LE NOTIZIE in prima pagina sui giornali di sabato 26 gennaio

LE NOTIZIE in prima pagina sui giornali di sabato 26 gennaio

Le notizie in evidenza sui giornali

Economia e Finanza

Tav e trivelle, muro contro muro Lega-M5S. Niente accordo, né sulla Tav e neppure sulle trivelle, nonostante l’intesa notturna faticosamente raggiunta solo mercoledì scorso. «La Tav va fatta, perché sono maggiori i costi per sospenderla rispetto a ultimarla». Per la prima volta Matteo Salvini esclude di affidare il verdetto sull’Alta velocità Torino-Lione all’analisi costi-benefici della task force voluta dal ministro Danilo Toninelli. A quei numeri che bocciano l’opera, il vicepremier leghista contrappone i suoi: un dossier di una trentina di pagine. A metà dello scorso ottobre, quando era già in incubazione la diatriba sulla terzietà della commissione voluta da M55 per l’analisi costi-benefici sulla Tav e altre opere pubbliche, alcuni emissari del partito di Matteo Salvini chiedevano accesso agli stessi dati ufficiali sulla futura linea Torino-Lione in possesso degli esperti nominati dal ministro Danilo Toninelli. Pochi giorni dopo, nei primi giorni di novembre, il dossier della Lega sulla Tav è stato affidato ad una squadra di professori universitari di Milano e ad uno studio legale romano specializzato in diritto internazionale, per trarne le debite conclusioni in proprio. Tace Luigi Di Maio. E anche Toninelli evita di entrare in rotta di collisione con Salvini, salvo stigmatizzare la sua assenza alla commemorazione della tragedia ferroviaria di Pioltello. Una risposta indiretta alla visita annunciata dal leader della Lega la prossima settimana a Chiomonte, dove le forze dell’ordine sono costrette a vigilare sul cantiere Tav. La maggiore consapevolezza della Lega sulla questione Tav deriva anche dalla presa d’atto dell’impossibilità di giungere a un compromesso, come a suo tempo auspicava lo stesso Salvini. Il braccio di ferro tra gli alleati gialloverdi è riesploso pure sulle trivelle. «Tutte le richieste di permessi di trivellazione che arriveranno sulla scrivania del ministro dell’Ambiente non verranno firmate», è la risposta dell’entourage di Sergio Costa all’attacco di Angelo Bonelli dei Verdi, secondo cui l’emendamento al decreto semplificazioni approvato nelle commissioni al Senato autorizza di fatto nuove trivellazioni. Nello scontro di maggioranza si inserisce anche Fi. «Il M5S l’ha spuntata sulle trivelle e prende tempo sulla Tav», ricorda il presidente dell’Europarlamento Tajani. «La Lega abbia il coraggio di dire che se non si fa l’Alta velocità cade il Governo».

Sud, per chi assume l’incentivo raddoppia. Doppio incentivo per le imprese che assumono disoccupati al Sud. Oltre infatti alle mensilità (da 5 a18) di reddito di cittadinanza, il datore potrà contare, in aggiunta, sul bonus Sud, appena prorogato dalla legge di Bilancio per il 2019 e 2020. Si tratta di uno sgravio al 100%, fino cioè a 8.060 euro annui a vantaggio dell’azienda che assume a tempo indeterminato under 35, o lavoratori senior senza un impiego da almeno sei mesi. La novità è contenuta nell’articolo 8, comma 7, del “decretone”, che istituisce reddito e pensione di cittadinanza e quota 100. Il meccanismo del doppio incentivo per i datori di lavoro funziona così: i due esoneri scattano al momento dell’assunzione a tempo indeterminato, sommandosi, in modo simultaneo. Se il datore, poi, con il bonus Sud, esaurisce gli sgravi contributivi, le mensilita di reddito di cittadinanza sono fruite sotto forma di credito d’imposta, le cui modalità d’accesso verranno definite, entro 60 giorni, da un apposito decreto Lavoro-Mef. Non è l’unica novità che viene fuori da un’attenta lettura dell’ultima versione del provvedimento. Sempre sul reddito di cittadinanza, ad esempio, si legge che non verrà distribuita una sola card per ogni famiglia che ha diritto al sussidio. Ma una per ogni componente maggiorenne del nucleo familiare, dividendo per quote la somma dovuta. Non 600 euro su una singola card, per capire. Ma tre card da 200 euro, nel caso ci siano madre, padre e un figlio maggiorenne. Per definire al meglio questo passaggio servirà un decreto dei ministeri del Lavoro e dell’Economia, da approvare «entro sei mesi». Un tempo lungo, visto che il reddito di cittadinanza dovrebbe partire ad aprile, mentre le domande dovranno essere presentate tra poco più di un mese, a partire dal 6 marzo. Nulla vieta che il decreto possa essere emanato prima della scadenza prevista. Ma l’esperienza dice che raramente questi tempi vengono rispettati.

Politica interna

I pm: giù i minori dalla Sea-Watch. Fate sbarcare i minorenni. Una richiesta formale quella inviata dal procuratore dei Minori di Catania, Caterina Ajello, nel giorno in cui alla Sea-Watch 3 viene concesso di entrare in rada a Siracusa e la tempesta che ha investito i 47 naufraghi soccorsi in acque libiche si fa internazionale. Con i vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, impegnati in uno scontro diplomatico senza mezze misure: «In Italia posto non ce n’è. Bandiera olandese, Ong tedesca: aprano i porti di Rotterdam o di Amburgo», sintetizza Salvini. E Amsterdam che risponde picche: «Il governo olandese ha risposto alla mia richiesta dicendo che non spetta a loro. O si prende la responsabilità o ritira la bandiera», accusa Di Maio. «Si apprende che i minori in totale sarebbero 13 di cui otto non accompagnati», scrive il magistrato a Salvini, a Di Maio, al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, e al prefetto di Siracusa. E ricordando la necessaria tutela dei diritti «elusi a causa della permanenza a bordo poiché quantomeno non possono beneficiare di strutture di accoglienza idonee e sono costretti a permanere in una condizione di disagio sino a quando la situazione politica internazionale non sarà risolta», ne chiede lo sbarco. Ma Salvini nicchia di fronte a quello che ritiene un escamotage. «Hanno 17 anni e mezzo e per il momento non scende nessuno». Anne, il medico di bordo di Sea Watch, si prepara ad un’altra notte difficilissima. «I ragazzi ovviamente sono i più prostrati, ma qui la situazione è difficilissima e molto rischiosa. Innanzitutto per il freddo. La nave è piccola e non c’è posto per tutti nell’unico vano chiuso. Le persone stanno ammonticchiate una sull’altra, uomini, donne, ragazzi, sotto tutte le coperte che abbiamo a disposizione. Ma non basta. Per chi è costretto a rimanere fuori, sul ponte, l’esposizione alle raffiche di vento gelido può essere fatale per uno stato di ipotermia. Questa gente arriva dalla Libia, è già partita in condizioni di salute precarie e dopo una settimana in mare sono tutti a rischio». Cominciano a scarseggiare anche i viveri.

Caso Diciotti. Non tradire l’antico amore per le toghe e non voltare le spalle all’alleato di governo. Sta chiuso fra questi due estremi il dilemma di Luigi Di Maio. Da quando il Tribunale dei ministri di Catania ha chiesto al Senato l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per l’ipotesi di reato di sequestro della nave Diciotti, il capo politico dei 5 Stelle smonta e rimonta il complicatissimo puzzle: sconfessare la storia del Movimento non si può, ma nemmeno è pensabile mettere a rischio il governo. Ore di caos e imbarazzo, finché le parole di Salvini hanno in parte sminato il terreno parlamentare. «Potrei farmi processare», ha dichiarato il vicepremier leghista. E i pentastellati, che ci hanno visto la soluzione del rebus, sperano fortissimamente che il ministro non cambi idea. «Salvini ha detto bene — commentava ieri sera Di Maio con i collaboratori — Nelle sue condizioni faremmo la stessa scelta». La posa muscolare dell’inquilino del Viminale placa le ansie e i tormenti dei parlamentari stellati, ma solo in apparenza. In Aula il rischio di spaccatura è fortissimo. Gli umori del gruppo di Palazzo Madama sono così altalenanti e contrastanti che Di Maio e Salvini, nel loro ultimo e preoccupato colloquio, hanno espresso il comune auspicio di «riuscire a stoppare questo casino in Giunta», perché il caso muoia prima di arrivare in Aula. Nelle ultime 4 legislature, Altero Matteoli è stato l’unico senatore-ministro a finire sotto processo. Ma l’esito della decisione della giunta, presieduta da Maurizio Gasparri (FI), non dipende dalla volontà di Salvini: perché un voto (entro fine febbraio) andrà comunque dato prima di passare al giudizio definitivo dell’Aula. E i primi ad essere convinti che non ci siano le condizioni per votare sì sono ovviamente i quattro commissari leghisti. Sul fronte del No all’autorizzazione, ci sono pure i tre senatori di Forza Italia («Voteremo contro, il gruppo sarà compatto», ha detto Lucio Malan) e probabilmente Alberto Balboni di Fratelli d’Italia. In mezzo, indecisi, i sette commissari del M55 guidati dal vulcanico Michele Giarrusso: «Salvini rinuncerebbe all’immunità? Io non lavoro sull’ipotetico ma su dati certi. Lunedì avvieremo un confronto interno». Quella di Pietro Grasso (Leu), invece, ha più il sapore di una sfida: «Sono sicuro che Salvini manterrà la parola. Vero?». Tra i quattro commissari del Pd lunedì ci sarà un chiarimento: «Se Salvini rinuncia noi non possiamo che prenderne atto», osserva Giuserppe Cucca. Mercoledì il presidente Gasparri farà la sua relazione. Poi Salvini avrà poco tempo per essere ascoltato o per inviare una memoria. Massimo Franco nota sul Corriere della Sera che “c’è qualcosa di patologico, nella frantumazione delle posizioni del governo. Vedere che non emerge una sola visione comune su Alta velocità, immigrazione, sicurezza, Europa, perfino sul Venezuela in bilico tra repressione e caos, trasmette un senso di stordimento. Emerge non solo uno Stato ma un sistema incapace di ritrovare punti di riferimento. E viene da chiedersi se l’incapacità di dare un senso alle cose, di riportarle a unità, rifletta solo i limiti evidenti della classe politica, o una strategia del caos”.

Politica estera

Trump sospende lo shutdown. Donald Trump ha annunciato la riapertura temporanea del governo americano per tre settimane. Democratici e repubblicani hanno raggiunto un’intesa per porre fine allo shutdown, dopo 35 giorni di stop. Camera e Senato voteranno una legge per riaprire l’esecutivo fino al 15 febbraio. Durante questo periodo un Comitato bilaterale discuterà dei fondi per il piano di Trump per rafforzare la sicurezza ai confini, compreso il contestato finanziamento dei 5,7 miliardi di dollari per il muro al confine con il Messico. Trump ha precisato che senza i soldi per il suo muro lo shutdown potrebbe riprendere dopo il 15 febbraio. Ma un accordo c’è. Almeno per ora. Per la leader democratica Nancy Pelosi è una vittoria enorme. A nulla sono valse le provocazioni del presidente che alla fine ha dovuto fare i conti con il suo gradimento in picchiata: crollato al 34 per cento. L’allarme per la tenuta del dollaro lanciato anche da Bank of America. E il mal di pancia di molti senatori repubblicani: che secondo Axios giovedì, alla cena per decidere il da farsi dopo che due diversi disegni di legge erano stati bocciati in Senato, hanno attaccato il vicepresidente Mike Pence. Né hanno aiutato le affermazioni del ministro del Commercio, il miliardario Wilbur Ross, che sempre ieri in diretta tv aveva detto di non capire «perché i federali si lamentano: chiedano un prestito in banca». Risposta subito paragonata da molti a quella mitica di Maria Antonietta regina di Francia: che mangino brioche. «I muri funzionano», insiste il presidente: «Il mio sarà smart, mica un muro medioevale». Ora ha tre settimane per risolvere la questione: «Ho il potere di trovare alternative ma non voglio usarlo ora» ha minacciato.

Russiagate: Roger Stone agli arresti. A Washington, nonostante la tregua sullo shutdown la tensione politica resta alta, dopo che l’Fbi ha arrestato ieri mattina Roger Stone, 66 anni, uno dei più intimi consiglieri di Trump. Mitragliette spianate e telecamere della Cnn al seguito. Gli agenti hanno circondato la sua villa a Fort Lauderdale, in Florida. Un blitz a sorpresa. Le immagini mostrano l’ombra di Stone nel vano della porta illuminata, mentre ascolta i sette capi di imputazione firmati dal Super procuratore Robert Mueller. Cinque per false dichiarazioni al Congresso; uno per ostruzione della giustizia e l’ultimo per aver condizionato un testimone. Stone è rimasto in custodia per poche ore. II giudice gli ha accordato la libertà vigilata su cauzione: 250 mila dollari. «Sono innocente, le accuse sono politicamente motivate» replica Stone. Ma su di lui pesano i contatti via Twitter con quel Guccifer 2.0 copertura di agenti russi che hackerò i computer del Comitato democratico durante la campagna 2016 e con Wikileaks che diffuse le email rubate. E per l’accusa agì per conto di uno dei responsabili della campagna – che i giornali americani riconoscono in Steve Bannon – tentando di ottenere quei carteggi per danneggiare Hillary Clinton. D’altronde Roger faccia di pietra come il suo cognome, 66 anni, è da quasi mezzo secolo anima nera della politica americana. Di più: «Un agente del caos» come lui stesso ama definirsi citando la celebre battuta di Joker, il cattivone di Batman. A partire dai servigi resi appunto a Nixon di cui fu collaboratore e ammiratore al punto di farsene tatuare l’effige sulla schiena. Il più giovane repubblicano coinvolto nelle indagini del Watergate, Stone elaborò proprio per il presidente poi costretto a dimettersi il primo di quei “dirty tricks”, giochetti sporchi, che divennero la cifra del suo attivismo, sempre improntato alla pubblicità negativa. Screditando nel 1972 l’avversario di Nixon alle primarie repubblicane Pete McCloskey, col trucco di versare a nome dei “giovani socialisti” pochi dollari alla sua campagna e mandando poi la ricevuta ai giornali: determinandone l’uscita di scena. Da allora la sua attività politica, al servizio anche di Ronald Reagan poi dei Bush, è stata tutta una sequenza di colpi bassi.

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***gica/

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