Le notizie in evidenza sui giornali di lunedì 3 giugno 2019

Le notizie in evidenza sui giornali di lunedì 3 giugno 2019

Economia e Finanza

Conti pubblici e Flat Tax.  Lo ha fatto con quel misto di pacatezza e prudenza che è propria di un banchiere centrale. Ma nonostante non sia venuto meno al suo ruolo istituzionale, il governatore Ignazio Visco non ha nascosto — ancora una volta, dopo la relazione in Bankitalia dell’altro giorno — tutte le sue preoccupazioni. Lo ha ribadito nella giornata conclusiva del Festival dell’economia di Trento: Visco è preoccupato per la tenuta dei conti pubblici, per le scelte del governo, per riforme che — pur non dicendolo esplicitamente — ha fatto capire considera improvvisate. E proprio per questo pericolose se non rispettano la traiettoria di rientro del debito. Così si potrebbe «creare uno stato di volatilità sui mercati finanziari inaccettabile». Visco non si è limitato a questo: ha consigliato di non avventurarsi nell’introduzione di una flat tax «senza una riforma organica di tutto il sistema delle regole fiscali» e ha bocciato senza mezzi termini il minibot. «Sono sempre debito, non sono di certo una soluzione al nostro problema di finanze pubbliche». II mandato degli elettori è chiaro e dunque fa bene Matteo Salvini a provarci. Non sappiamo ancora quale sarà la proposta finale sulla cosiddetta flat tax ma potremmo cominciare col dire che di “piatto” non c’è nulla. L’ipotesi più accreditata parla di una riduzione da cinque a tre aliquote con il fatidico 15 per cento limitato ai redditi Irpef inferiori ai 50-60 mila euro. Sopra i 100 mila euro di guadagno ci si fermerebbe a un prelievo del 40 per cento.

Bce. Un aneddoto forse apocrifo su John Maynard Keynes vuole che, a chi gli faceva notare un’incoerenza, un giorno l’economista inglese abbia risposto: «Quando i fatti cambiano, io cambio idea». A quanto pare i fatti sono cambiati anche per un economista lontano da Keynes come Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, perché anche lui sembra aver aggiornato il proprio parere. Lo ha fatto sul punto che più ha segnato i suoi scontri con Mario Draghi, dal 2011 presidente della Banca centrale europea. Ormai Weidmann concorda con l’italiano su un punto vitale: alla Bce spetta il ruolo di prestatore di ultima istanza nell’area euro. Spiega una persona molto vicina al presidente della Bundesbank che questi, oggi, ha una posizione chiara: riconosce come legittimo lo strumento che permette alla Bce di lanciare interventi potenzialmente illimitati a difesa di un Paese sotto attacco sui mercati. Non è un dettaglio da poco, specie per un Paese fragile come l’Italia.

Politica Interna

Il 2 giugno. Tra alleati di governo sono riusciti a farsi la guerra anche il giorno della Festa della Repubblica. Dopo la protesta degli ex generali contro i tagli alla Difesa e alle loro pensioni e dopo gli attacchi alla ministra Elisabetta Trenta (che parla di ricorrenza dedicata — oltre che alle forze armate — anche «all’inclusione», un tema «che bene rappresenta i valori scolpiti nella nostra Costituzione», ha detto poi il capo dello Stato), un’autentica «bomba» nella tribuna delle autorità della parata del 2 Giugno la fa esplodere il presidente della Camera Roberto Fico. Il quale, prima di prendere posto accanto al capo dello Stato, azzarda con il sottofondo della Brigata Sassari che già intona il suo canto: «Oggi è la festa di tutti quelli che si trovano sul nostro territorio; è dedicata ai migranti, ai rom, ai sinti che sono qui e hanno gli stessi diritti. Questa è la forza della nostra Repubblica: non fare differenze di sesso, razza o religione, perché sotto questo angolo di cielo che si chiama Italia sventola per tutti la stessa bandiera». Il vicepremier Matteo Salvini, seduto accanto al collega Enzo Moavero, legge sullo smartphone la frase che rimbalza di orecchio in orecchio e replica subito via Twitter: «Io dedico la Festa della Repubblica all’Italia e agli italiani». Dopo il 25 aprile, il 2 giugno: anche le ricorrenze sono ormai terreno di scontro tra M5s e Lega, ma stavolta la polemica taglia in due lo stesso Movimento, in piena crisi di nervi dopo il tracollo alle europee della scorsa settimana.

L’ultimatum del premier. Farà certamente un bilancio del primo anno di governo, considerando le cose positive fatte insieme dai due alleati, le misure approvate, quelle in cantiere e in via di approvazione parlamentare. Ma il bilancio sarà anche uno spartiacque, una sorta di cesura, perché è ad un bivio che è arrivata la sorte dell’esecutivo, e questo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo dirà chiaramente e senza reticenze: «O si recupera un metodo di lavoro, si affronta un’operazione di fiducia che riporti programmazione e omogeneità nell’azione di governo, oppure vengono meno le condizioni per proseguire». Sarà questo il senso, se non le parole esatte, del discorso che oggi il premier farà agli italiani, agli elettori, a tutti coloro che guardano con ansia alle prospettive dell’alleanza gialloverde, che non accenna a ritrovarsi nonostante sia passata una settimana dal voto delle Europee, nonostante la buona volontà dello stesso Conte che ha smesso di intervenire in pubblico e che da giorni è in costante e preoccupato contatto con il Quirinale.  «Devo avere i margini per trattare con l’Europa – questo il senso del suo ragionamento, secondo diverse fonti – perché non sarò io il primo presidente del Consiglio a mettere la firma su un’eventuale procedura d’infrazione dell’Italia per debito. Devo pensare al bene del Paese». La svolta è maturata nelle ultime ore, prontamente comunicata anche ai vertici istituzionali. Decisiva, per l’avvocato, è stata l’incredibile gazzarra sulla lettera di risposta all’Europa, bruciata da una “manina” assieme alla credibilità già ridotta di Roma sui mercati. Conte sa bene che il suo governo è appeso a un filo. Che non resta altra strada che certificarne la crisi di fatto, pur restando almeno per il momento a Palazzo Chigi. E che l’unica mossa sensata è rilanciare, rilanciare con decisione, sperando di riavviare un motore che Salvini ha deciso di rottamare.

Politica Estera

Il Papa al ritorno dalla Romania. «So che alcuni di voi sono credenti, altri non tanto. Ai credenti dico: pregate per l’Europa, pregate, che il Signore ci dia la grazia. Ai non credenti chiedo l’augurio del cuore, la buona volontà, il desiderio che l’Europa torni a essere il sogno dei padri fondatori». Poco dopo il decollo dalla Romania, il Papa raggiunge i giornalisti in fondo al volo che lo riporta a Roma. Qualche ora prima, in Transilvana, ha incontrato la comunità rom di Blaj, accolto da un coro di bambini, e pronunciato un mea culpa storico: «Nel cuore porto un peso. E il peso delle discriminazioni, segregazioni e maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male». Gli «zingari» furono citati nella «Giornata del perdono» voluta da Wojtyla il 12 marzo 2000, ma non c’era mai stato un mea culpa così esplicito e netto come quello di Francesco: «Chiedo perdono — in nome della Chiesa al Signore e a voi — per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele». Si avverte tanta preoccupazione di fondo. Forse vorrebbe vedere in giro più responsabilità dice che bisogna aiutare i politici a dare speranza alla gente e poi smentisce la voce di chi sostiene che non vuole vedere Salvini. Semmai, tecnicamente parlando, in Vaticano non è mai arrivata nessuna richiesta.

Trump in Europa. La Gran Bretagna dovrebbe completare la Brexit entro la fine dell’anno, senza un accordo con la Ue e senza pagare i 50 miliardi previsti per l’uscita. Boris Johnson sarebbe il premier ideale, ma la trattativa con Bruxelles andrebbe affidata a Farage, magari facendo causa. Una volta completato il divorzio, gli Usa firmerebbero subito un accordo commerciale con Londra. Il presidente Trump non ha risparmiato i giudizi, nell’intervista al «Sunday Times» alla vigilia del suo arrivo oggi a Londra, e ciò non dovrebbe sorprendere. Il giorno del referendum si trovava in Scozia e, non solo appoggiò la Brexit, ma disse che altri Paesi europei come Francia e Italia avrebbero presto seguito l’esempio. Allora il premier era Matteo Renzi e Trump commentò così il fatto che il leader del Pd avesse appoggiato Hillary Clinton: «Renzi è irrilevante». Trump è stato sempre ostile agli organismi multilaterali, perché pensa che sono inefficienti e limitano il potere degli Usa. Si è pronunciato anche il consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, John Bolton: «State tranquilli, dopo che noi americani dichiarammo la nostra indipendenza, ce la siamo cavata».

Share this post