie e ristretto quindi i margini a disposizione per sostenere le spese universitarie. Piu’ che versare rette e acquistare libri, gli italiani hanno cercato di arrivare alla fine del mese. E non sempre ci sono riusciti.

Ma c’è di piu’. Non è affatto detto che la pergamena costituisca una sorta di permesso di soggiorno per entrare nel mondo del lavoro. E magari anche restarci. I numeri, anche su questo fronte, sono chiarissimi: solo un laureato su due, infatti, riesce a conquistare un posto di lavoro stabile o all’altezza delle aspettative. Per il resto i giovani si devono accontentare di quello che trovano. Tanto che nella maggior parte dei casi, il lavoro che riescono ad agguantare è ben al di sotto delle loro capacità professionali e aspettative. E, probabilmente, non li accompagnerà fino alla pensione. Come a dire, laureanti e perdenti.

C’è, infine, un’ulteriore considerazione. Se l’università italiana continua a non avere appeal e a non attirare i giovani, la ragione è forse nella stessa istituzione. Gli atenei, infatti, sono autoreferenziali, spesso scollegati dal mercato del lavoro e chiusi in un recinto che non offre vere opportunità ma solo vaghe speranze di un’occupazione soddisfacente. Tanto che molti ragazzi si rivolgono alle università straniere, spesso per un biglietto di sola andata.

Del resto è davvero difficile aspettarsi di piu’ da un Paese che continua ad indossare la maglia nera, in Europa, per quanto riguarda le spese per educazione e istruzione. Per non parlare di quelle sostenute per il capitolo della ricerca e dell’innovazione. Anche in questo caso l’Italia galleggia, stabilmente, nel fondo della classifica.

Eppure, nelle società moderne, è noto che ancora di piu’ del capitale finanziario conti quello umano, fatto di capacità e competenze, professionalità ed esperienza. L’esatto contrario di quello che avviene in Italia, dove le università sono spesso governate con vecchie logiche baronali che non premiamo il merito ma solo l’appartenenza a questo o quel clan. Con buona pace dei giovani che dall’università si aspettano l’esatto contrario.

Fonte: L’Arena

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