Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 26 luglio 2019

Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 26 luglio 2019

Economia e Finanza

Bce, Draghi ricarica il bazooka. A distanza di sette anni dal 26 luglio 2012, quando Mario Draghi pronunciò il famoso discorso del “whatever it takes” a Londra contro la dissoluzione dell’euro. il presidente della Bce ieri ha sfoderato di nuovo tutta la determinazione della sua istituzione, preannunciandola messa a punto di un ampio programma di misure e opzioni vecchie e nuove (dal taglio dei tassi, al tiering, a un nuovo QE), in risposta «alla necessità di un orientamento di politica monetaria altamente accomodante per un prolungato periodo di tempo», per sconfiggere questa volta un altro insetto strano, un’inflazione troppo bassa troppo a lungo «che non ci piace». E per contrastare un rallentamento economico che, nella seconda metà dell’anno, invece di migliorare con un rimbalzo va peggiorando: nella speranza che alla politica monetaria della banca centrale si affianchino adeguate politiche fiscali, nel caso di deterioramento ulteriore dell’economia. Tante le novità, anche nel solo linguaggio, annunciate e puntualizzate una ad una da Draghi ieri, pur senza azioni concrete, in vista di un corposo pacchetto di stimolo condiviso in larga misura dal Consiglio direttivo. Il presidente è stato chiaro: se l’economia dovesse andare di male in peggio, la politica fiscale sarà sempre più importante. Per Paesi con alto debito, sono indicate politiche di consolidamento fiscale pro-crescita ma senza far allargare lo spread. La Bce la sua parte la farà, con la determinazione del whatever it takes, e Christine Lagarde sarà un nuovo presidente «eccezionale» ha assicurato Draghi: ma la Bce non potrà fare tutto da sola. Eppure i principali governi di un’area euro divisa e in transizione stanno a guardare. Implicitamente, hanno delegato alla Bce il compito di assicurarli contro un torpore dell’economia che prosegue. Solo la Banca centrale per adesso sta stendendo una rete di sicurezza, mentre in autunno Donald Trump potrebbe annunciare dalla Casa Bianca nuovi dazi sull’auto europea. Draghi ieri ha fatto sapere che una lunga lista di possibili misure entra ora in una fase di studio tecnico, per un primo varo verosimilmente in settembre. Lo ha fatto nel giorno in cui l’istituto Ifo di Monaco ha presentato un indice del clima per le imprese manifatturiere tedesche, definendolo «in caduta libera». Non è il primo segnale del genere. Il pessimismo dei manager del settore manifatturiero in Germania, Italia e in genere nell’area euro è in calo quasi ininterrotto dagli ultimi mesi del 2017. All’inizio del 2019 e sceso sotto la soglia che indica una vera e propria contrazione di quel settore produttivo. Draghi ieri ha puntato su questo fenomeno, per sottolineare che l’inflazione rischia di restare troppo al di sotto degli obiettivi della Bce. «Non ci piace quel che vediamo e perciò siano determinati ad agire», ha detto l’italiano.

Taglio del cuneo fiscale, lite Lega-M5s. Tria: «Flat tax? Meno aliquote». Il primo «workshop» con le parti sociali a Palazzo Chigi si trasforma nell’ennesimo fronte di tensione fra Lega eM5s. Il premier Conte chiarisce subito ai sindacati che un progetto condiviso di riforma fiscale ancora non c’è e che l’incontro serve alla «fase di elaborazione» della manovra. In agenda molti titoli, su Irpef, cuneo fiscale, un nuovo piano casa per rilanciare l’edilizia e un «piano green» con la revisione delle agevolazioni “inquinanti” cara ai Cinque Stelle. Ma sul piano dei contenuti il tema messo sul tavolo dal vicepremier Luigi Di Maio si limita a uno scambio: l’introduzione del salario minimo legale compensato da un taglio del cuneo fiscale-contributivo per 4 miliardi per “congelare” l’incremento del costo del lavoro previsto a carico delle aziende, che però secondo le stime Inapp arriverebbe a 6,7 miliardi. La proposta viene quindi respinta da imprese e sindacati: «È poco,è poco» fa sapere a stretto giro il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. E i dubbi degli industriali sono subito rilanciati dalla Lega. «La manovra deve essere coraggiosa e utile, non servono mini-interventi di cui nessuno si accorge. Condividiamo i dubbi di chi sostiene che i 4 miliardi di tagli alle tasse siano davvero pochi» dicono Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci, viceministro e sottosegretario all’Economia della Lega. «I 4 miliardi di taglio del cuneo fiscale sono congrui, consiglio di approfondire prima di giudicare» replica Laura Castelli, viceministro sempre all’Economia per il M5S. Sulla manovra economica del 2020, per la quale hanno priorità completamente diverse, la flat tax per la Lega, il salario minimo da favorire con un taglio del cuneo fiscale per il M5S, i due alleati tornano ai ferri corti nonostante il tentativo del premier Giuseppe Conte, sostenuto dal titolare dell’Economia, Giovanni Tria, di prendere in mano la situazione. Il vertice di ieri con le imprese e sindacati, già incontrati da Salvini suscitando polemiche, doveva servire proprio a ribadire la centralità di Palazzo Chigi sulle scelte economiche. Ma non sembra aver sortito l’effetto atteso. «Non c’è ancora alcun progetto di riforma fiscale a livello istituzionale» ha detto Conte alle parti sociali, cui ha annunciato altri due incontri nel corso dell’estate. Lo stesso Tria, in un’intervista a Sky, aveva precisato che «la flat tax nel senso di un unico scaglione non c’è», ma che si va «verso la riduzione del numero degli scaglioni il primo anno, e poi avanti», con la conferma del bonus di 80 euro, che cambierà nome.

Politica interna

Governo, il richiamo del Colle. «Le istituzioni di governo hanno bisogno di un clima di fattiva collaborazione, lungi dalla conflittualità, per poter assumere decisioni tempestive per la vita del Paese». Approfitta della cerimonia del Ventaglio, il capo dello Stato, Sergio Mattarella per strigliare le forze politiche in fibrillazione. E ricordare il suo ruolo di «arbitro»: «il Quirinale non compie scelte politiche che competono alle forze in Parlamento», sottolinea. Si sofferma anche sull’Europa, il Presidente. E si compiace per la «saggia scelta di un confronto dialogante e costruttivo con Bruxelles, con l’impegno a tenere i conti in ordine che ha incontrato il favore dei mercati e fatto scendere lo spread». «È di importanza capitale non essere isolati» nella Ue e, avverte, «non c’è futuro fuori». Da presidente del Csm, il capo dello Stato, ricorda che la magistratura, «per storia e impegno, manifesta di essere pienamente in grado di assicurare rigore e piena imparzialità nelle decisioni». Quindi, scandisce, «va riaffermato con decisione che l’indipendenza della magistratura è un elemento basilare della Costituzione e comporta il rispetto delle sue decisioni». Un presidente arbitro come Mattarella è — in chiave soft eppure penetrante — «non può non richiamare al rispetto del senso delle istituzioni e ai conseguenti obblighi, limiti e doveri». Ma ciò non significa, per esempio, che si darà la pena di creare a ogni costo un nuovo governo, se cadesse questo. L’ha lasciato capire, ieri, insieme ad altri aspetti sottintesi, incontrando i giornalisti alla cerimonia del Ventaglio: siano le forze politiche della maggioranza a occuparsene, «facendo chiarezza». Traduciamo: veniamo da una campagna elettorale «lunghissima», smettetela… se non sarete chiari, vuol dire che non intendete proseguire. E la fatidica «finestra» del 15 luglio entro la quale la crisi non sarebbe più possibile, per salvaguardare la Finanziaria? Salvini ha ripetuto più volte che è «sempre aperta», ma è così pure per il presidente? A parte il sollievo per aver evitato la procedura d’infrazione, lui ovviamente non ne parla. Tuttavia fa i conti con la realtà e che si voti a ottobre, se dovesse accadere, non cambierebbe radicalmente i termini del problema. Il tempo per chiudere la manovra scade il dicembre e ci sono state diverse occasioni in cui una Finanziaria è stata fatta di corsa se non in 48 ore. Il punto è che bisogna mandare a Bruxelles un’ipotesi di Finanziaria aderente agli impegni pluriennali presi lo scorso autunno. L’importante, per l’Unione europea e per lui, è il rispetto di quell’impegno e di quei saldi. Il governo, dunque, sembra destinato ad andare avanti. Con il consueto gioco delle parti in cui il premier si muove come fosse il garante dell’establishment, mentre i vicepremier si presentano come i tribuni del popolo. D’altra parte, il ruolo che Conte si sta ritagliando è esattamente quello di garante di questo equilibrio. Nonostante c’è chi abbia voluto leggere nella sua scelta di presentarsi in Senato sul Russiagate un affondo a Salvini, è del tutto evidente che il premier va esattamente nella direzione opposta. Quella di «coprire» qualunque falla nell’esecutivo, che sia la vicenda dei presunti finanziamenti di Mosca alla Lega o l’annosa querelle sulla Tav. Ieri i due vicepremier si sono visti a pranzo a Palazzo Chigi dopo settimane di gelo. I due si sono confrontati senza la sintonia di un tempo sul Russiagate e sui destini del ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli. «E’ un disastro, devi chiedergli di fare un passo indietro», ha intimato Salvini all’alleato. «Io non posso farlo perché equivarrebbe a chiedere un rimpasto, roba da vecchia politica», ha aggiunto. Ma non ha ottenuto troppe rassicurazioni da un Di Maio che ha ammesso di non avere «la forza politica» per imporgli le dimissioni.

Caso Russia, le mail tra Viminale e Ambasciata: «Savoini va accreditato». «Agli incontri del signor Ministro con le autorità russe saranno presenti anche l’onorevole Claudio D’Amico e il dottor Gianluca Savoini»: eccola la mail che smentisce la versione del titolare dell’Interno Matteo Salvini. È stata inviata mercoledì 11 luglio 2018 alle 15.27 dal capo cerimoniale del ministero dell’Interno all’Ambasciata italiana a Mosca. Il leader leghista ha sempre negato che Savoini facesse parte della delegazione, ma i documenti allegati alla relazione consegnata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Parlamento ricostruiscono ogni passaggio. E rivelano il ruolo di primo piano a lui assegnato per quella missione, proprio su richiesta del Viminale. Carte che potrebbero rivelarsi preziose anche per l’inchiesta avviata dai magistrati di Milano proprio per chiarire che cosa accadde prima dell’incontro del 18 ottobre 2018 al Metropol, quando Savoini trattò con tre russi e due italiani una fornitura di carburante per fare arrivare nelle casse della lega 65 milioni di dollari. Numerosi elementi sulla rete di contatti sono gia stati acquisiti grazie all’esame di computer e telefonino di cui Savoini ha chiesto ieri il dissequestro.
Ieri Luigi Di Maio ha incontrato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. II leader si mostra filoatiantico. Si accredita come interlocutore affidabile. E, fanno trapelare fonti del Movimento, riscontra una totale assenza di fiducia degli Stati verso Salvini. Colpa, ovviamente, di Moscopoli. Quando Salvini e Di Maio si ritrovano nella sede del governo, Giuseppe Conte neanche sa che i due stanno per incontrarsi. Quando lo apprende dalle agenzie, lascia a piedi il Palazzo con lo staff e va a mangiare sushi. Poi parla con i cronisti. E sceglie di snobbare le durissime parole che gli ha riservato il leghista dai microfono di Radio Anch’io: «Di quanto ha detto Conte al Senato su Moscopoli mi interessa meno di zero». Non è infuriato per il discorso del capo dell’esecutivo, in realtà. Non ce l’ha poi troppo con quelle che definisce «allusioni da avvocato che insinua» – le chiama proprio così – nell’Aula del Senato. Bensì per le «manine» che, sostiene, starebbero alimentando indiscrezioni su una vicenda che di inquietante ha molto e di trasparente poco, se non il legame solidissimo tra Salvini e Savoini. Eppure lo scandalo russo non sembra intaccare i consensi della Lega, anzi. In un Paese dove «il cemento civico è diventato scarso» – per usare le parole del presidente di Ixé Roberto Weber – gli analisti non sono sorpresi dalla strana formula aritmetica del consenso salviniano: più aumentano gli scandali, più cresce il gradimento. L’ambiguo viaggio moscovita? II sospetto di aver chiesto a Putin un finanziamento occulto per la Lega? «Questo è un caso che preoccupa di più gli elettori di altri partiti, dal Pd ai 5 Stelle. Per chi vota per il Carroccio le priorità sono altre: immigrazione, sicurezza, tasse. Salvini è impermeabile», dice Pietro Vento, direttore di Demopolis che ha appena stimato la Lega al 36 per cento, due punti in più del risultato fatto registrare alle Europee, quando l’esito delle urne non risentì di un’altra vicenda scottante, quella degli affari del sottosegretario Siri. Per Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia research «oggi l’opinione pubblica si scandalizza per gli sprechi, per le vacanze o le case ristrutturate con i soldi del partito. In questo senso per gli elettori della vecchia Lega ha rappresentato un trauma la vicenda che ha invischiato i figli di Bossi. Ma se non si becca un riscontro diretto, il classico politico con le mani nella marmellata, non ci sono oscillazioni del consenso. Solo un eventuale sviluppo di Moscopoli, che vedesse Salvini coinvolto in prima persona – dice Ghisleri – cambierebbe le cose».

Politica estera

Naufragio in Libia 150 migranti muoiono in mare. Era ancora buio ieri mattina sul mare lungo le coste libiche quando si è consumata una delle più gravi stragi di migranti degli ultimi tempi. Almeno 115 dispersi e 134 salvati, secondo Ayoub Qassem, portavoce dei guardacoste nella capitale. Ieri sera si parlava di alcuni corpi recuperati, pochissimi. Le ricerche continuano anche con l’aiuto dei pescatori. Secondo fonti locali, i morti annegati potrebbero essere 150. II rovesciamento delle loro imbarcazioni è accaduto prima dell’alba e sono poi state individuate a circa cinque miglia al largo del porto libico di Khoms. «Se fosse confermata, sarebbe la tragedia più grave in cui sono coinvolti migranti dalla Libia quest’anno», sottolineano dall’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. Cosa sia accaduto 5 miglia al largo di Al-Khoms è ancora poco chiaro. Il naufragio di disperati, partiti dalla Libia per tentare di raggiungere l’Italia, l’Europa, in realtà sarebbe stato un doppio naufragio. Lo stesso portavoce della Marina libica, Ayoub Qassim, a un certo punto ha parlato di due imbarcazioni in legno con a bordo circa 300 persone, molti eritrei ma anche palestinesi e sudanesi, e tra loro tante donne e bambini. Anche qualcuno dei sopravvissuti avrebbe riferito questo particolare agli operatori umanitari che li hanno assistiti a terra. Ma non ci sono certezze; l’unica è che si è trattato di un’ecatombe, l’ennesima nel Mediterraneo centrale dove altri naufragi si sono verificati in passato, con centinaia di morti annegati e dove in questo momento la presenza di soccorritori è quasi nulla. Non ci sono navi delle Ong in quel terribile tratto di mare che Oim e Unhcr continuano a definire il più mortale. E, di fatto, nemmeno navi militari da quando è stata chiusa l’operazione Sophia-Eunavformed che ora si limita a controllare dall’alto con aerei, elicotteri e droni ma senza alcuna possibilità di un rapido intervento. Una situazione che le Ong continuano a denunciare, sottolineando come non sia la presenza della navi umanitarie a favorire le partenze dalla Libia e che molti altri naufragi senza testimoni possono essere avvenuti.

Spagna, Sánchez getta la spugna. Rottura con Podemos. Pedro Sánchez non ce l’ha fatta. Per lui niente fiducia al Congresso e niente nuovo governo. Doveva essere la «prima coalizione di sinistra» della Spagna democratica, «un modello europeo per i diritti umani e sociali» da contrapporre a quelli della paura e del nazionalismo. Invece si è fermato sullo scoglio prosaico delle poltrone. L’alleanza tra il partito socialista (Psoe) e la sinistra (sempre più femminista) di Unidos Podemos guidato dalla coppia Pablo Iglesias-Irene Montero non si è neppure presentata al voto. Il Psoe in solitario ha avuto contro tutte le «destre». Baschi e Podemos astenuti. Indipendentisti catalani divisi tra no e astensione. Nel fuoco incrociato delle recriminazioni ci sono ovviamente racconti diversi. Il Psoe sostiene che Podemos chiedesse talmente tante competenze da poter guidare l’intera politica sociale ed economica del governo. Podemos replica sostenendo che Sánchez fosse disposto a concedere solo un «ruolo decorativo». A far saltare in aria ogni prospettiva di accordo, è stata la pretesa irrinunciabile della formazione della sinistra alternativa di entrare a far parte del gabinetto con propri ministri. Sarebbe stata una novità assoluta nella storia della democrazia spagnola: un governo di coalizione – la norma nella maggior parte dei Paesi europei – a Madrid non si è mai visto. Nella loro alternanza al potere, socialisti e popolari hanno sempre governato da soli. E questa era ancora una volta l’intenzione del Psoe, espressa già all’indomani delle politiche del 28 aprile scorso. Ma Iglesias, in difficoltà per i recenti cattivi risultati elettorali e per le divisioni interne alla sua formazione, è stato irremovibile. Anzi, aveva fissato come condizione per il “sì” a Sánchez la propria presenza nell’esecutivo con il ruolo di vice-presidente. Pretesa che il premier ha respinto, costringendo il leader del partito “viola” a fare un passo indietro. Una mossa che sembrava dovesse spianare la strada a un accordo, ma che in realtà ha complicato le cose. Iglesias ha alzato la posta del sostegno al governo proponendo una sorta di “manuale Cencelli” in versione spagnola: una presenza nell’esecutivo proporzionale alla rappresentanza parlamentare: i seggi di Podemos sono un terzo di quelli socialisti, anche i ministeri dovevano essere un terzo, 5 per l’esattezza. Poco, quasi niente si è parlato in questi giorni di programmi, di una piattaforma comune di governo.

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