Le notizie in evidenza sui giornali di domenica 4 novembre

Le notizie in evidenza sui giornali di domenica 4 novembre

Politica interna

Rapporti giallo-verdi. Per comodità e pigrizia, classifichiamo come «populismo» il linguaggio del governo gialloverde, e pensiamo al loro popolo come a un’entità omogenea e indistinta, ma i popoli che sono rappresentati da questo governo sono due: quello giallo e quello verde. Che sono diversi, spesso contrapposti. Che parlano due linguaggi, esprimono due sistemi gastrico-ideologici, due cuori, due anime. Per forza poi litigano sull’economia e sul reddito di cittadinanza. II prezzo da pagare per un matrimonio d’interesse. Ma i due popoli abitano pianeti diversi. Il numero due della Lega, Giorgetti, ha detto che il reddito di cittadinanza è una boiata e non si sa neppure se e come si riuscirà ad applicarlo. La ministra Bongiorno, uno degli avvocati più autorevoli del Paese, ha definito «una bomba atomica sui processi» il progetto del Guardasigilli Bonafede di abolire la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Ma anziché sfilargli la sedia da sotto i piedi e lasciarlo penzolare, il leader leghista viene in soccorso al collega grillino con parole rassicuranti: «Andiamo avanti uniti per il cambiamento del Paese, con M5S stiamo lavorando bene, non ci sono polemiche, il governo ha un’altissima popolarità e in cinque mesi abbiamo fatto più di chiunque altro». Però nessuna frase conciliante di Salvini, che per la prima volta dopo la crisi sfiorata sul decreto fiscale e le accuse di Luigi a Porta a Porta tende la mano a palmo aperto al ministro del Lavoro, potrà mai nascondere che tra i due partiti che reggono l’esecutivo la tensione ha raggiunto il picco massimo. Dalla Tav al reddito di cittadinanza, dalla flat tax alla giustizia, emergono le differenze sostanziali tra un partito che si onora di rappresentare i ceti produttivi e uno che ambisce al voto di chi è in cerca di assistenza. Governare a fianco del grillino garantisce al ministro dell’Interno di passare per uno statista anche oltre i suoi meriti. Il traguardo restano poi le Europee.

Scontro sulla prescrizione. In un clima politico che resta teso, una nuova polemica rischia di spaccare ancora una volta la maggioranza. E quella che vede da una parte il M5S che, con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (e con il totale appoggio del leader Luigi Di Maio), insiste per inserire nel disegno di legge Anticorruzione la sospensione di ogni termine di prescrizione di un processo dopo il primo grado di giudizio, dall’altra la Lega che fa resistenza. E che ieri, con la ministra della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, è passata all’attacco. Bongiorno — che è avvocato penalista — infatti dice che «bloccare la prescrizione dopo il primo grado di giudizio significa mettere una bomba atomica nel processo penale, e io questa cosa non posso accettarla e non posso non segnalarla». Posizione condivisa da FI e soprattutto dagli avvocati penalisti, che si lamentano di come il ministro dia loro degli «azzeccagarbugli» e lo criticano. Il Guardasigilli infatti era subito intervenuto per replicare a Bongiorno: «Rispetto e stimo il ministro, ma sulla prescrizione si sbaglia». E questo perché «la bomba atomica che rischia di esplodere è la rabbia dei cittadini di fronte all’impunità», e continua il ministro «la sicurezza dei cittadini e la certezza della pena perdono qualsiasi significato se poi il processo si conclude con la prescrizione. Noi vogliamo una riforma epocale della giustizia penale». «Sulla legalità non possiamo cedere neanche di un millimetro». In partenza per la Cina, Luigi Di Maio lascia ai suoi un messaggio inequivocabile.

Economia e finanza

Manovra e Industria 4.0. La relazione tecnica della legge di bilancio quantifica la riduzione del piano Impresa 4.0. La platea degli investimenti agevolabili con l’iperammortamento fiscale scende di 2 miliardi (da 12 a 10) e, considerando solo il primo anno di effetto finanziario, la spesa per lo Stato cala a 368 milioni dai 903 stimati nella relazione tecnica della manovra di un anno fa. Per il credito di imposta per la ricerca e sviluppo, invece, il taglio è di 300 milioni. L’esame dei numeri offre anche un altro dato, se si esce dagli strumenti fiscali. Sommando i vari rifinanziamenti e le nuove dotazioni ottenute dal ministero dello Sviluppo la legge di bilancio mette in campo 1,6 miliardi spalmati in sette anni. Ai quali vanno sommati 435 milioni per il Fondo di garanzia. Il filo comune delle scelte di politica industriale sembra essere una redistribuzione degli interventi dalle grandi e medie aziende alle piccole e microimprese, fino a scendere alle partite Iva. L’abolizone dell’Ace, l’aiuto alla capitalizzazione, ha un peso rilevante nel computo finale della manovra perché la misura aveva sostenuto negli anni scorsi la crescita di medie e grandi imprese. L’eliminazione poi dell’Iri, l’imposta sul reddito imprenditoriale pensata per le Pmi, è di fatto servita a fare spazio alle partite Iva attraverso la flat tax al 15%. Gli interventi su Impresa 4.0 e bonus ricerca, che riducono la spesa per lo Stato, rispondono in parte a questa filosofia “pro piccoli” del governo gialloverde. Anie-Confindustria, federazione delle imprese elettroniche ed elettrotecniche, associa 1.300 aziende che danno lavoro a 468 mila persone. II suo presidente, Giuliano Busetto, guarda agli incentivi per la digitalizzazione della produzione che sono stati confermati nella legge di Bilancio, sforzandosi di vedere il bicchiere mezzo pieno e non quello mezzo vuoto dei tagli. «Consideriamo molto positivo che l’iperammortamento sia rimasto, anche se in quote via via inferiori all’aumentare degli investimenti. Certo, pesa anche il messaggio. Forse quello che è mancato è una presa di posizione netta del governo a sostegno della digitalizzazione delle imprese. Questo è un processo che non si esaurisce nel breve periodo», continua. «Serve un appoggio trasversale delle forze politiche. Un tema come questo ha a che fare con il bene del Paese perché l’industria manifatturiera è fondamentale per la crescita del PiI».

Risparmiatori truffati. Prima hanno fatto il pieno di voti «promettendo che avrebbero ridato a tutti l’intero ammontare del loro investimento perduto». Adesso che sono al potere « i grillini e i leghisti hanno tradito gli impegni». L’associazione delle Vittime del Salvabanche presieduta da Letizia Giorgianni, prende di mira la maggioranza parlamentare e il governo. E lo fa a nome dei risparmiatori incappati negli effetti del decreto Salvabanche dopo che Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Cassa di Risparmio di Ferrara sono finite in amministrazione straordinaria. Gli iscritti all’associazione si fanno sentire perché hanno letto, delusi, l’articolo 38 della manovra che crea il “Fondo per il ristoro dei risparmiatori”. Il Fondo assegna al risparmiatore il 30% del risarcimento che ha ottenuto in una sentenza del giudice o in una pronuncia dell’Arbitro per le controversie finanziarie. Il risarcimento, mai superiore ai 100 mila euro, sarà concesso alle persone indotte a sottoscrivere azioni delle banche in modo non trasparente. Dal risarcimento andranno sottratti i dividendi percepiti. Cattive notizie anche per gli obbligazionisti che avevano comprato i titoli da un intermediario. Restano senza tutele. «Niente di diverso da quello che ha fatto il Pd», è l’accusa, pesante, nei confronti dei Cinquestelle che della difesa dei risparmiatori truffati hanno fatto una bandiera. Non è un caso che ieri abbia replicato direttamente il vicepremier Luigi Di Maio: «Abbiamo stanziato 1,5 miliardi per i truffati dalle banche, 15 volte di più se paragonato all’elemosina di 100 milioni del vecchio governo. Noi siamo sempre stati dalla vostra parte, ma ora c’è chi gioca a metterci gli uni contro gli altri avvelenando i pozzi. Non mi presto a questo giochino dei giornali». E ha convocato per giovedì associazioni e comitati dei risparmiatori, mentre un altro grillino, il senatore Mario Turco, rivendica «il potenziamento della Consob e dei collegi arbitrali».

Politica estera

Sanzioni Usa all’Iran. Agli occhi di Donald Trump dovevano essere le sanzioni della tolleranza zero. Che a zero avrebbero ridotto le esportazioni di greggio iraniano. Dovevano dividere il mondo in amici e nemici, costringendo a una scelta definitiva chi intratteneva rapporti commerciali sia con l’Iran che con gli Stati Uniti: o Washington o Teheran. Come era prevedibile, l’amministrazione Trump ha dovuto prendere atto della realtà. Ovvero che non si poteva impedire a tutto il mondo di acquistare greggio dal quarto esportatore mondiale. Ecco, dunque, che le “sanzioni a tolleranza zero” contemplano una lista di 8 Paesi – resi noti domani – a cui saranno estese le esenzioni. L’Italia potrebbe essere uno degli otto paesi ai quali gli Usa accorderanno l’esenzione temporanea dalla nuove sanzioni che domani scatteranno contro l’Iran. A sostegno di una tale ipotesi viene ricordato che nel primo annuncio fatto venerdì, il Tesoriere Mnuchin ha detto che l’Unione Europea intesa come blocco non sarà ammessa alle esenzioni, e questa definizione lascia spazio ad una singola eccezione che potrebbe riguardare il nostro paese. Se le voci dovessero essere confermate, l’Italia verrebbe a trovarsi in una situazione difficile nei confronti dell’Europa. Se l’Europa deciderà di far fronte contro le sanzioni Usa, potrebbe trovarsi di fronte all’ostacolo del terzo dei paesi membri in ordine di importanza: l’Italia, che ha già in qualche modo assecondato la strategia di Washington accettando l’esenzione.

Asia Bibi. Resta incerta la sorte di Asia Bibi, la donna pachistana condannata a morte per blasfemia poi prosciolta con una sentenza che, mercoledì scorso, aveva diviso il Paese, portando nelle strade migliaia di fondamentalisti che pretendevano l’impiccagione della donna. Per fermare le proteste il governo di Imran Khan ha firmato nella notte fra venerdì e sabato un accordo con i rappresentanti politici dei manifestanti e autorizzato una revisione della sentenza di proscioglimento. Nel frattempo ha accettato che Asia Bibi resti in carcere, in modo da essere certi che la donna non lasci il Pakistan per uno dei Paesi occidentali che le hanno offerto asilo politico insieme alla sua famiglia. Finora chi si è battuto per Asia Bibi ha pagato con la vita la sua scelta: è il caso di due uomini politici di primo piano uccisi negli anni scorsi. Il primo avvocato della donna si è ritirato dal procedimento dopo anni di pressioni e ieri anche l’attuale legale, Saiful Mulooq ha lasciato il Paese temendo per la sua vita. Saif ul-Malook, l’avvocato di Asia Bibi, ieri a Fiumicino e subito ripartito per Amsterdam, è in fuga dai fondamentalisti: «Vogliono uccidermi». È arrabbiato l’avvocato a capo del collegio difensivo di Asia Bibi, atterrato a Fiumicino ieri nel primo pomeriggio. Tutto il mondo si chiedeva dove fosse finito dopo che la moglie in mattinata aveva dato la notizia della partenza dell’uomo che è riuscito per la prima volta nella storia a far annullare una condanna a morte per blasfemia. Eccolo comparire in completo blu e camicia bianca dove ci aveva dato appuntamento prima di lasciare il Pakistan alla volta dell’Italia. Ma al controllo passaporti viene portato via in una sala attigua dagli agenti dell’antiterrorismo per ulteriori controlli, nonostante fosse dotato di un visto regolare. Ne esce dopo mezzora. «Mi hanno fatto il terzo grado, dubitavano dei miei documenti». Poi andrà a Londra dove intende stabilirsi. Ieri anche il marito di Asia Bibi ha chiesto asilo per tutta la famiglia nel Regno Unito.

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