Le notizie in evidenza sui giornali di martedì 4 giugno 2019

Le notizie in evidenza sui giornali di martedì 4 giugno 2019

Politica interna

Governo, l’ultimatum di Conte   «O vi rimettete a lavorare insieme, con rinnovata fiducia e collaborazione leale, o sono disposto a farmi da parte, non mi presterò in nessun modo a vivacchiare o a galleggiare». II premier Giuseppe Conte lancia una sorta di ultimatum, per qualcuno debole, perché non indica delle scadenze, per le opposizioni fuori luogo, perche andava pronunciato in Parlamento e non a Palazzo Chigi, di fronte ai cronisti, ma di fatto quello di ieri del presidente del Consiglio è in ogni caso un aut aut rivolto sia al Movimento che alla Lega. Conte ribadisce che Lega e 5 Stelle devono essere «consapevoli del loro compito» e che «le regole europee ci sono e vanno rispettate». Al messaggio centrale del suo discorso Conte – che sottolinea la «stima» al presidente Sergio Mattarella «per il sostegno e i consigli del quale mi ha voluto onorare» -arriva dopo un lungo preambolo, un bilancio positivo del primo anno di governo, quasi a reclamare uno spirito di squadra che c’è stato e si è sfilacciato e perso nel tempo, complici le elezioni. Poi chiede «una chiara presa di responsabilità» delle forze politiche. Ove non vi fosse, e «se i comportamenti non saranno trasparenti, rimetterò il mandato nelle mani del presidente della Repubblica». Lo spettro delle dimissioni significa con ogni probabilità scioglimento del Parlamento, elezioni a settembre, manovra economica in eredità ad un nuovo governo, ma questo scenario dal premier non viene nemmeno abbozzato: l’accenno alle dimissioni sembra fatto per scongiurarlo. E la sensazione è che il capo del governo sia convinto di poter andare avanti: «Mi sono determinato ad accettare l’incarico perché, pur consapevole di essere privo di una mia forza politica di sostegno, ho ritenuto di poter attingere all’articolo 95 della Costituzione e alle prerogative ivi indicate, che definiscono ruolo e poteri del premier».E avverte, rivogendosi implicitamente a Salvini: «Ci aspetta una manovra complessa, che richiede forte condivisione».  L’obiettivo è farne una «espansiva, tenendo i conti in ordine senza aumentare l’Iva: le regole europee restano in vigore finché non saremo in grado di cambiarle» «La Lega c’è» replica a stretto giro Salvini, ma alle sue condizioni: «Il voto alle europee è stato chiaro, le regole Ue vanno cambiate». Più morbido Di Maio che torna a invocare «un vertice, anche domani» perché «questa è l’unica maggioranza possibile». Sulle barricate le opposizioni. «Conte ammette di non contare nulla», graffia la forzista Gelmini. Per Zingaretti «ha ammesso la paralisi, il disastro». Di più: «Ha aperto la crisi», sentenzia il dem Delrio.

L’ultimatum di Conte: i commenti   Secondo Marcello Sorgi, sulla Stampa, “la crisi di governo s’è aperta in diretta ieri con l’intervento del presidente del Consiglio Conte. Fino a un momento prima infatti, il logoramento della maggioranza giallo-verde, aggravato dagli scontri quotidiani tra Di Maio e Salvini nella campagna elettorale conclusasi con la sconfitta del primo e la vittoria del secondo, era un dato di fatto ma mancava chi si assumesse la responsabilità di chiudere l’avventura cominciata giusto un anno fa. Ora invece c’è: il premier tecnico, il professore, l’«avvocato del popolo», come si era definito all’atto di ricevere l’incarico, ha detto francamente che non ce la fa più. Anche Verederami sul Corriere della Sera scrive che il discorso del premier è “una chiara denuncia rivolta a Cinquestelle e Lega, a cui chiede un’altrettanto chiara assunzione di responsabilità. Il premier avvisa i suoi vice che non basteranno risposte vaghe per proseguire l’esperienza del «cambiamento», dato che i problemi da affrontare richiedono unità di intenti. Soprattutto perché certi nodi da sciogliere – a partire dal grave stato in cui versano i conti pubblici – imporranno soluzioni compatibili con le regole e i vincoli di un Paese che è socio fondatore dell’Europa, e ha impegni da rispettare sui mercati internazionali. Di diverso avviso Stafano Folli. Il vero significato della “paradossale conferenza stampa di ieri” – si legge nel suo commento su Repubblica –  sta
nella richiesta, “tra le righe”, rivolta a Salvini “di lasciar vivere il governo e di permettergli – ecco il punto chiave – di lavorare con la Commissione europea per evitare la procedura d’infrazione e quindi gettare le basi per la legge di bilancio che il Parlamento dovrà votare in autunno”. Nel discorso del premier, Folli non ravvisa alcuna “vera volontà di lasciare il campo: quel «non voglio vivacchiare» è un manierismo di vecchia scuola politica da non prendere troppo sul serio. In realtà – scrive – il premier si sente abbastanza forte, nonostante le apparenze, per tentare di mettere all’angolo il vincitore del 26 maggio”.

Economia e finanza

Procedura di infrazione, domani la decisione della Commissione    La Commissione europea annuncerà domani se suggerire ai paesi membri di aprire o meno una procedura per debito eccessivo ai danni dell’Italia. Le ultime indicazioni lasciano intendere che salvo sorprese l’esecutivo comunitario riterrà giustificata una tale scelta, che in ultima analisi dipenderà dal Consiglio, possibilmente in luglio. La relazione della Commissione conterrebbe dati eclatanti sulle rippetute manchevolezze dell’italia in questi anni. per esempio, il divario nel 2019 tra obiettivi e previsioni nella riduzione del debito sarebbe del 9%. Tuttavia alcune parti del rapporto tecnico sul debito dell’Italia, interpretabili come aperture a un possibile negoziato con il governo M5S-Lega: se a Roma fossero disponibili ad andare incontro alle richieste di Bruxelles, come già accaduto l’anno scorso con l’accordo di compromesso con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell’Economia Giovanni Tria. La vicenda della procedura di infrazione si intreccia, infatti. con la partita dell’ assegnazione delle principali europoltrone, che, oltre alla presidenza della Commissione, includono anche Consiglio dei governi, Bce ed Europarlamento. Frans Timmermans, candidato olandese dei socialisti per la successione a Junker, sarebbe favorevole a far slittare il caso Italia a dopo l’accordo sulle poltrone. Pierre Moscovici e Federica Mogherini, lo appoggiano, mentre. Jean-Claude Junker, il suo vice lettone Valdis Dombrovskis e altri commissari europopolari, in sintonia soprattutto con colleghi liberali, vorrebbero inviare subito un segnale duro al governo
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La corsa dei Comuni al rincaro Irpef  Sono 469 i Comuni che hanno finora scelto di aumentare l’addizionale Irpef, dopo i tre anni di blocco degli incrementi di tutte le tasse locali. La verifica, ancora provvisoria, l’ha fatta la Corte dei Conti nel suo “Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica”. Tra le municipalità che hanno optato per l’aumento – a quanto risulta consultando la banca dati sul sito del Dipartimento Finanze – non ci sono per ora grandi città, ma figurano comunque alcuni capoluoghi di provincia come Barletta, Lucca, Lecce, Mantova e Rimini ed altri centri di medie dimensioni. Al momento risultano compresi nell’elenco, oltre ai cinque capoluoghi, alcuni centri medio-grandi come Aversa, Busto Arsizio, Imola, Sesto San Giovanni. Guardando alle Regioni, i Comuni che aumentano sono oltre 100 in Lombardia, 70 in Piemonte, più di 40 in Campania e una trentina sia in Emilia Romagna che in Calabria e nel Lazio. C’è, tuttavia, l’incognita dell’Imu e della Tasi. Anche qui, finora, sono pochi i Comuni che hanno deciso e comunicato l’aumento delle aliquote, tra quali Torino, La Spezia e Pordenone, ma per «ufficializzare» le delibere c’è tempo fino al 31 ottobre, e qualche sorpresa non si può escludere. In molti Comuni a fine maggio si è votato, e non si può escludere che anche per motivi elettorali la comunicazione al Mef delle nuove aliquote delle addizionali locali e dell’imposta sugli immobili sia stata ritardata.

Politica estera

La visita di Stato di Trump in Gran Bretagna   Donald Trump ha ottenuto quello che voleva: una visita di Stato in Gran Bretagna, Il massimo dell’onore, concesso finora soltanto a due presidenti americani prima di lui. Perché il viaggio dell’anno scorso era stato soltanto «di lavoro», molto più informale: mentre questa volta è stato accolto in pompa magna, con tutto il cerimoniale reale. E così le immagini di «The Donald» ricevuto a Buckingham Palace dalla Regina sono rimbalzate in America all’ora dei telegiornali del mattino: e avranno sicuramente avuto il loro effetto sul pubblico d’Oltreoceano, che resta del tutto soggiogato dal fascino della monarchia. Il protocollo è stato rispettato anche se qualcuno ha notato che la stretta di mano a Elisabetta non è sembrata così deferente, mentre Melania ha evitato di fare la riverenza alla sovrana.  Notevoli però le assenze al banchetto ufficiale che si è tenuto a Buckingham Palace: innanzitutto quella del leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, che invece terrà oggi un discorso a una delle manifestazioni di protesta. Ma soprattutto quella di Meghan Markle, la moglie di Harry e unica cittadina americana membro della famiglia reale; non è un mistero che fra i due non corra molta simpatia: Meghan in passato aveva dato del misogino a Trump e lui, alla vigilia della visita, l’ha definita «cattiva». L’unica vera polemica Trump l’ha fatta con la sua bestia nera, il sindaco musulmano di Londra Sadiq Khan, definito all’arrivo «perdente».

Sudan, la giunta militare reprime la protesta   Nuovi scontri e violenze in Sudan, dove negli ultimi tre giorni sono morte oltre 50 persone. A  sparare sulla folla le Rapid Support Force, le milizie paramilitari governative, che solo nella capitale sudanese hanno ucciso 30 persone nelle ultime 24 ore. La giunta militare al potere, rappresentata dal Consiglio di transizione, nega ogni responsabilità ma decine di filmati testimoniano il contrario. Le nuove repressioni sono conseguenza di tensioni crescenti, esacerbate dallo sciopero generale indetto dall’Associazione dei professionisti sudanesi la scorsa settimana e che per 48 ore ha bloccato ogni attività produttiva, scolastica, sanitaria e bancaria del Paese. Le violenze sono scoppiate al termine della due giorni di disobbedienza, che aveva l’obiettivo di fare pressioni sulla giunta militare affinché velocizzasse la formazione di un governo civile. A fronte degli attacchi contro i dimostranti, l’alleanza delle forze del cambiamento ha annunciato la sospensione di ogni negoziato e nuove proteste fino «al completo rovesciamento del nuovo regime».

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