Le notizie in evidenza sulle prime pagine dei giornali di domenica 9 dicembre

Le notizie in evidenza sulle prime pagine dei giornali di domenica 9 dicembre

Politica Interna

Salvini e la piazza: tratto io con la Ue. #primagliitaliani: è Twitter che traccia il solco, ma è la Piazza che lo difende. Come al solito, i numeri iperbolici – centomila – ridicolizzano l’aritmetica, ma sicuramente è vera l’abbondanza, la potenza, il flusso della Lega in Piazza del Popolo, che fu la piazza di Almirante, la piazza della destra italiana. Prima di Salvini era riuscito solo a Berlusconi. In mezzo al palco il leader leghista s’emoziona: «Mai avrei creduto che gli italiani ci avrebbero dato la fiducia di governare questo Paese». L’Immacolata 2018 è il giorno del Salvini europeista che evoca «un sogno». Quella immaginata non è «l’Europa della finanza, dello spread, degli zerovirgola ma quella della dignità dei cittadini». Per questo chiede «il mandato di andare a trattare con l’Ue, non come ministro, ma a nome di 60 milioni di italiani che vogliono lasciare ai loro figli e nipoti un’Italia migliore». L’invito è quello di «ripartire dalla sua lezione per costruire una nuova Europa fondata sul lavoro e sulle identità». Ma Salvini vuole accreditarsi anche come leader di dialogo. In effetti la piazza salviniana appare assai più mite che in passato. Tre anni fa il corteo di avvicinamento al primo comizio romano del Capitano era stato quello di Casa Pound, scesa dal Pincio inquadrata come un esercito, con bandiere e fanfare. Stavolta al suo posto arriva la processione dei padri separati per l’affido condiviso. Intorno a loro un popolo che ha cancellato ogni forma di folklore leghista. Gli applausi più fragorosi scattano per parole inaspettate, tutt’altro che bellicose. Educazione civica. Tradizioni. Autorità (degli insegnanti). Crocifisso (nelle classi). Presepe (ovunque). Fare figli. È anche questo il messaggio che Salvini spedisce alle autorità europee. Senza di noi sarebbe peggio. Avete visto che fine sta facendo Emmanuel Macron? E invece, ecco questa piazza di «unione, amore, speranza».


 A Roma Salvini riempie la piazza post-leghista. «Datemi il mandato per trattare con la Ue» – Migliaia di No Tav sfilano a Torino: «M5S ha promesso, ora la fermi» – Manovra, primo sì. Slittano pensioni e reddito di cittadinanza. Arrivano più sgravi alle imprese – Parigi in fiamme con i gilet gialli. Macron al bivio: riforme o voto – Ultimatum a May: torni a trattare con la Ue o lasci

No Tav «Il M5S non può tradire». I Cinquestelle torinesi, nel chiedere ai «loro» ministri di «fermare subito l’Alta velocità Torino-Lione» senza aspettare l’analisi costi-benefici (a questo punto, davanti a «questa massa democratica – dicono – non si può soggiacere a nessun valore economico»), contano «70 mila in marcia». La questura ridimensiona il tutto e parla di «circa 20 mila». Ma al di là del solito balletto sui numeri, il dato politico registrato ieri a Torino è chiaro: se il confronto doveva essere tra la piazza Sì Tav del 10 novembre scorso e quella No Tav di ieri, è abbastanza evidente che sul piano numerico hanno vinto i contrari all’opera. Se le “madamine” avevano portato in piazza tra le 30 e le 40 mila persone, la piazza di segno opposto ne ha radunate circa 50 mila. «La differenza è che le persone pro Tav venivano tutte da Torino mentre i No Tav hanno mobilitato pullman da tutta Italia», fa notare il presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino. Che il corteo di ieri fosse l’adunata nazionale di tutti i “No” possibili e immaginabili, si sapeva da tempo. Nelle prime file c’è Enrico Panini, vicesindaco di Napoli. Perché è venuto fin qui? «Per dire No ad un’opera inutile e devastante sul piano ambientale». Se un politico torinese venisse a Napoli a dire che l’alta velocità Napoli-Bari è devastante e inutile, lei come reagirebbe? «Lo accoglierei e mi metterei a discutere con lui nella massima disponibilità». Certo è che ieri, in quella stessa piazza Castello di un mese fa, non c’erano soltanto torinesi, ma anche tanti valsusini: «Abbiamo portato il vento della Val di Susa». Sono loro, del resto, quelli interessati più da vicino dai cantieri del nuovo tunnel ferroviario che, dopo 147 anni di vita, dovrebbe sostituire il Frejus.

Politica Estera

Gilet gialli, Macron al bivio. I Gilets Jaunes e la polizia sono stati protagonisti di scene di guerriglia urbana in tutta la Francia e a Parigi in particolare nel quarto sabato di proteste. Anche la frontiera di Ventimiglia è stata bloccata per ore, mentre cortei sono stati organizzati in Belgio e in Olanda . Elevato il numero dei partecipanti: 125mila (10mila a Parigi), meno dei 282mila del 17 novembre, ma appena al di sotto dei 136mila il 1° dicembre. Segno che l’annullamento dell’imposta sui carburanti da parte del governo non è riuscito a dividere il movimento. Imponente lo sforzo della polizia che ha controllato quasi 1.400 persone e ne ha fermate 975. L’attesa ora è per l’intervento di Emmanuel Macron, finora rimasto silenzioso, che dovrebbe parlare alla nazione nei primi giorni della settimana. L’Eliseo ha finora lasciato agire il presidente del consiglio Édouard Philippe salvo smentirlo quando il governo ha tentato una timida apertura sulla patrimoniale, che Macron ha limitato agli immobili. Il presidente ha preferito annullare, invece di sospendere, la tassa sul carburante piuttosto che tornare a discutere di un’imposta sulla ricchezza finanziaria. Questa mossa lascia pensare che il presidente non vorrà – e non potrà – smentire totalmente l’azione svolta finora. Un dialogo però dovrà essere aperto, come ha confermato ieri Philippe: «Bisogna ricucire l’unità nazionale – ha detto – con il dialogo, il lavoro, l’unione. Il presidente della repubblica – ha aggiunto – si esprimerà e proporrà misure che consentiranno alla nazione francese di ritrovarsi». Mentre Trump millanta che lo slogan dei gilet gialli è «Vogliamo Trump!». Il presidente americano scopre nell’onda gialla, la spina nel fianco del rivale Macron, e lo fa con un’operazione di marketing politico in cui lega la protesta contro il caro-carburante all’Accordo di Parigi sul clima. Una mossa per consolidare l’asse anti-conformista tra le due sponde dell’Atlantico e acquisire maggiore potere nel negoziato con Bruxelles su alcuni dossier, dal commercio alla Difesa

Brexit: ultimatum a May. A pochi giorni dal cruciale voto del parlamento di Londra sull’accordo di divorzio dall’Unione europea, i deputati conservatori, e non solo, sono in fibrillazione. Praticamente nessuno crede che l’intesa raggiunta dalla premier con Bruxelles possa superare il voto di martedì ai Comuni, e così si guarda già al dopo. Tutto può succedere. Il ministro del Lavoro, Amber Rudd, è il primo membro del governo a schierarsi pubblicamente per un “piano B”, dopo la probabile bocciatura di quello della premier: un modello “Norvegia plus” in cui il Regno Unito rimane nel mercato comune e nell’unione doganale, che potrebbe ottenere la maggioranza in Parlamento. Ipotesi per ora ufficialmente esclusa da Bruxelles, ma Romano Prodi non ci crede: «Se il piano May verrà respinto, la Ue riaprirà il negoziato», dice all’Observer l’ex leader italiano ed ex presidente della Commissione Europea. Secondo il Telegraph, alcuni ministri hanno lanciato un ultimatum alla premier: in caso di bocciatura, o torna a Bruxelles per cercare di strappare qualche concessione in più, o deve dimettersi. Mentre il Times riporta la notizia di un piano trasversale per un voto di sfiducia: vi prenderebbero parte i deputati laburisti, i Tory ribelli, e, potenzialmente, il partito unionista irlandese che finora ha dato appoggio esterno al governo, ma che è deluso dall’accordo sulla Brexit. May ha per ora escluso l’ipotesi di un rinvio del voto parlamentare sulla Brexit. In caso di bocciatura, ha ventuno giorni per decidere cosa fare, sempre che non si dimetta o venga sfiduciata prima.

Economia e Finanza

Manovra, primo sì. La Camera ha approvato ieri con 312 sì, 146 no e 2 astenuti il disegno di legge di Bilancio per il 2019 sul quale il governo aveva gia incassato il voto di fiducia. Ora la manovra da 37 miliardi di euro passa all’esame del Senato, dove verrà profondamente cambiata nel tentativo dell’esecutivo Conte di evitare che la commissione europea apra una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Il provvedimento dovrà quindi tornare alla Camera per l’approvazione definitiva, entro il 31 dicembre. Entro domani, ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, «si tireranno le fila» sulle modifiche da presentare al Senato. «Arriveranno i calcoli della Ragioneria dello Stato e dell’Inps» e si vedrà di quanto ridurre lo stanziamento per il «reddito di cittadinanza» fino a 780 euro al mese e per «quota 100» (in pensione con 62 anni d’età e 38 di contributi). Nel disegno di legge approvato dalla Camera i due fondi valgono rispettivamente 9 miliardi e 6,7 miliardi. Al Senato verranno ridotti, complessivamente, di almeno 3-4 miliardi. Nonostante ciò, saranno necessari ulteriori interventi se, per fare l’accordo con Bruxelles, il deficit 2019 dovrà essere tagliato dal 2,4% del Pil previsto finora al 2% o all’1,9% come vorrebbe la commissione Ue. Messo alle strette alla Camera da chi gli chiede indicazioni sui due perni della manovra, le pensioni a quota 100 e il reddito di cittadinanza, Tria si mantiene vago: «Stiamo studiando tutte le opzioni, stiamo vedendo gli spazi finanziari e facendo le stime dettagliate». Serve «l’accordo della politica», ricorda il ministro, finalizzato al raggiungimento del compromesso con Bruxelles.

Più sgravi alle imprese. 48 ore per limare le divergenze e arrivare con le modifiche alla manovra a una «fumata bianca» con la Ue. Il problema posto dall’Europa non riguarda solo i saldi, ma anche la qualità della manovra, che concede troppo in sussidi e troppo poco per crescita e investimenti. Ecco perché nel passaggio fra Camera e Senato il governo tenterà di rafforzare la parte dedicata alle imprese: riduzione delle tariffe Inail per circa seicento milioni, un ulteriore aumento della deducibilità Imu sui capannoni (dal 40 al 50%) , incentivi per la concessione di auto aziendali, riduzione dei debiti della pubblica amministrazione verso i privati. Intanto i due partiti di governo cercano di lavorare alla tela del dialogo con le aziende. In modo particolare Di Maio si sta muovendo sul fronte delle piccole e medie imprese. Martedì ci sarà il primo confronto al tavolo di lavoro al ministero. E il vicepremier vuole partire da un documento di lavoro, quello della revisione delle tariffe Inail, su cui sono all’opera Inail appunto, Mef e ministero del Lavoro. «Adesso aggrediamo la cosa che da anni crea problemi alle imprese e impedisce il rilancio dell’occupazione: il costo del lavoro. Iniziamo con il taglio degli oneri Inail, che rappresenta un sgravio attesissimo dalle imprese che potrebbero risparmiare risorse da investire, anche per l’assunzione di nuovo personale. E che consentirà alle nostre imprese di essere ancora più competitive a livello internazionale». E il ministro per i Rapporti con il Parlamento e per la democrazia diretta Riccardo Fraccaro promette: «La manovra al Senato cambierà molto, al di là di reddito di cittadinanza e “quota 100”. Che però devono partire il prima possibile: «Ha ragione Beppe Grillo, i nuovi dati sulla povertà assoluta ci dicono che il Paese non può aspettare».

Share this post