LE NOTIZIE IN EVIDENZA – Fine vita, la svolta del Papa: lecito fermare le cure – Al via l’anticipo della pensione

Politica interna

Legge sul biotestamento e la posizione di Papa Francesco. Un’attenta valutazione del testo di legge fermo in Senato sul fine vita da parte delle gerarchie vaticane c’è stato. E anche se Francesco non si intromette nelle vicende italiane— così il Vaticano —il messaggio da lui inviato a monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita in occasione del convegno internazionale sul “fine vita” mostra, probabilmente non a caso, una sintonia di fondo proprio col testo della legge. In particolare, la richiesta che si sospendano le cure se non proporzionali, che si adotti «un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona», dice di una consapevolezza maggiore della Chiesa  sull’accanimento terapeutico e insieme sulla possibilità di ciascun malato di autodeterminarsi. E poi ci sono quelle parole esplicite del Papa sulla necessità di una legislazione che suonano se non come un via libera diretto all’approvazione della legge, senz’altro come una presa di distanza da chi si oppone in nome di una “cattolicità” che cerca scudo e protezione nel Papa stesso: «Anche la legislazione in campo medico e sanitario — ha detto Francesco— richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete». Il segretario del Pd Matteo Renzi si sente in linea con le posizioni del Santo Padre e promette l’approvazione della legge a breve.

Alleanza centro sinistra.
Romano Prodi e Piero Fassino ragionano insieme sulla scelta delle parole: dopo un’ora passata a radiografare il profilo di una coalizione che ancora non c’è, l’ex segretario Ds e il fondatore dell’Ulivo decidono cosa mettere nero su bianco. «Bene, avete finalmente imboccato la strada giusta!», esordisce il Professore all’inizio del colloquio, che poi si dipana sulle vie da esplorare per allargare il centrosinistra. I due si vedono per l’incontro a cui Matteo Renzi attribuisce più valore di tutta la gamma di colloqui istruiti da Fassino: perché lo considera propedeutico a un possibile avvicinamento di Pisapia al Pd. Per un’alleanza che coinvolga anche l’ex sindaco di Milano, la cui presenza accanto al Pd sarebbe altamente simbolica per disturbare la concorrenza di Mdp. Per l’ex segretario dei Ds è già un grande passo avanti, considerando il punto di partenza. Il colloquio dunque è andato «molto bene» oltre i comunicati ufficiali. Non significa affatto che il Professore abbia piantato la sua tenda di nuovo nel campo del Pd. Rimane in una posizione neutrale che forse è più utile. Riconosce il ruolo e la funzione di Fassino, «il più autonomo dei renziani», spiegano i collaboratori di Prodi.

Politica estera

Macron e la crisi libanese. Alla fine sarà la Francia, eterna «protettrice del Libano», a risolvere una situazione che rischiava di affossare sia il Paese dei cedri che la credibilità dell’Arabia saudita. Il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha incontrato ieri nella sua residenza di Riad il premier Saad Hariri e gli ha portato di persona l’invito del presidente Emmanuel Macron a trasferirsi in Francia «per qualche giorno». Hariri ha accettato. Poi lo seguiranno, ma non è chiaro quando, anche i figli, che studiano in Arabia Saudita. In serata la presidenza libanese ha confermato che il primo ministro sarà a Parigi domani e, dopo la tappa francese, potrà tornare a Beirut e presentare le sue dimissioni al presidente Michel Aoun, che si rifiuta di accettarle finché Hariri non sarà in patria «con tutta la famiglia». C’era evidentemente bisogno di un arbitro, una terza parte, che offrisse all’Arabia Saudita, una via d’uscita dall’inghippo in cui si è cacciata da sola senza perdere la faccia e al tempo stesso che permettesse al Libano di aprire una fase di riflessione sul ruolo del partito sciita filo-iraniano Hezbollah, senza dare l’impressione di cedere all’ultimatum di Riad. Il mediatore di successo è stato Macron”.

Formazione governo tedesco.
Da quasi un mese, Angela Merkel guida i colloqui per la formazione della nuova maggioranza di governo e si è autoimposta la data del 16 novembre per arrivare a un accordo politico di massima con una coalizione di quattro partiti: la sua Cdu, la gemella bavarese Csu, i liberali e i verdi. Ieri, una riunione — 52 negoziatori presenti — è iniziata all’ora di pranzo ed è andata avanti, in diverse forme nella notte. Finora zitta, come suo costume, la signora Merkel ha rotto il silenzio ieri per dichiarare che la trattativa è molto difficile, ma anche per l’abituale richiamo alla responsabilità verso il Paese e per affermare che un successo è possibile. II suo compagno di partito, Daniel Guenther, governatore della regione dello Schleswig Holstein, si è spinto a rispolverare lo slogan di scarso successo del cancelliere ai tempi della crisi dei migranti «Wirschaffen das», ce la possiamo fare.

Economia e finanza.

Ape. Manca solo l’ultimo via libera, quello del Garante dei dati personali, per la firma alla convenzione con Abi e Ania che farà decollare l’Ape volontario e l’Ape aziendale, ovvero le due forme di prestito-ponte per il pensionamento varate con la scorsa legge di Bilancio. Qualche giorno dopo i termini previsti (domani sono passati i 30 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta del Dpcm) il testo operativo sarà disponibile per l’Inps, che entro fine mese dovrebbe a sua volta riuscire a inviare le istruzioni a tutte le sue sedi territoriali. Intanto prosegue la negoziazione tra Governo e sindacati, in particolar modo la Cgil, sull’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni. Il sindacato a guida di Susanna Camusso è pronto a dare battaglia per contrastare questo provvedimento.

Salvataggio Carige. L’aumento di capitale di Carige è al bivio. Resta appeso alle decisioni del primo azionista dell’istituto genovese, Malacalza Investimenti, e delle banche del consorzio di garanzia (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays). Entrambi, l’altro ieri notte, hanno fatto mancare le firme per dare il via libera alla ricapitalizzazione: una scelta che ha avuto immediati riflessi sulla Borsa, dove per tutta la seduta di ieri i titoli Carige sono stati sospesi.  In ballo non c’è solo il futuro della storica banca dei liguri. Né l’inevitabile bagarre politica che il caso Genova potrebbe scatenare nei lavori della commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche. In discussione, per poche decine di milioni di euro,c’è il futuro dell’intero sistema delle banche medie italiane proprio nella fase in cui si segnalavano segnali di miglioramento. Se Carige dovesse finire in procedura di «resolution» secondo le nuove (o vecchie?) regole Ue, finora mai pienamente applicate né nel caso di Mps né delle due banche venete, anche gli aumenti di capitale pianificati o in arrivo da altre medie banche sarebbero a rischio. Riaprendo un allarme sulle banche e sul sistema Italia che ormai anche le agenzie di rating escludevano come visibile all’orizzonte.

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