LE NOTIZIE DEL GIORNO. Si vota in Sicilia fra le polemiche – Renzi pronto al passo indietro

Politica interna

Il test della Sicilia Si va alle urne tra le polemiche. Mentre ancora echeggiano le polemiche sugli «impresentabili», nel giorno del silenzio elettorale, alla vigilia del voto, ecco Beppe Grillo lanciare un messaggio ai siciliani e il suo cavallo in gara come governatore, Giancarlo Cancelleri, pronto a rilanciarlo via Facebook. Dei social in effetti nessuna legge parla, ma per gli avversari più temuti dai grillini, i sostenitori di Nello Musumeci, siamo comunque davanti a una clamorosa violazione delle regole, come tuona Ruggero Razza dalla cabina di regia di «Diventerà bellissima», il partito del candidato di centrodestra. Grillo insiste col suo Sos, una chiamata dei siciliani al «referendum tra un mondo e un altro», ma trova la sferzata di Alessandro Pagano, transitato da Forza Italia alla Lega, duro con i pentastellati: «II loro gioco, la loro doppiezza gli italiani l’hanno scoperta». Oggi sono chiamati alle urne più di 4 milioni e mezzo di siciliani, dalle 8 alle 22, senza procedere però allo spoglio immediato. In Sicilia va così. Urne chiuse per tutta la notte. E inizio conteggio alle 8 di lunedì. Quanto basta per accendere i dubbi di Sinistra italiana, il pensiero alle amministrative di dieci anni fa, a Palermo: «II voto venne falsato come accertato con sentenza passata in giudicato». Di qui l’appello «per un rafforzamento della sorveglianza dei seggi». Intervistato da Repubblica il leader degli “ortodossi” grillini Roberto Fico dice che «Comunque vada, avremo dimostrato che noi non facciamo trucchi e andiamo al voto mettendoci la faccia». Della Sicilia dice che «lì c’è una vera emergenza legalità. E abbiamo il serio timore che questo voto possa aprire le porte ancora una volta a una classe politica che si sente invincibile e impunita. Se i cittadini non danno un segnale forte, questi personaggi si sentiranno autorizzati per l’ennesima volta a usare le istituzioni e i soldi pubblici come mangiatoia».

L’offerta di Renzi per una coalizione larga: pronto al passo indietro. La sconfitta siciliana ai piani alti del Nazareno viene data per acquisita. Comunque, si ragiona al Pd, il partito non prenderà un risultato molto inferiore a quello ottenuto da Bersani nel 2012 e in più non si può sottovalutare il fatto che in quella regione il centrosinistra ha sempre perso e quando ha vinto, con Crocetta, è stato solo grazie alle divisioni della destra. Per questa ragione Matteo Renzi, alla vigilia del voto, guarda già oltre la Sicilia e punta alle elezioni politiche. L’importante, adesso, per il segretario, è procedere senza indugio nella road map che ha già prefigurato insieme agli altri dirigenti del Pd. «Ci vuole — è il ragionamento dell’ex premier — una coalizione larga». E poiché questo è l’obiettivo finale «per non dare il Paese in mano a Berlusconi», Renzi è disposto a fare una sorta di passo di lato. «Io — spiega il leader del Pd ai suoi collaboratori — non ho problemi. Ho già dato la mia disponibilità a fare le primarie di coalizione. Ma se non è questo, come credo, l’intento dei nostri potenziali alleati, sono pronto a fare di più. Cioè a far “sparire” il tema della premiership e a non essere il candidato di tutta la coalizione. Di più, veramente, non mi si può chiedere». E, intanto, su Repubblica Matteo Orfini avverte: «Non possiamo ricominciare ogni volta che c’è un voto amministrativo ad alimentare una discussione, riportando tutto al punto di partenza. Non è tollerabile il tentativo di riaprire sempre la partita». Quanto alla possibilità che dopo il test siciliano qualcuno chieda a Renzi un passo indietro Orfini afferma: «è una visione che mi preoccupa, se arriva da autorevoli esponenti del Pd Al momento della fondazione, abbiamo scelto che il segretario fosse anche il candidato premier, per evitare i veti dei partitivi senza voti e rompere con la tradizione dei caminetti che decidono tutto. Affidammo la scelta agli elettori, per questo ci chiamiamo Partito democratico».

Politica estera

Trump in Asia. Donald Trump ha usato Pearl Harbor come trampolino di lancio per la sua missione in Asia. Ha visitato il memoriale delle navi affondate dai giapponesi nell’attacco a sorpresa il 7 dicembre del 194i: «Ne avevo letto, ne avevo sentito parlare, avevo studiato, ora ho visto», ha detto il presidente. Poi è risalito sull’Air Force One. Cinque Paesi in 12 giorni, il tour più lungo di un presidente americano nella regione asiatica da un quarto di secolo. Oggi è in Giappone, poi Sud Corea (7-8), Cina, Vietnam e Filippine. Una missione dominata dalla crisi nordcoreana. Il volo del Boeing presidenziale è stato preceduto giovedì da quello di due bombardieri strategici Bi-B della US Air Force, che si sono spinti nuovamente sulla Sud Corea, scortati da caccia giapponesi e sudcoreani. Pyongyang ha reagito a parole definendo l’azione «una prova di attacco nucleare a sorpresa da parte dei gangster imperialisti». E ieri ha ribadito di non avere alcun interesse a negoziare sulle sue armi nucleari, la polizza d’assicurazione sulla vita di Kim Jong-un. La Casa Bianca ha annunciato che Trump durante la tappa a Seul non andrà sul 38 Parallelo a scrutare íl nemico con il binocolo: «Problemi di tempi stretti» e poi ormai queste visite «sono un cliché». Forse il presidente ha anche valutato che è meglio non provocare una reazione di Kim. Il problema nordcoreano appare in cima all’agenda e il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster ha anticipato che si dovrà pur cominciare a parlare a livello politico di piani contingenti per l’eventualita’ di un conflitto (forse riferendosi all’evacuazione dei cittadini americani che vivono nell’area). Un paio di gaffe preliminari hanno già segnalato la scarsa sensibilità di Trump per le complessità regionali. In un intervento a Fox News, ha detto che «il Giappone è una nazione guerriera» e che la Cina avrà presto un «grande problema» con il Giappone se la questione nordcoreana non si risolverà

Migranti, si riapre la rotta dalla Libia. «Monitoriamo l’evolversi della situazione in Libia e registriamo una piccola riapertura della rotta tunisina. Ma siamo ben lontani dall’emergenza del 2016». Al Viminale si invita alla cautela e si tirano fuori i numeri: oltre il 29% di sbarchi in meno in un anno. Le ultime settimane hanno solo rialzato l’allerta: preoccupa la riprese, seppure contenuta, dei flussi e l’instabilita crescente in Libia. Al porto di Reggio Calabria ieri ha attraccato la nave “Diciotti” della Guardia costiera, con a bordo 764 migranti, di cui 555 uomini, 97 donne e 112 minori, tutti recuperati al largo delle coste libiche. Sulla “Diciotti” anche i corpi di 8 persone. Arriverà invece oggi al porto di Crotone la nave “Open Arms”, con a bordo altri 378 migranti. Numeri che portano a 2.500 le persone soccorse in mare nell’ultima settimana. «Segno di una situazione in divenire — ragionano dal ministero dell’Interno — per ora assolutamente sotto controllo». Eppure non mancano segnali divergenti. Nell’ultimo report di Frontex, l’agenzia europea delle frontiere disegna diversi scenari futuri, dove soprattutto le tensioni libiche rischiano di innescare un «possibile aumento del numero di partenze nelle prossime settimane». Certo i numeri restano ancora lontani dall’anno scorso, quando si registrò la cifra record di 181mila sbarchi. E sono questi per ora a rassicurare il Viminale. Al 3 novembre di quest’anno sono infatti 111.716 le persone arrivate via mare in Italia, rispetto alle 159.534 dello stesso periodo del 2016, con un calo di quasi il 30%.  La “ricetta” del Viminale sembra funzionare, sia sul fronte degli arrivi, con gli sbarchi che diminuiscono, sia su quello dell’accoglienza, con un numero in crescita di primi cittadini che decidono di aprire le porte ai migranti, aderendo al progetto Sprar o firmando protocolli d’intesa con il ministero dell’Interno. Ma anche sul fronte europeo arrivano risposte più concrete, con una crescita dei numeri della relocation.

Economia e Finanza

Città a rischio default: i flop della riscossione. La sorte del Comune di Napoli si decide fra un mese, dopo la bocciatura del piano di risanamento in Corte dei conti; quella di Roma dipende da Atac e quella di Torino dalla crisi di Gtt.II dissesto minaccia le grandi città: e a minare i conti sono i buchi della riscossione. Le nuove regole hanno imposto ai sindaci di cancellare le vecchie entrate ormai impossibili da incassare: una pulizia straordinaria che ha fatto uscire dai bilanci la bellezzadi 29,3 miliardi di arretrati (lo calcola la Ragioneria generale, che misura in 30,9 miliardi i «residui» ancora nei conti), aprendo un extra-deficit che una norma ponte permette di ripianare in 30 anni. Nella manovra si riaccende intanto la battaglia sull’altra regola chiave della riforma, che impone di congelare in un fondo di garanzia una somma proporzionale alle mancate riscossioni. Già oggi il fondo blocca oltre tre miliardi, e la legge prevede di farlo crescere ancora salita contro cui gli amministratori puntano i piedi, perché ogni euro congelato è un euro di spesa in meno. Gli interventi emergenziali degli anni della crisi hanno lasciato strascichi rilevanti che, se non recuperati in tempo, rischiano di portare al collasso realtà urbane importanti. Intanto, nonostante i precetti dell’attuale Titolo V della Costituzione, di recente riaffermati dai risultati di un referendum nazionale, i Comuni italiani mancano di spazi di manovra sufficienti sui propri tributi.

Renzi vede Casini: “Sulle banche andremo fino in fondo”. «Figuriamoci se abbiamo discusso di questioni riservate sulle banche! Abbiamo parlato di politica!», esclama Pierferdinando Casini, dopo aver chiacchierato una ventina di minuti a Firenze con Matteo Renzi: che ha incontrato il presidente della Bicamerale sulle banche nella stanza del presidente del consiglio regionale della Toscana Eugenio Giani, dopo un convegno su La Pira. Ed è proprio a Giani che Renzi conferma che i due temi trattati sono stati le banche e le future alleanze. Ma col clima infuocato che c’è, i 5Stelle si inalberano, «Casini si fa dettare un’agenda della commissione a uso e consumo del segretario Pd?», chiedono i componenti della bicamerale. «O passa all’incasso, dati i suoi servigi, in vista delle prossime elezioni?». Esplode la polemica, definita «pretestuosa» da Casini. «Stiano sereni: se ci fosse stato qualcosa di riservato non avrei visto Renzi davanti a centinaia di persone», ribatte il presidente dell’organismo parlamentare, confermando poi il confronto all’americana di giovedì prossimo tra Banca d’Italia e Consob: confronto «che si impone, perché abbiamo registrato incongruenze e visioni diverse ed è interesse di tutti arrivare alla verità con un accertamento preciso del quadro delle responsabilità».
Sul Corriere della Sera Federico Fubini racconta che una rete di sicurezza piena di buchi emerge dal prospetto con il quale la CariChieti, nel maggio 2013, prepara la vendita al pubblico di un’obbligazione subordinata per un volume di 10 milioni di euro. Il titolo finirà poi spazzato via con la “risoluzione” della Chieti nel novembre 2015, assieme a quelle di Etruria, Banca Marche e Carife. Ma due anni prima quel prospetto, approvato dalla Consob, è già un capolavoro di omertà. La banca dichiara: «Non si è a conoscenza di tendenze note che possano ragionevolmente avere ripercussioni significative sulle prospettive dell’emittente almeno per l’esercizio in corso».

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