Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 3 maggio 2019

Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 3 maggio 2019

Economia e Finanza 

Riparte il mercato dell’auto. Ancora numeri positivi dall’economia nazionale. Secondo la Motorizzazione civile in aprile le vendite di automobili sono cresciute dell’1,5% rispetto a un anno fa, invertendo un trend che durava da tre mesi. Rimane invece negativo il bilancio dei primi quattro mesi (-4,62%). La componentistica automotive non soltanto cresce sui mercati esteri in un anno molto difficile per il settore auto in Italia, ma migliora, di circa un miliardo, la bilancia commerciale. È quanto rivela l’elaborazione fatta dall’Anfia – l’Associazione delle imprese della filiera sutomotive – sui dati relativi alle esportazioni nel corso del 2018. L’anno scorso le imprese dell’indotto auto hanno esportato componenti per 22,4 miliardi di euro, il 5% in più rispetto al 2017, mentre l’aumento delle importazioni è stato molto più lieve, dello 0,5%. E così, grazie ad una dinamica positiva delle vendite all’estero la bilancia commerciale raggiunge un saldo positivo di circa 6,8 miliardi con un incremento del 17% rispetto al 2017. Intanto, Mike Manley, l’amministratore delegato di Fca, spiega il perfezionamento dell’accordo per la cessione della Magneti Marelli ai giapponesi di Calsonic Kansei per circa 5,8 miliardi di euro. L’operazione avviata nei mesi scorsi ha ricevuto le necessarie autorizzazioni normative e dell’Antitrust e ha permesso al consiglio di amministrazione di approvare la distribuzione ai soci di una cedola straordinaria di 1,30 euro per azione.

Salvataggio di Alitalia. Luigi di Maio dà un’accelerazione alla trattativa per il salvataggio di Alitalia. «Ci sono Ferrovie dello Stato e c’è Delta, ci sarà il ministero dell’Economia. In base a quello che stiamo vedendo della torta manca un 15%», dichiara il ministro dello Sviluppo, quando ancora manca il via libera ufficiale — che però dovrebbe arrivare nelle prossime ore — alla proroga chiesta dalle Fs per presentare un’offerta vincolante perla compagnia sull’orlo della liquidazione. «Questi sono i giorni in cui ci sono le trattative, i commissari stanno valutando, e le offerte stanno arrivando», sostiene Di Maio. «Per formare un nuovo azionariato ci sono Ferrovie dello Stato, Delta e ministero dell’Economia. In base a quello che stiamo vedendo della torta manca un 15% – ha detto ieri ottimista il vice-premier -. I commissari stanno valutando, e le offerte stanno arrivando». La partita, in realtà, è ferma al punto di febbraio. Anzi, da allora, ha fatto un passo indietro: Easyjet si è ritirata dal pool di potenziali compratori e i soldi sono arrivati solo da realtà sensibili alla moral suasion pubblica cui potrebbero ora aggiungersi altri nomi nell’orbita dello Stato come Invitalia e il fondo QuattroR, finanziato da Cdp e dalle casse previdenziali.

Politica Interna 

Caso Siri, Conte invoca le dimissioni. Sale la tensione nella maggioranza per il caso Siri. II premier Giuseppe Conte sfida il vice Matteo Salvini e chiede la testa del sottosegretario leghista, indagato: «Giusto che si dimetta». E rivendica la decisione come «massima autorità». Replica il leader leghista: «Me lo deve spiegare». L’altro vicepremier Luigi Di Maio invita l’alleato di governo a lasciarsi alle spalle il problema: «Pensiamo a lavorare». Si difende Armando Siri: «Non possono scaricarmi così». Risponde ancora Conte: «Le dimissioni o si danno o non si danno, le dimissioni future non hanno molto senso». Adesso la palla passa al Consiglio dei ministri per la decisione. Tutto accade all’improvviso. Con Salvini in missione a Budapest per studiare il muro anti-migranti del “cugino” sovranista Orbán e Di Maio impegnato a illustrare il programma del M5S per l’Europa, la fine della telenovela sul caso Siri sembrava destinata a slittare ancora. Per la procura di Roma, Armando Siri avrebbe intascato una mazzetta da 30 mila euro. Questo il prezzo di un emendamento che doveva favorire gli affari siciliani di Paolo Franco Arata, il consulente per l’energia di Matteo Salvini in società con Vito Nicastri, il “re” dell’eolico vicino al latitante Matteo Messina Denaro. È Arata a parlare di quella mazzetta, il 28 settembre dell’anno scorso. E non sospettava certo di essere intercettato dalla Dia di Trapani su ordine della procura antimafia di Palermo. Al figlio Francesco e al figlio di Nicastri tracciava il bilancio degli affari e prometteva nuove prospettive, proprio grazie a quell’emendamento sponsorizzato da Siri. Ma, all’epoca, i 30 mila euro erano stati già pagati? L’indagine della procura di Roma punta a dare una risposta, passando nuovamente al setaccio incontri e telefonate fra il sottosegretario e il consulente faccendiere, negli ultimi sei mesi. Ecco perché i tempi dell’inchiesta non si prevedono brevi, magistrati e investigatori della Dia sono a caccia della mazzetta.

Migliorano le consizioni di Berlusconi. Dimissioni entro trequattro giorni. La sua capacità di non mollare mai ormai è nota: «E’ una roccia», dice la figlia Marina. «E’ un combattente», gli fa eco Piersilvio. I giorni dello spavento sono passati. La speranza di Silvio Berlusconi è di tornare a casa per domenica, lunedì al più tardi, con l’obiettivo di riprendere il prima possibile la campagna elettorale perle Europee del 26 maggio. «L’abbiamo scampata bella anche stavolta…» è la sua battuta che raccoglie l’Adnkronos, ripresa da diverse testate online. Il leader di Forza Italia, 82 anni, ricoverato al San Raffaele da martedì quando viene operato d’urgenza per un’occlusione intestinale, da ieri non è più in terapia intensiva, ma nella solita camera al sesto piano del padiglione Diamante, quello dedicato ai solventi. La voglia di tornare in campo deve, però, fare i conti con brutto colpo inaspettato che ancora una volta lo mette alla prova.

Politica Estera 

Mattarella in visita in Francia, Savini incontra Orban. Lo strappo con la Francia è stato rammendato. Anzi no, garantisce Sergio Mattarella: non c’è stato nemmeno bisogno di ricucire perché i legami storici, culturali e affettivi con i cugini d’Oltralpe sono troppo forti per essere compromessi dalla famosa scampagnata di Di Maio coi gilet gialli, che indispettì Emmanuel Macron al punto da fargli richiamare l’ambasciatore a Roma, Christian Masset. Acqua passata. Prova ne sia che proprio il presidente francese ieri ha dedicato l’intera giornata all’ospite italiano, con l’ottimo pretesto delle celebrazioni leonardesche (ricorre il cinquecentesimo anniversario della morte). Macron ha scortato Mattarella dapprima alla Clos Lucé di Amboise, nell’ultima dimora del grande genio italico che i francesi sentono sempre più loro, quindi al suo sepolcro, infine al fiabesco castello di Chambord che molto deve nel progetto proprio alle intuizioni di Leonardo. Da parte italiana è filtrato soltanto che si è molto parlato dell’importanza di rilanciare l’Unione europea e le collaborazioni bilaterali nei vari campi, che oggi non brillano in particolare su Tav e Libia. Intanto, Matteo Salvini incontra Orban, e i due leader immaginano un’Europa fatta di Stati-nazione forti, frontiere chiuse ai migranti, competenze tolte a Bruxelles sulla sicurezza, accordi commerciali e finanziari rivisti con quei Paesi africani e asiatici che non agevolano il rimpatrio dei loro cittadini. Per cambiare quella che il premier magiaro definisce l’Europa del «bla bla di Bruxelles sui populisti», il 26 maggio dal voto europeo deve nascere una nuova maggioranza, un’alleanza tra il Partito popolare e la nuova destra. «Io voglio dialogare e collaborare con persone e partiti vitali, forti, che hanno il consenso dei loro popoli, come il mio amico Salvini e il suo partito».

Scontri in Venezuela. 
Lo scontro frontale, in Venezuela, non dà tregua. Il Venezuela continua a essere teatro di due imponenti mobilitazioni, a favore e contro il governo in carica a Palacio Miraflores in cui Guaidó ha chiesto ai suoi militanti di accompagnarlo per ottenere, appunto, «la fine della usurpazione» del potere da parte di Maduro, mentre quest’ultimo ha celebrato «la sconfitta della destra golpista» che «voleva portare il Paese alla guerra civile». Il bilancio degli scontri è di quattro morti, tra cui due adolescenti, e decine di feriti. Maduro, rivolgendosi alla “marea rossa”, descritta dai suoi collaboratori come «vari chilometri di militanti», ha parlato di quella del 1 maggio come di «una delle marce più grandi della storia», «una mobilitazione monumentale». Alludendo infine alla rivolta militare di martedì guidata dal leader di Voluntad Popular, Leopoldo López, e da Guaidó, ha ribadito che gli avversari «debbono capire una volta per tutte che entrare nel Palazzo presidenziale di Miraflores è possibile solo col voto popolare e mai con l’uso di armi contro la Repubblica».

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