Le notizie in prima pagina sui giornali di giovedì 1° agosto

Le notizie in prima pagina sui giornali di giovedì 1° agosto

Economia e Finanza 

Italia in stagnazione. L’Italia è in stagnazione. Il Prodotto interno lordo del secondo trimestre dell’anno è risultato «stazionario», rallentando di fatto dopo il «marginale recupero» congiunturale del primo trimestre 2019. Il dato sull’andamento dell’economia è stato diffuso ieri dalla stima flash dell’Istat. La ricchezza del Paese è rimasta identica ai valori segnati sia nel primo trimestre 2019, sia rispetto ai risultati del secondo trimestre del 2018. Il commento dell’Istituto chiarisce: «Continua la fase di sostanziale stagnazione dell’economia italiana che prosegue dal secondo trimestre dello scorso anno». Una situazione di debolezza che su base congiunturale è dovuta secondo l’Istat alla diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria. Sul versante della domanda i dati preliminari dell’Istat registrano un «contributo nullo della componente nazionale», ma a restare inchiodata è anche la do- manda estera. Per il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, il dato Istat «era atteso. Ma siamo fiduciosi – dice – che andrà meglio nella seconda metà dell’anno: il +0,2% raggiungibile». Pessimista invece Confindustria. Per il capoeconomista Andrea Montanino «ormai l’anno è compromesso». In rallentamento anche l’attività economica nell’Eurozona. Secondo Eurostat nel secondo trimestre il Pil è salito dello 0,2%, sia nell’Eurozona che nella Ue a 28. Nel trimestre precedente era cresciuto di 0,4% nella zona Euro e di 0,5% nella Ue a 28.

Disoccupazione in calo e la doppia faccia dell’Italia. Il tasso di disoccupazione a giugno continua a scendere posizionandosi al 9,7% che rappresenta il livello minimo da oltre sette anni. I dati dell’Istat evidenziano anche un tasso di occupazione al 59,2% che è il più alto dall’inizio delle rilevazioni, nonostante a giugno si contino 6mila occupati in meno rispetto al mese di maggio, per effetto dell’incremento di 43mila dipendenti permanenti e di lomila a termine, inferiore al calo di 58mila indipendenti. La diminuzione di 29mila disoccupati registrata a giugno è in gran parte attribuibile alla fascia d’età tra 15 e 24 anni (-28mila), seguita da quella 25-34 anni (-15mila) e dai 50 anni in su (mille in meno). Ma chi ha perso lo status di disoccupato solo in parte è finito tra gli occupati, in molti sono andati a ingrossare le fila degli inattivi che sono fuori dal mercato del lavoro, spesso perchè scoraggiati. Le rilevazioni statistiche di ieri, più che alla solita intemerata politica, si prestano a tentare di capire dove sta andando l’economia italiana, caratterizzata da un Pil in piena stagnazione e un’occupazione a livelli alti. Che cosa sta accadendo? Per rispondere è bene partire individuando l’epicentro della stagnazione e purtroppo ciò rimanda alla manifattura, asset di eccellenza del nostro sistema-Paese. La fascia alta del sistema industriale viene da annidi inaspettati e clamorosi successi nell’export, nessuno all’inizio della Grande Crisi avrebbe mai scommesso sul fatto che ne saremmo usciti ridimensionati dal punto di vista quantitativo ma molto più internazionalizzati di prima. Quel traino non c’è più per via delle turbolenze commerciali legate alle politiche di Trump ma anche perché il nostro punto di riferimento, il sistema Germania, si è inceppato. E non a caso a risentirne più di altri territori è la Lombardia manifatturiera.

Politica Interna 

Stallo sulla riforma della giustizia. Un Consiglio dei ministri travagliato, interrotto più volte, preceduto da una gragnuola di colpi alla riforma della giustizia sparati già di prima mattina da Matteo Salvini via social e poi puntellato da infinite riunioni a margine tra il leader della Lega e il ministro Giulia Bongiorno, che ha guerreggiato a lungo con il ministro Alfonso Bonafede. La riunione fiume, iniziata alle 15, va avanti fino a sera inoltrata, con un disegno di legge di riforma della giustizia penale e civile più volte rimaneggiato. A mezzanotte il consesso si scioglie. I messaggi che escono sono contraddittori. Non si vuole dire che c’è rottura, ma non c’è neanche accordo. Si decide di usare una formula quanto meno ambigua, cioè che si sarebbe raggiunto un accordo sulla riforma civile e sul Csm, «salvo intese» sulla parte penale. Di più. La Lega fa sapere che il testo è «da riscrivere» integralmente. Tutto da rifare. Difficilmente la riforma vedrà la luce, considerando anche i chiari di luna a Palazzo Chigi. Il Carroccio, spiegano fonti leghiste, «è per lo stato di diritto, per tempi certi perla giustizia. Servono manager nei tribunali che garantiscano il rispetto dei tempi, servono nuove regole sulle intercettazioni, la separazione delle camere. La Lega non vuole i cittadini ostaggio a vita della giustizia e non accetta riforme di facciata». Dai 5 Stelle trapela frustrazione: «È incomprensibile l’ostruzionismo leghista». Difficile concentrarsi sulla giustizia, su come cambiarla e come cancellare la riforma dell’alleato, se la testa va altrove. Al decreto Sicurezza bis, sommerso di emendamenti, con i numeri che ballano in Senato, e sul quale Matteo Salvini chiede la fiducia. Ma poi c’è il caso della moto d’acqua della Polizia cavalcata dal figlio, le nuove notizie di indagine su Armando Siri, le ultime rivelazioni che complicano le cose all’uomo di Mosca, Gianluca Savoini.

Siri indagato per autoriciclaggio. Dopo l’iscrizione per corruzione nell’inchiesta della procura di Roma, il senatore ed ex sottosegretario leghista, Armando Siri, è ora indagato dai pm di Milano, Gaetano Ruta e Sergio Spadaro, per autoriciclaggio. L’altroieri i pm hanno spedito al Senato una richiesta di autorizzazione a procedere per poter accedere al computer del parlamentare, sequestrato due giorni fa al capo della sua segreteria, Marco Luca Perini, ugualmente indagato, secondo il quale il pc sarebbe in uso esclusivo a Siri, come rivendicato dallo stesso senatore, presente alla perquisizione. La decisione è stata presa anche in seguito alla perquisizione della Guardia di Finanza presso la società immobiliare Tf holding, di proprietà di due baristi di Rogoredo, legati a Siri e beneficiari, come lui, di un ingente finanziamento della Banca Agricola di San Marino, pari complessivamente a un milione e 350 mila euro. Andiamo con ordine. L’inchiesta milanese riguarda due prestiti “di favore e ad elevato rischio” concessi dalla banca sanmarinese in due momenti differenti.

Politica Estera 

Ucciso il figlio di Bin Laden. Nell’agosto del 2015, Ayman al-Zawahiri, il medico egiziano che dalla morte di Osama Bin Laden guida al Qaeda, presentò ai seguaci dell’organizzazione jihadista un giovane uomo, «un leone dalla tana», lo definì, destinato a diventare uno dei leader del gruppo terrorista: era Hamza Bin Laden, il figlio di Osama Bin Laden. Quattro anni dopo, la carriera del “predestinato” potrebbe essersi conclusa senza le glorie immaginate dal padre, ideologo della jihad globale contro l’Occidente. Il «principe ereditario» sarebbe infatti morto. A dare la notizia del decesso di Hamza bin Laden, il figlio prediletto del defunto capo di Al Qaeda, è stata ieri in serata, ora italiana, l’emittente Usa Nbc che ha citato tre fonti ufficiali. Successivamente il New York Times ha specificato come gli Stati Uniti abbiano avuto «un ruolo nella sua uccisione» e come questa sia avvenuta «durante l’amministrazione Trump», ma che ci sia voluto tempo per la conferma. Nessun dettaglio però è stato fornito sul luogo e sulla data esatta dell’operazione. In marzo il dipartimento di Stato aveva messo sulla testa di Hamza una taglia da un milione di dollari (quella sul leader in carica al Zawahiri è di 25 milioni), mossa cui era seguita la revoca della cittadinanza da parte dell’Arabia Saudita che lo aveva definito «una delle figure di spicco dell’organizzazione terroristica». Sul reale ruolo di Hamza all’interno della gerarchia jihadista è sempre stata espressa prudenza dagli analisti.

Primarie Usa. È stato lo scontro che definirà i democratici nelle elezioni presidenziali del 2020. Dal quale emergerà lo sfidante di Donald Trump. Sinistra contro centro moderato per l’anima del partito. L’ala progressista che crede nella mobilitazione della base e di nuovi elettori e minoranze, capace di trascinare con sé gli incerti grazie ad ambiziose riforme economiche e sociali – sanità pubblica universale e Green New Deal, università gratuita e senza debiti e decriminalizzazione di migranti che chiedono asilo.Contro i moderati che criticano invece queste politiche come un suicidio e i loro portabandiera come ineleggibili, pronti ad abbandonare lavoratori e ceti medi tradizionali per scommettere su illusioni che spaventano gli americani. È stata la notte della sinistra radicale, una specie di «stress test» per verificare la tenuta dei candidati più attesi nel dibattito, i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren. Ci si poteva aspettare uno scontro interno, un derby per la leadership di questa area politico-culturale in crescita nel partito democratico. Invece i due hanno fatto blocco per respingere le obiezioni dei moderati. Sul palco di Detroit, nel confronto organizzato dalla Cnn nell’ambito delle primarie per scegliere chi sfiderà Trump nel 2020, si sono presentati i primi dieci candidati.

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