L’Ilva di Taranto muore e la politica tace: pensa alle elezioni

La politica perde il pelo ma non il vizio. A Taranto ci sono decine di migliaia di lavoratori che perdono il posto, Arcelor MIttal è riuscita a mantenere il controllo della fabbrica con i 500 milioni di prestito dati dalla Sace (sempre pubblica). Il resto lo mette lo Stato (cioè sempre i contribuenti). E la politica che fa? Tace. Il nodo Ilva è completamente uscito dal dibattito politico. È vero la domanda d’acciaio non è fortissima – scriva l’ex leader della Fim-Cisl, Marco Bentivogli – ma importare acciaio anche in queste condizioni e tenere le persone in cassa integrazione è una vergogna. Il Governo si sta cimentando, nella raccolta dei progetti per il Next Generation Eu, benissimo. Ma in mi Paese che ha il 52% dell’export fatto di metalmeccanico, di cui il pezzo più grosso fatto di meccanica strumentale, subordinare le politiche industriali alle elezioni regionali fa capire quanta importanza si conferisce a quei progetti di rilancio. Mettere insieme tutti i progetti su green e digitale va bene. Ma Ilva è la più gran de sfida europea di rilancio sostenibile della siderurgia. Una sfida che il nostro Paese ha messo in secondo piano rispetto allo scontro tra partiti, procure e potentati locali.
Ora è in un binario morto nell’attesa del 21 settembre. Non è solo intollerabile, ma rende tutti gli altri piani poco credibili.

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