Lettera aperta a un ladro

Prima di tutto mi viene da dire: -“Che Dio abbia pietà della tua anima”. E certamente l’avrà, perché Lui è tanto buono e tu tanto sfortunato. Sfortunato in quanto, se non ti manca il denaro, certamente ti manca il senso dell’onore e quello della carità.

Ladro, un termine che sembra avere una connotazione tanto chiara, eppure già se ci rifacciamo all’Italiano sembra divenire “scivoloso”:

-“Chi ruba occasionalmente o abitualmente: di bestiame; banda di l.; frequente in similitudini, con generico senso negativo o spregiativo: vergognarsi come un ladro; ladro di polli (che ruba cose da poco). Ma è usato anche con riferimento a chi richiede un prezzo eccessivo, oppure colui che ruba, perché disonesto come un bottegaio .

Ricordo un caso che mi colpì:

– “Il tribunale ha condannato all’amputazione delle dita di un ladro e l’horror è stato eseguito in una piazza pubblica nella città meridionale iraniana di Shiraz Giovedì, Jan. 24, 2013. Il 29 ultimo scorso l’uomo era stato condannato per avere fatto parte dei dieci membri della banda che ha effettuato furti in città e con l’accusa di avere “relazioni illecite”, secondo l’agenzia di stampa Mehr é stato condannato a l’amputazione di tre dita, la confisca dei suoi beni e di tre anni di carcere. “-

Nel sistema giuridico iraniano, sulla base della Sharia, è prevista l’amputazione degli arti per furto.

Parlo di ladri in quanto oggi “con destrezza” e a colpa della mia stupidità, nella folla di un mercatino, dove la gente non va certamente da ricca (anzi: annoto quante persone, ma davvero tante, si recano ai mercatini “delle pulci” per acquistare stoviglie usate, beni davvero di prima necessità come panni e biancheria usata, abiti da bambino, culle usate e tanto altro), in un momento di distrazione (ladro velocissimo), mi hanno rubato il cellulare che portavo incautamente in tasca.

Ecco: qui non si tratta del furticello in sé (forse credeva fosse un portafoglio zeppo di denaro), ma del furto di dati personali, ossia foto trasmesse in famiglia, quindi furto di memorie, di momenti, magari anche non ripetibili.

Bene: mi riesce un poco difficile perdonargli: il cellulare era vecchiotto (pensavo di cambiarlo), ma era mio, pieno di reminiscenze e, una volta bloccata la scheda, cosa è rimasto al ladro se non quelle? Mie.

Caro ladro, dunque: valeva davvero la pena o ti è rimasto l’amaro in bocca? Sono convinta che in ogni caso ai ladri resti davvero e solo quello.

Tuttavia occorre rimarcare che “ladro”, non vuole dire soltanto “furto”. Se ci riferiamo ai numerosissimi furti nelle ville, laddove, con estrema ferocia, si uccide, si maltratta, si violenta. Ai furti nelle gioiellerie, nei tabaccai, laddove “il padrone di casa” spesso ci lascia la vita. Con il risvolto inquietante di molti casi in cui è toccato al ladro fare una brutta fine, in quanto il malcapitato “padrone di casa” si è difeso sparando, ferendo, uccidendo.

Di questi casi si discute un po’ ovunque (carta stampata, giornalismo video, giornalismo on-line, radio). Chissà che la legislazione attuale non sia in qualche modo costretta a modificarsi (per mano di legislatore, ovviamente), per farsi carico di un risvolto drammatico quanto inquietante rispetto al principio della difesa personale.

Intanto non occorre dimenticare i “gradi ladri”, i tanti che appartengono (o sono appartenuti), ad Istituzioni pubbliche della cui coscienza non siamo certi, tanto di più che, parafrasando un noto politico del passato potremmo dire: – “La coscienza rimorde a chi la possiede”.-

Dobbiamo alla svolta analitica di Edward Sutherland (studioso statunitense), verso gli anni  ’30 la definizione di “White collar crime”, che nel tempo si è organizzato come un polpo, raggiungendo livelli sistemici, causando al tempo la “grande depressione”, il crollo borsistico di New York del ’29, laddove, appunto tra il ’28 e il ‘29, la finanza statunitense, a causa di una follia speculativa che non aveva avuto l’uguale in precedenza e con l’ausilio dei mezzi d’informazione compiacenti e di voci credibili delle istituzioni federali “illuse” la gente comune come me (come noi), che finì a “carte quarantotto”, in un’orgia di suicidi e fallimenti.

Cosa che possiamo tranquillamente annotare anche nei giorni nostri, nella nostra Italia. Mentre il “mio ladruncolo” siamo in grado ritenere abbia agito in stato di bisogno (fosse anche per uno spinello, se non di un panino), per questi “grandi ladri” non possiamo pensare che soffrano di handicap sociali e quindi non è per un impellente deficit economico che rubano.

A chi rubano? Nelle tasche di chi?. Sempre in quelle della povera gente simile a me (simile a noi?). Gente che si affida ad una banca, com’è capitato per la Banca Etruria, laddove trentacinquemila toscani hanno perso tutto.

Si evince che la “perdita media” sia stata dai quindicimila ai ventimila euro.

A giugno del 2016, nel Vicentino, a causa di un dissesto finanziario della Banca popolare di Vicenza, hanno perso molto, se non tutto, gli azionisti.

Un crollo finanziario di cifre da brivido che fatichiamo a realizzare materialmente: undici miliardi di euro. Come sempre a perdere tutto  se non di più (si può perdere la vita), sono stati “i poveri”.

Ladri: d’identità, di rispettabilità, d’intimità, di salute, di esistenza, d’innocenza di bambini, di fiducia.

Sempre ladri. Non certo come quelle persone (spesso anziane e con pensioni da fame), che rubano le scatolette di carne o tonno nei supermercati. Qualcosa mi dice che, sapendo come anche in Paradiso vi siano delle gerarchie, il nostro Buon Dio le applichi a chi merita, senza sconti, nell’aldilà.

Bianca Fasano

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