Politica interna


Le parole di Mattarella «No all’odio come arma politica». 
Il presidente della Repubblica ha detto tutto pur non avendo in apparenza detto niente. Ha descritto un’Italia slabbrata, ne ha minuziosamente elencato le ferite e le fratture, le nevrosi e le frustrazioni. Le ha poi calate in un contesto internazionale rovente, dal terrorismo «islamista» (concessione al politicamente corretto) al magma europeo privo di «solidarietà» (concessione alla retorica mite del cattolicesimo sociale). Infine ha ribadito che per votare occorre una legge elettorale che uniformi Camera e Senato, e lì si è fermato. Nessuna particolare connotazione, né indicazione politica. Solo una questione di metodo, di efficacia e di efficienza democratica, che però comporta significative ricadute politiche perché consentirà ai tanti che in Parlamento non vogliono precipitarsi al voto di fare melina. Ma questo non è affare del presidente della Repubblica. Il presidente della Repubblica si cura della funzionalità del gioco, della stabilità del sistema. E chiedere che si voti con un sistema elettorale che produca maggioranze omogenee tra i due rami del Parlamento non è una richiesta eccentrica, anche se suona come una novità. Una novità che potrebbe alterare l’esito del gioco politico. Con quel suo stile paterno e rassicurante, con quella accia perbene e quella dizione craltri tempi che pare sfuggita da un cinegiornale degli Anni Cinquanta, Sergio Mattarella ha rivendicato l’essenza della sua funzione, quella di garante estremo dell’interesse nazionale. Come e quando scioglierà le Camere e tutto da vedere: dipenderà dalla solerzia con cui le forze politiche metteranno mano alla nuova legge elettorale. È un discorso ricco di citazioni, politico, ma anche denso di episodi che hanno segnato le cronache dell’anno che si è chiuso, quello del capo dello Stato. Il presidente della Repubblica, che ha invocato lo stop all’odio «come strumento di lotta politica», definisce l’Italia una «comunità di vita», che ha avuto i suoi lutti e le sue gioie, come il ritorno dei fucilieri della Marina a lungo detenuti in India, «ora finalmente a casa con i loro cari». Mattarella ricorda la scomparsa del ricercatore Giulio Regeni, le vittime della strage di Dacca, quelle del disastro ferroviario in Puglia, Valeria Solesin, che ha perso la vita a Parigi, Fabrizia Di Lorenzo, morta sempre per mano terrorista a Berlino. E una sorta di caldo abbraccio ai familiari, per far sentire la vicinanza di tutto il Paese, «a nome di tutti, un pensiero di grande solidarietà che non si attenua con il passar del tempo». «Il problema numero uno del Paese resta il lavoro», è l’altro messaggio: «Nonostante l’aumento degli occupati, sono ancora troppe le persone a cui il lavoro manca da tempo. Non potremo sentirci appagati finché il lavoro, con la sua giusta retribuzione, non consentirà a tutti di sentirsi pienamente cittadini». E i giovani che «studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa» meritano «rispetto».

Contro-discorso di fine anno di Beppe Grillo. Identità, immigrazione, lavoro. Tre punti cardine, tre argomenti che Beppe Grillo, sventolando il Tricolore, tocca nel suo discorso di fine anno postato sul blog. Un prologo nei fatti di quello che i Cinque Stelle stanno già sviluppando: il programma perla prossima campagna elettorale, una svolta identitaria in vista delle Politiche. E i temi che Grillo affronta saranno centrali nei prossimi mesi. Un anno che per il Movimento sarà fondamentale, come ha ricordato anche Luigi Di Maio: “Il 2017 è il nostro anno. O cambiamo tutto o perdiamo tutto». Grillo nel suo intervento anzitutto, ripercorrendo il 2016, rende omaggio a Dario Fo e a Gianroberto Casaleggio: «Sento ancora una perdita gigantesca», dice. Poi fa uno scatto avanti, puntando sull’identità nazionale. «Ci aspetta un 2017, secondo me, di riscatto, di orgoglio. Dobbiamo essere orgogliosi di essere i migliori, essere orgogliosi perché l’italiano è il migliore», afferma. Un passaggio che ritorna anche in chiusura del suo intervento: «Noi siamo la sintesi, come Movimento 5 Stelle, dei migliori in Italia». Toni distesi: il populismo è messo in soffitta. «ll Movimento non vuole scalare la società. È la società che scala attraverso il Movimento», spiega. E parlando di società intreccia anche i temi del lavoro, citando come baluardi italiani le piccole e medie imprese, il made in Italy, profetizzando che «il 50% dei lavori che conosciamo, sparirà», che «il tempo libero sarà 4 volte superiore al tempo lavorato». Nel suo contro-discorso di Capodanno, Beppe Grillo ha usato la storiella come metafora della politica italiana: un sistema assurdamente autoreferenziale fino all’arrivo dei Cinque Stelle. I quali, nel ruolo di turisti giapponesi, «hanno rotto tutta questa roba circolare» che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni. L’immagine di Grillo è suggestiva, la rottura in effetti c’è stata. Ciò che non si vede (Roma docet) è però la «roba» nuova che dovrebbe sostituire quella vecchia. Il turista giapponese di Cartagena riesce a spezzare il circolo vizioso perché possiede un cronometro di precisione. Il suo non è un punto di vista fra tanti, ma un giudizio di fatto, basato su criteri condivisi di misurazione. Qual è l’orologio dei Cinque Stelle? I leader pentastellati spesso si stupiscono perché le loro proposte non vengano accolte «dagli altri».


Politica estera

Istanbul, assalto nella notte di Capodanno: 39 morti. Caccia ai Killer. La notte di Capodanno è un inno alla gioia di vivere.Ma il terrorismo è un inno alla morte e nessun simbolo di pace, di gioia, di speranza è risparmiato. Dopo il mercatino di Natale a Berlino, il ballo di Capodanno a Istanbul. Al Reina club, affacciato sul Bosforo, è andato in scena, come in un film già visto, l’orrore del Bataclan a Parigi, le raffiche di mitra che falciano decine di giovani e spengono, con la vita, brindisi, auguri, musica. In una tragica continuità con l’anno che si è chiuso, è evidente la volontà di aggredire e ammutolire tutto ciò che agli occhi del terrorismo rappresenta il nostro modo di stare insieme. Banalmente lo «stare insieme», che così diventa bersaglio mobile, facilmente perseguibile, più dei cosiddetti obiettivi sensibili o istituzionali. Perché lo stare insieme è un «sempre» e un «dovunque», senza confini. È lo stile di vita della modernità e della globalizzazione, che non appartiene solo all’Occidente e, forse, non casualmente, l’ultimo attacco avviene sul Bosforo, nella città-ponte, secolare crocevia di civiltà e costumi diversi. E così. quando i primi soccorritori, scavalcando i cadaveri, sono riusciti a entrare nelle salette interne del Reina, il night club più alla moda di Istanbul, si sono trovati davanti a una scena da film dell’orrore. Fra i divanetti bordeaux e le piste da ballo blu fosforescente c’erano decine di corpi distesi a terra, inzuppati di sangue. e pozze quasi si confondevano con i colori dell’arredo, nella penombra prima dell’alba. Il terrorismo, quasi di sicuro di matrice islamista, e in perfetto stile Isis, aveva appena colpito ancora una volta la megalopoli che si estende fra Europa e Asia. Il terrorista, che in un primo momento sembrava si fosse vestito da Babbo Natale per eludere i controlli (ipotesi smentita dal ministro dell’Interno), verso l’una è arrivato all’ingresso del Reina, un locale affacciato sulla riva europea del Bosforo, raggiungibile direttamente dal mare o via terra. «Tutto è avvenuto in un attimo», ha spiegato un gruppo di turisti modenesi scampati per un soffio ai colpi che «arrivavano da tutte le parti», al caos, alla calca dove molti sono rimasti contusi e feriti, con la gente che calpestava quelli rimasti a terra «per sopravvivere», secondo la testimonianza del calciatore Sefa Boydas, centrocampista del Beylerbeyi. Non è chiaro come il killer sia riuscito ad avvicinarsi con un fucile mitragliatore, forse nascosto sotto i vestiti, in una città sorvegliata da 17 mila poliziotti e militari, dove i servizi segreti avevano intercettato i segnali di un attacco imminente e lanciato l’allerta massima. Di certo ha gridato in arabo «Allah è il più grande», ha aperto il fuoco e, raffica dopo raffica, ha fatto strage fra i 750 clienti che stavano brindando a suon di musica e champagne al 2017 appena iniziato. Trentanove persone, undici turchi e ventotto stranieri, sono rimaste uccise. Tutti a caccia dell’attentatore. Ma forse i terroristi – matrice islamica radicale, ogni dettaglio porta a questo, ma fino a tarda sera non c’è stata alcuna rivendicazione – erano almeno tre. Come molti dei testimoni indicano. 

Trump scettico sugli hacker russi: “Farò rivelazioni”. Donald Trump ha ribadito il suo scetticismo sulle conclusioni dell’intelligence Usa in merito alle ingerenze russe nelle elezioni, ricordando l’errore sulle armi di distruzione di massa in dotazione a Saddam, e ha sostenuto di sapere «cose che altre persone non sanno», promettendo di rivelarle «martedì o mercoledì». The Donald avverte gli americani: non fidatevi di Internet. E annuncia «Farò rivelazioni sugli hacker». Prima il tentativo quasi surreale di scagionare gli spioni del suo «amico» Vladimir Putin sostenendo che la colpa non è degli hacker che scavano nelle reti Usa ma dei computer che hanno sconvolto le nostre vite. Poi l’invito agli americani che devono trasmettere informazioni riservate: non inviate email, non usate Internet che «qualunque cosa vi dicano, non è mai sicuro. Meglio il ricorso a mezzi d’altri tempi, il vecchio e caro corriere». In realtà Trump, giocando a fare lo sprovveduto, cerca di disinnescare le mine predisposte dal presidente uscente che, subito dopo il voto dell’8 novembre, ha mostrato grande disponibilità nell’offrire collaborazione tecnica al suo successore, ma mantiene un’agenda politica profondamente diversa da quella trumpiana su vari fronti: Asia (la politica «One China»), Israele e, soprattutto, i rapporti con la Russia di Putin. Il prossimo presidente Usa, infine, sta considerando la nomina del marito della sua consigliere ed ex manager della campagna elettorale Kellyanne Conway a un importante posizione al Dipartimento della Giustizia. George Conway, di origini filippine, potrebbe diventare Solicitor General, praticamente l’avvocato di Stato.


Economia e finanza

Crescita, banche, migranti: un anno di sfide per l’Europa. Nel 2017 si celebra il 60° anniversario del Trattato di Roma ma la Ue arriva divisa e con tanti dossier ancora aperti. Il voto in Francia e Germania rischia di bloccare intese e scelte decisive. Nel 60°anniversario del Trattato di Roma la Ue dovrà affrontare dieci sfide decisive. Oltre alle elezioni in Francia e Germania, con il rischio di affermazione dei partiti populisti, le fatiche dell’Europa riguarderanno anche la Brexit, l’Unione bancaria, le politiche della difesa e l’immigrazione, l’emergenza terrorismo, la Grecia, i conti pubblici, la governance e la riduzione della dipendenza energetica. Il voto a Parigi e Berlino condizionerà i dossier aperti. Nexit e Frexit: In primavera olandesi e francesi andranno alle urne: in caso di vittoria dei partiti euroscettici i due Paesi potrebbero chiedere l’uscita dall’Unione. Unione bancaria in mezzo al guado: Le tensioni sul settore creditizio hanno riportato alla ribalta il tema ma un’intesa sulla garanzia unica sui depositi appare ancora lontano Le emergenze: Le minacce del terrorismo, i flussi migratori e l’effetto Trump potrebbero portare a piccoli passi avanti sulla sicurezza comune. Il 25 marzo prossimo, anniversario della firma dei Trattati di Roma, dunque non sarà una festa vera, ma una fredda formalità. Ventotto leader raccolti a Roma, ma la testa altrove, ripiegati sui rispettivi problemi interni, risucchiati da ansie elettorali sparse, ma soverchianti, al punto da paralizzare ogni iniziativa di rilancio e ripensamento comune del progetto europeo. Al punto da condannare l’Unione all’abulia, a un lungo anno perso proprio mentre nel mondo tutto cambia e la necessità di agire e reagire sarebbe più impellente che mai. Perché nessuno aspetterà l’Europa che non sa più dove vuole andare, con chi, come e per fare che cosa insieme. Tutti invece ne approfitteranno per occuparne gli spazi vacanti. Per eroderne quel che resta del vecchio protagonismo globale. Pur con le sue molte incognite, l’alba dell’America di Trump si annuncia decisionista, interventista pro domo sua, egoista, isolazionista, tiepidamente atlantica. E anche rivoluzionaria rispetto all’ordine (disordine?) costituita. Un alleato molto più esigente e meno generosa. Partita all’arrembaggio della scena mondiale dopo gli anni della marginalizzazione relativa e sfruttando l’appeasement degli Stati Uniti di Obama, la Russia di Putin è rientrata brillantemente in gioco imponendo la sua pax siriana, firmando per la prima volta nella storia un patto tra paesi Opec e non Opec per far risalire il prezzo del petrolio.
 
Emergenza occupazione giovanile.  Il lavoro dei giovani è stato al centro del messaggio di fine anno del capo dello Stato Sergio Mattarella e dell’omelia del Te Deum di papa Francesco. Parole alte, belle, toccanti. Ma si ha sempre la sensazione, con tutto il rispetto, che siano un po’ dovute. Il tema è centrale nella nostra vita quotidiana. Ma, purtroppo, non è un’emergenza nazionale. C’è sempre un interesse, anche il più piccolo e corporativo, che inevitabilmente viene anteposto al lavoro dei giovani, il cui grado di rappresentatività è modesto, se non inesistente. Insomma, non sono una lobby. Politicamente non contano nulla. Ogni volta che se ne parla prevalgono i toni paternalistici. L’argomento è trattato con un misto di rassegnazione secolare. E le nuove generazioni esprimono il loro disagio andandosene o votando, com’è accaduto il 4 dicembre, contro il governo. Nei giorni scorsi, e per la prima volta, è stata pubblicata la nota trimestrale congiunta sulle tendenze dell’occupazione a cura del ministero del Lavoro, dell’Istat, dell’Inps e dell’Inail. Nel terzo trimestre del 2016, il livello complessivo dell’occupazione è cresciuto, soprattutto nella componente del lavoro dipendente, con un saldo positivo (attivazioni meno cessazioni) di 93 mila unità. Si è discusso molto sull’abnorme quantità dei voucher che, nei nove mesi, sono stati 109,5 milioni, il 34,6 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. In realtà, com’è scritto nella nota, corrispondono solo a 47 mila lavoratori annui full time. Non c’è da meravigliarsi che i giovani, insieme ai minori, siano i più poveri nel Paese. Se sono a capo di una propria famiglia, spesso non hanno redditi sufficienti a mantenerla, altrimenti finiscono per pesare su redditi non sufficienti dei propri genitori e anche dei nonni, perché bassi o monoreddito, a causa dell’assenza di reddito femminile. Famiglie operaie, di disoccupati, di piccoli imprenditori non riescono più a proteggere quanto vorrebbero i loro figli. E così che chi può, tra i giovani, emigra all’estero o nelle zone più ricche del Paese, alimentando un forte depauperamento di capitale umano delle zone di provenienza. Ne risulta l’impossibilità di costruire una propria vita indipendente, una propria famiglia, e di avere i figli che si desiderano nel luogo d’origine. Più del 60% dei 18enni secondo l’Istat, vive in casa ancora con i propri genitori, solo un quarto in coppia e il 7,3% da solo. Solo il 16,5% dei 18-34enni italiani ha figli. Ma c’è di più. II miglioramento sul fronte dell’istruzione dei giovani non è ancora tale da annullare il gap con l’Europa, quanto a giovani laureati , e per di più i tassi di transizione all’università stanno diminuendo. Ciò anche perché è forte lo stereotipo secondo il quale prendere una laurea non serve a trovare un lavoro. I dati provano il contrario: la laurea ha rappresentato un elemento di protezione per i giovani, i laureati hanno perso molto meno il lavoro degli altri.