Le notizie in prima pagina sui giornali di venerdì 23 agosto 2019

Economia e Finanza

Nomine. Quattrocento poltrone da assegnare nell’arcipelago delle società pubbliche. È la dote che la crisi di governo aperta da Matteo Salvini consegna al nuovo esecutivo che verrà, nel quale potrebbe rientrare il Pd, cioè lo stesso partito che ha messo l’imprimatur a quasi tutti gli incarichi in scadenza. Nei prossimi mesi il governo dovrà fare scelte cruciali su quelle che un tempo si chiamavano partecipazioni statali e sui destini di manager che un tempo non disdegnavano di essere chiamati boiardi di Stato e, pur di restare in sella, sfoggiavano virtù camaleontiche. In ballo ci sono 70 poltrone da assegnare a breve in una decina di società i cui vertici sono già scaduti
mentre il piatto più ricco ci sarà l’anno prossimo: più di 300 caselle da spartire in una sessantina di società, tra le controllate dirette del ministero dell’Economia e le aziende controllate indirettamente. Scadono nella prossima primavera e quindi saranno da nominare i vertici delle società pubbliche più importanti, Eni ed Enel, Leonardo e Poste, Terna ed Enav, tutte quotate in Borsa. Il valzer però comincia con una poltrona nuova di zecca. L’amministratoredelegato della Nuova Alitalia.

Aumento dell’Iva e ancora rischio stagnazione. C’è la crisi di governo. L’incertezza inquieta i mercati. È verosimile che scelte che la tensione della finanza pubblica impone saranno nuovamente eluse. La crescita, già debole, ne risentirà. E se le Camere saranno sciolte, una destra radicale e demagogica potrebbe guadagnarsi i voti per governare da sola. È un momento pericoloso. I super aumenti dell’Iva a cui si è impiccata la manovra 2019 rischiano di schiacciare l’economia italiana verso un nuovo anno di stagnazione. Ma anche le misure alternative da mettere sul tavolo per evitare la lievitazione delle aliquote, nell’impossibilità di finanziare integralmente a deficit il mantenimento dell’Iva attuale, presentano un dazio in termini di crescita: perché anche i tagli di spesa hanno un effetto recessivo, così come l’aumento della pressione fiscale che arriverebbe da una revisione delle tax expenditures senza un taglio Irpef. Il tutto mentre la gelata tedesca, gli allarmi sul rischio di recessione Usa e le altre crescenti incognite internazionali spingeranno a rivedere al ribasso il +0,6% tendenziale stimato ad aprile dal governo per il prossimo anno. Su questo problema è saltato il fragile equilibrio del governo giallo-verde. Lo stop agli aumenti di Iva e accise per 23,1 miliardi nel 2020, in effetti, è stato una sorta di convitato di pietra delle consultazioni del capo dello Stato con i gruppi parlamentari e rappresenta la prima preoccupante incognita di un eventuale sconfinamento nell’esercizio provvisorio. I maggiori partiti si dichiarano favorevoli alla completa sterilizzazione delle clausole di salvaguardia. Il Pd sembra considerarla una delle priorità dell’eventuale nascita di un governo rosso-giallo. Mentre Cinque stelle e Lega hanno già vincolato l’esecutivo Conte, con la risoluzione al Def approvata ad aprile dal Parlamento, a bloccare in toto i balzelli Iva. E questa resterebbe la via maestra anche con un altro gabinetto giallo-verde. Un’impresa tutta in salita.

Politica interna

Consultazioni, da Mattarella pochi giorni per fare il governo. Alla fine del primo giro di consultazioni al Quirinale sulla crisi di governo, il presidente della Repubblica ha concesso cinque giorni ai partiti per trovare un accordo, altrimenti sarà inevitabile andare al voto anticipato. E’ questo il succo della giornata di ieri. Sergio Mattarella alle 20 si è presentato davanti alle telecamere chiedendo «decisioni chiare e in tempi brevi». Ha quindi spiegato che «alcune forze politiche» hanno avviato trattative e gli hanno chiesto tempo mentre «altre» forze hanno anche loro chiesto tempo per fare «ulteriori verifiche». II primo riferimento è ai 5 Stelle e al Pd, che hanno avviato un difficile negoziato. II secondo riferimento («altre forze») allude probabilmente alla Lega che non rinuncia al tentativo di riannodare l’alleanza coi grillini («se si vuol far ripartire il Paese, siamo pronti», ha detto Salvini). Un Mattarella contrariato ha preso atto della situazione, dando appuntamento a martedì per un secondo e definitivo giro di consultazioni. Ieri, il presidente ha visto, fra gli altri, i tre principali partiti: la Lega, il Pd e il Movimento 5 Stelle. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha posto 5 condizioni per la formazione di un governo, definendole non negoziabili: i) scelta europeista; 2) pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa; 3) politica perla sostenibilità ambientale; 4) una svolta con l’Europa nella gestione dei flussi migratori; 5) politica economica in chiave redistributiva. Aveva promesso un’accelerazione dei tempi per una soluzione rapida della crisi e questa è la piega che Sergio Mattarella ha dato all’esito del primo giro delle consultazioni. In estrema sintesi o mercoledì le forze politiche – in primis Pd e 5 Stelle – forniranno il nome del premier per formare un nuovo Governo oppure scioglierà le Camere per indire le elezioni nelle prime settimane di novembre. Dunque 5 giorni di tempo visto che martedì comincerà il secondo giro con i partiti – che si concluderà il giorno dopo e subito si tireranno le somme. Tempo in più perché questa è la richiesta che è arrivata dai leader ed è su questo punto che Mattarella ha voluto spiegare anche la doppia interlocuzione che è in corso distinguendo tra le «iniziative che sono state avviate per un’intesa in Parlamento» e «la possibilità di ulteriori verifiche» che gli è stata rappresentata da altre forze.

Le posizioni dei Partiti. Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. Lui, Matteo Salvini, vicepremier unico e saldamente ancorato alla poltrona della quale non può, non vuole fare a meno: il Viminale. Giuseppe Conte “spedito” a Bruxelles nella nuova Commissione Ue. Il diavolo tentatore non sempre si nasconde nei dettagli. Può anche insinuarsi in un’offerta spropositata, di quelle che in teoria non si potrebbero rifiutare, se solo non arrivasse fuori tempo massimo. «Io ci voglio provare, fino all’ultimo», ha spiegato ai suoi il segretario della Lega, che ha recapitato la proposta al capo del Movimento nelle ultime ore, a cavallo delle consultazioni al Quirinale. Soluzione ad ultima spiaggia, a conferma del fatto che il governo Pd-M5S che invece sembra stagliarsi all’orizzonte è fonte di disperazione al quartier generale salviniano. I sondaggi raccontano di un crollo dei consensi dal 38 del post Europee al 31 per cento, con trend in picchiata. Da qui il tentativo estremo di convincere l’ex alleato a boicottare l’accordo al quale invece dem e grillini lavoreranno da stamattina. I pontieri leghisti hanno pressato senza sosta i colleghi 5stelle: i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, sottosegretari come Claudio Durigon. Intanto, al Nazareno hanno atteso un segnale per tutto il giorno che è arrivato solo in serata quando Luigi Di Maio ha avuto il via libera. Oggi pomeriggio ci sarà l’incontro tra i capigruppo M5S Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e la delegazione Pd formata dai capigruppo Andrea Marcucci e Graziano Delrio con i vicesegretari Andrea Orlando e Paola De Micheli per avviare la fase più difficile della trattativa per la non semplice costituzione di un governo giallo rosso. Per i vertici del Pd è stata una giornata trascorsa sull’ottovolante accelerato dai silenzi e dalle ambiguità dei grillini nei confronti della Lega. Al Nazareno è partito l’ordine di alzare l’asticella della trattiva tanto per dare una scrollata ai pentastellati. Così i 5 principi programmatici proposti da Zingaretti in direzione sono presto diventati tre punti irrinunciabili. Silvio Berlusconi invece si è presentato alle consultazioni, accompagnato dalle capogruppo di FI Gelmini e Bernini e dal vice presidente Tajani, senza nascondere la sua «grande preoccupazione». Per un quadro che, comunque finisca, presenta rischi e pericoli.

Politica Estera 

Incendi in Amazzonia. L’Amazzonia, polmone del mondo — produce il 20% dell’ossigeno nell’atmosfera — è in fiamme. Da 17 giorni, mostrano i satelliti, il fuoco avanza al ritmo di tre campi da calcio al minuto. Le immagini di cieli neri di fumo a Sao Paulo e Curitiba, distanti centinaia di km dalla foresta, si propagano sui social e in tv, spinte anche dalla mobilitazione delle star — da Ricky Martin a Greta Thunberg — e del Papa, che all’Amazzonia ha dedicato un «sinodo d’urgenza» a ottobre. E mentre l’Amazzonia sta bruciando il presidente brasiliano Jair Bolsonaro sa già a chi dare la colpa. «Non chiedetemi le prove, ma ci sono forti indizi che a provocare gli incendi di questi giorni siano state le Ong ambientaliste. Hanno perso i fondi statali e per questo stanno seminando il panico, danneggiando così l’immagine del nostro Paese». Nessuna prova, nessun documento, male accuse partono lo stesso. «Potrebbero essere stati anche gli agricoltori? Certo, tutti sono sospettabili, anche gli indios: ma secondo me, vi ripeto, le Ong sono in cima alla lista». Dichiarazioni che hanno suscitato forti proteste sui social e nelle piazze, mentre l’unico dato certo è che la foresta continua a bruciare. Secondo l’Inpe, l’istituto nazionale incaricato di monitorare attraverso i satelliti e gli aerei radar tutta l’Amazzonia, da gennaio ad oggi sono stati bruciati 320.000 ettari di foresta, 80%in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Non basta la consueta metafora dei campi di calcio per disegnare l’entità del disastro; meglio pensare a 3 volte la superficie del comune di Roma o a tutta la Val d’Aosta.

Catena umana oggi ad Hong Kong. Il 23 agosto di 30 anni fa due milioni di cittadini dei Paesi baltici unirono in una gigantesca catena umana di oltre 600 km le allora Repubbliche Socialiste Sovietiche di Estonia, Lettonia e Lituania. Da lì a poche settimane sarebbe caduto il Muro di Berlino e con esso la costruzione totalitaria dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. sono consapevoli i giovani di Hong Kong che oggi hanno convocato una «Hong Kong Way» fra il confine con la Repubblica Popolare Cinese, la penisola di Kowloon e l’isola di Hong Kong: una catena umana di 40 km per ricordare la voglia di libertà e la sfida al regime sovietico delle repubbliche baltiche, e per ricordare al Governo di Hong Kong e di Pechino che la storia non si cancella. Un cittadino dei Paesi baltici su quattro partecipò alla catena umana che uni Vilnius, Riga e Tallin. Un residente su quattro della città di Hong Kong si è unito in gigantesche, e pacifiche, manifestazione di piazza per chiedere democrazia, libertà, stato di diritto e rispetto del patto sino-britannico che portò alla promulgazione della «Basic Law» che ha fin qui garantito la status «originale» della «città libera» di Hong Kong e che oggi Pechino vorrebbe sostanzialmente riscrivere in modo molto restrittivo.

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