Le notizie in prima pagina sui giornali di domenica 11 agosto

Le notizie in prima pagina sui giornali di domenica 11 agosto
Economia e Finanza

Conti pubblici. Finanza da una parte (spread e Borsa), economia reale (rischio aumento dell’Iva) dall’altra. In mezzo, i bilanci delle famiglie, che rischiano di essere messi a dura prova dalle conseguenze della crisi di governo. Solo sul fronte dell’Iva, se non si riuscisse ad evitare il rialzo delle aliquote, ci sarebbero 23 miliardi aggiuntivi sulle spalle dei consumatori nel 2020 e 28 nel 2021. II Codacons ha calcolato che tra aumento Iva e rincaro delle accise il conto medio per una famiglia sarebbe di 1.200 euro nel biennio. L’assaggio di quanto potrebbe ancora succedere sui mercati si è avuto venerdì: lo spread, il differenziale dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi, è salito di circa 30 punti base, sfiorando quota 240. Se questo livello si dovesse consolidare, in un anno si pagherebbero 1,2 miliardi di interessi aggiuntivi sul debito pubblico. Se invece lo spread si alzasse stabilmente di 100 punti base, l’aggravio per le finanze pubbliche sarebbe di 4,2 miliardi per il primo anno, di 9 miliardi per il secondo e poi a salire, fino ad arrivare a regime dopo 7 anni (la durata media del debito italiano). Mentre lo spread tra BTp e Bund s’impenna, i tassi d’interesse salgono, l’incertezza politica va alle stelle, la missione del ministero dell’Economia sarà di raccogliere da qui alla fine dell’anno qualcosa come 125 miliardi di euro (lordi) attraverso l’emissione di titoli di Stato a breve, medio e lungo termine. Per fortuna il buon umore che ha accompagnato l’Italia sui mercati negli ultimi mesi ha permesso al Paese di raccogliere già, da gennaio a oggi, 284 miliardi. Per fortuna questo ha consentito al Paese di finanziare il suo fabbisogno e di avere in cassa, nel Conto di disponibilità del Tesoro, qualcosa come 78 miliardi di euro. Ma il fieno già messo in cascina non basta.

Manovra. «Noi siamo pronti e tranquilli». Al ministero dell’Economia è un fine settimana di pausa, ma non certo di relax. Il ministro Giovanni Tria e i suoi più stretti collaboratori sono al massimo a un paio d’ore di viaggio da Roma e si tengono, come è normale in questi casi, in contatto continuo. Sono «pronti» perché proprio due settimane fa – con largo anticipo su quelli che sono (o ormai sarebbero stati) i tempi fisiologici della legge di Stabilità – il ministro aveva già condiviso con i suoi viceministri un dettagliato elenco di voci di spesa dove si potevano operare tagli e di “tax expenditures”, le detrazioni e deduzioni fiscali, da cambiare o addirittura cancellare. Attingendo a quell’elenco – era l’idea – si sarebbero innanzitutto potuti trovare i 23 miliardi di maggiori entrare o di minori spese che avrebbero consentito di sterilizzare anche per il prossimo anno l’aumento delle aliquote Iva previsto dagli accordi con Bruxelles. E da quel “menu” la maggioranza avrebbe potuto scegliere anche le voci più adatte per comporre la nuova manovra. Quello fatto al ministero è un lavoro avviato da tempo e che anche dopo mercoledì non si è fermato. Ma se per sventura il nuovo governo non riuscisse ad approvare in tempo la legge di bilancio e si dovesse entrare in regime di esercizio provvisorio gli aumenti sarebbero inevitabili: dal primo gennaio del prossimo anno l’aliquota ridotta, che oggi è fissata al 10%, salirebbe infatti al 13%; quella ordinaria oggi al 22% andrebbe al 25,2%. L’Iva al 13% su una gamma di beni che va dai prezzi dell’energia agli spettacoli alla somministrazione di alimenti e bevande (bar e ristoranti) a tanto altro ancora frutterebbe 8,7 miliardi.

Politica Interna

Crisi di governo. Lo chiamano governicchio, accrocchio, governo balneare. Da sinistra si allargano, fino a intonare il coro della «salvezza nazionale», un esecutivo che fermi l’onda del consenso cavalcata da Matteo Salvini. E persino i più istituzionali, che evocano formule antiche come il governo del presidente, di transizione, di scopo, o elettorale, non ci punterebbero sopra cento euro. Eppure, tale è la paura di Salvini (e delle urne), che tutti ne parlano, tutti ci provano, tutti telefonano a tutti. La crisi ha aggrovigliato un incredibile intreccio di trame e contatti, avvicinando leader e anche semplici peones, che fino a ieri si insultavano da barricate opposte. Tranne la Lega e Fratelli d’Italia, la girandola di avances e tentativi, anche azzardati, coinvolge tutte le forze politiche. La tregua apparente nel Pd è durata ben poco e, già al secondo giorno della crisi di governo sollecitata da Matteo Salvini, si torna allo scontro fra la linea di Nicola Zingaretti e quella dei renziani. Il segretario ribadisce che ormai non ci sono alternative alle urne e «noi siamo pronti». Dall’altro versante, invece, si frena sulle elezioni facendo leva sulla responsabilità economico-finanziaria verso il Paese e sulle scadenze con l’Europa. Ma torna anche Beppe Grillo: «Mi eleverò per salvare l’Italia dai nuovi barbari».

Il nuovo Commisario Ue. I tempi (ancora tutti da decidere) della crisi di Governo italiana si stanno sempre più pericolosamente incrociando con le prossime scadenze europee. Entro il 26 agosto l’Esecutivo dovrà comunicare alla nuova presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen il nome del commissario italiano per quello che, fino a ieri, veniva rivendicato dal Governo uscente per guidare un “portafoglio di peso”. Ma potrebbe non essere più un esponente della Lega il Commissario europeo che Giuseppe Conte dovrebbe indicare entro fine mese ai vertici della nuova Commissione. Non è un automatismo della rottura politica con Matteo Salvini, ma il capo del governo starebbe pensando ad una figura terza, magari un accademico, o una figura esterna alla politica, autorevole, certamente non di sinistra, ma non per forza leghista. È una delle prime possibili conseguenze della crisi di governo e delle scelte del leader della Lega. Attualmente le comunicazioni fra il premier e Salvini sono interrotte e la scelta di Conte potrebbe, secondo fonti di Palazzo Chigi, essere più che plausibile.

Politica Estera

Epstein suicida. L’orco non c’è più. Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo accusato di avere abusato decine di ragazzine, spingendole a prostituirsi “prestandole” ad amici facoltosi e potenti, è morto. Lo hanno ritrovato ieri mattina, impiccato nella sua cella del Manhattan’s Metropolitan Correctional Center, il super carcere di New York. Eppure era rinchiuso nel famigerato “10 South”, il bracco speciale da cui è impossibile evadere e dove infatti, in totale isolamento, sono “ospitati” i criminali peggiori, tanto che fino a poche settimane fa c’era anche il capo dei narcos messicani Joaquin Guzmán Loera detto El Chapo. I responsabili del carcere dicono che Epstein, 66 anni, si è suicidato all’alba. Eppure, nei suoi confronti l’attenzione doveva essere massima: in quella stessa cella aveva già provato a suicidarsi un mese fa, quando era stato trovato semi incosciente e con vistose echimosi sul collo.

Lo Ior. Cambia dopo quasi 30 anni lo statuto dello lor, la banca vaticana. Il nuovo statuto, varato con documento autografo da Papa Francesco, conferisce maggiori poteri al direttore, che diventa “generale” e può essere nominato a tempo indeterminato, ma deve andare tassativamente in pensione a 70 anni, per evitare proroghe infinite come accaduto in passato. Si rafforza anche la figura del prelato, il monsignore che si configura come l’anello di congiunzione tra la Commissione cardinalizia – l’organo che rappresenta l’azionista, cioè la Santa sede – e il consiglio di Sovrintendenza, il cda laico con membri esperti di finanza e diritto. La svolta allo Ior ha il passo lungo ma efficace delle riforme portate avanti da sei anni e mezzo a questa parte da papa Francesco.

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