Politica interna

Direzione Pd. Oggi è in qualche modo il momento delle verità. Dalla direzione del Pd arriveranno indicazioni sulla strada del primo partito di maggioranza, sulle intenzioni del suo segretario, sulle ipotesi di congresso e voto anticipato. Anche se in molti si dicono contrari ad un’accelerazione: per Romano Prodi si deve votare «nel 2018», per il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, vale lo stesso concetto. Oggi Matteo Renzi annuncerà le sue scelte e potrebbe aprire una stagione congressuale, rimettendo in discussione la sua leadership nel partito. E, dopo la direzione, invierà una lettera agli iscritti del Pd per dire che «da troppe settimane la discussione interna del nostro partito è totalmente incardinata sulle polemiche. È come se la sconfitta referendaria avesse riportato indietro le lancette dell’orologio: caminetti, correnti, equilibri interni. Tutta la politica italiana sembra tornata alla Prima Repubblica». Il segretario invita a «rilanciare l’idea del Pd come motore del cambiamento» e avverte: «Per farlo abbiamo bisogno di due cose, un grande coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare. Ma abbiamo anche bisogno che chi perde un congresso o le primarie il giorno dopo rispetti l’esito del voto. Essere democratici non significa solo chiedere i congressi ma anche rispettarne i risultati, quali essi siano». Gli oppositori interni, per il momento, non sembrano però concilianti. Le critiche a Renzi hanno «superato il livello di guardia». Interviene il vice segretario Lorenzo Guerini per abbassare i toni nel Pd alla vigilia della direzione del partito di oggi. L’assemblea ieri a Firenze della sinistra del partito è una sfida al renzismo, su due richieste: no al voto anticipato, sì a un congresso purché «non sia con rito abbreviato», ironizza Michele Emiliano, il governatore della Puglia, probabile candidato alle primarie.

M5S a Roma. «A Roma abbiamo sottovalutato la radioattività dell’ambiente», ammette Luigi Di Maio. In effetti, il contatore geiger dà diversi problemi ai 5 Stelle, che non riescono a porre fine alla vicenda che vede protagonista Paolo Berdlni. L’audio del colloquio con la Stampa ha virtualmente messo fuori dalla giunta l’assessore all’Urbanistica. Ma la decisione finale non arriva: perché sul tavolo c’è lo scottante dossier dello stadio e perché trovare un sostituto è difficile. Oggi si terrà una riunione di maggioranza che potrebbe rappresentare la svolta. Di Maio alla trasmissione di Rai3 In Mezz’ora, spiega: «So che in queste ore la sindaca sta prendendo una decisione». La parola finale spetta a lei e le ipotesi sono due: sobbarcarsi le deleghe (che è la più probabile) o mantenere in sella, in attesa di trovare un successore, un assessore azzoppato che non sembra avere alcuna intenzione di lasciare di sua spontanea volontà l’incarico. Oggi l’ultimo incontro tecnico, domani la definizione politica: dopo lo scoppio del caso Berdini, il Campidoglio corre compatto sul progetto «Stadio della Roma». «In campagna elettorale abbiamo detto che andava fatto, in questo momento è un nostro obiettivo», ha detto ieri Luigi Di Maio ribadendo l’endorsement all’opera di Alessandro Di Battista. «Lo faremo nel rispetto delle regole», ha aggiunto Raggi.

Economia e finanza

Trattativa con l’Ue e manovra. C’è l’atteso andamento (negativo) del deficit strutturale, il debito pubblico che non scende, qualche segnale positivo sul fronte crescita. Ma al di là dei numeri – che pure saranno il cuore delle previsioni economiche invernali rese note questa mattina dalla Commissione -, quando si tratta di analizzare la situazione economica italiana ciò che più preoccupa l’Unione europea sono i rischi legati «all’incertezza politica». Una formula che tradotta dal bruxellese istituzionale al politichese nostrano ha un significato preciso: le elezioni anticipate, specie se prima dell’estate, sono un rischio. Anche dal punto di vista dei conti pubblici. E non solo per l’Italia, perché nel documento che accompagna le previsioni invernali (che il commissario Pierre Mossovici presenterà alle II) si parla esplicitamente di «incertezze politiche» legate alle «elezioni che si svolgeranno in Europa quest’anno». Non è detto che la nuova manovra da 3,4 miliardi di euro chiesta dalla Commissione Europea debba passare dall’aumento delle accise. Al ministero dell’Economia, dove pure si era prospettataquesta strada prima dello stop di Matteo Renzi, la parola d’ordine è quella di evitare battaglie di principio. Così, mentre oggi il ministro Pier Carlo Padoan parteciperà alla direzione del Pd a cui è stato invitato dal segretario ed ormai ex premier, anche l’ipotesi di una «stretta» fiscale sulle sale giochi è tra quelle che potrebbero essere considerate. Il problema è che la manovra aggiuntiva non può reggersi tutta sui tagli alla spesa per varie ragioni. La prima è che Padoan nell’ultima lettera inviata a Bruxelles si è impegnato a realizzare la manovra per tre quarti sul fronte delle entrate e solo per la quota rimanente su quello delle tasse. Inoltre è difficile trovare un accordo in tempi stretti sul contenimento delle spese, mentre Bruxelles ha chiesto indicazioni precise entro il 22 febbraio. E infine nuovi tagli troppo drastici rischierebbero di frenare gli investimenti pubblici e quindi di rallentare la crescita. Invece una crescita più corposa rappresenta la speranza di limitare i futuri aggiustamenti al bilancio.

Pubblico impiego e Jobs Act. Si gioca intorno agli otto miliardi di euro che ogni anno alimentano le parti “variabili” dello stipendio la partita decisiva sul futuro economico dei dipendenti pubblici, nei due tempi rappresentati dal decreto in arrivo che riscrive il testo unico del pubblico impiego e dalle trattative per il rinnovo contrattuale, che andranno avviate subito dopo. Il tema è al centro del confronto di oggi con i sindacati sul decreto attuativo della riforma Madia atteso al primo via libera in consiglio dei ministri, e non poteva che essere così. Per far ripartire la macchina contrattuale bloccata da sette anni, sindacati e governo hanno convenuto sulla necessità di smontare le griglie rigide scritte nel 2009 (ma mai attuate) dalla riforma Brunetta, che imponeva di concentrare sulla produttività la «quota prevalente» del salario accessorio e di azzerare i premi per un quarto del personale. Il terna è delicato perché le indennità variabili, al cui interno la produttività è protagonista, valgono in media 2.300 euro a dipendente. Il Jobs act può essere considerato la «via italiana» verso il modello europeo di flexicurity, regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste in caso di disoccupazione. Ma in Italia il provvedimento incassa solo critiche. Eppure, dal punto di vista concreto, il Jobs act ha favorito l’occupazione stabile, con un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, estendendo anche gli ammortizzatori sociali a tutti i lavoratori.
Sul Jobs act è in atto un vero e proprio tiro al piccione. Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto «ben altro» per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Politica estera

Trump. In attesa di vedere il nuovo decreto del presidente Trump, o il ricorso per resuscitare quello bloccato dalla Corte d’Appello di San Francisco, gli illegali messicani che l’amministrazione sta fermando hanno scelto una nuova tattica per deragliare i programmi della Casa Bianca: rifiutano il rimpatrio volontario, a costo di finire in prigione, per andare poi in tribunale a discutere i loro casi e ingolfare così il sistema giudiziario americano. Ieri mattina il capo della Casa Bianca è andato su Twitter, per rivendicare la giustezza del suo provvedimento: «Il nostro sistema legale è rotto! Il 77% dei rifugiati accolti negli Usa dalla sospensione del bando viene dai sette Paesi sospetti. Molto pericoloso!».  Mediaticamente oscurata dal cosiddetto Muslim ban, un’altra iniziativa discussa in questi giorni dall’amministrazione Trump potrebbe portare ad importanti sviluppi nei rapporti tra l’America e il mondo islamico. Un disegno di legge recentemente presentato al Congresso da due repubblicani e sup-portato dalla Casa Bianca vorrebbe infatti far designare come organizzazione terroristica i Fratelli musulmani. La pace fra Israele e palestinesi sarà The Ultimate Deal. Dal gergo affaristico di Donald Trump (vedi il suo best-seller ‘The Art of the Deal’ ) la definizione si potrebbe tradurre come l’affare del secolo”? Oppure ‘il capolavoro di tutti gli accordi”? Lo raggiungerà, promette Trump, il marito di Ivanka.

Eletto il nuovo Presidente tedesco. La Germania ha un nuovo presidente, Frank-Walter Steinmeier. È stato eletto ieri dalla Convenzione Federale – i deputati del Bundestag più i rappresentanti dei Länder, in tutto 1.260 delegati – con 931 voti. Già ministro degli Esteri nei recenti governi di Grosse Koalition, Steinmeier è un po’ l’equivalente maschile e socialdemocratico di Angela Merkel: concreto, prudente, determinato quando serve. La cancelliera gli ha detto che sarà un presidente magnifico. Il risultato è al di sotto delle aspettative. L’assemblea federale tedesca ha eletto Frank-Walter Steinmeier presidente della Repubblica con 993 voti – sotto gli almeno mille che avrebbe dovuto mettere insieme sulla carta. Alcuni elettori della Cdu hanno preferito astenersi. Secondo indiscrezioni, perché non hanno mai digerito la scelta di Angela Merkel di designare un socialdemocratico alla presidenza della Repubblica. Ma non è l’unico motivo. È chiaro che le ansie dei conservatori per una campagna elettorale che si sta rivelando molto più complicata del previsto dopo la partenza verticale di Martin Schulz, sono alle stelle. Non solo perché, come spiega a Repubblica il deputato della Spd, Matthias Schmidt, «è un fatto che porta bene: nello stesso anno di Gustav Heinemann, Willy Brandt divenne cancelliere». Al di là della superstizione, poco diffusa da queste parti, «è chiaro che “l’effetto Steinmeier” potrebbe contribuire a consolidare il risultato incredibile raggiunto da Schulz in poche settimane».