Le notizie del giorno: lite fra i premier, Toninelli “dimette” il capo dell’Anas, l’Europa non crede ai conti italiani

Posted on novembre 08, 2018, 8:00 am
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Politica Interna

Decreto sicurezza: sì alla fiducia, ma è gelo tra i leader. La sintesi della giornata nervosa prova a farla il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia: «La fiducia si mette perché c’è l’ostruzionismo? No, la fiducia c’è perché la maggioranza non si fida di se stessa». Così, alla fine, il decreto immigrazione-sicurezza ha ottenuto 163 voti favorevoli, 59 contrari e 19 astenuti più gli azzurri rifugiatisi nel limbo del non voto. La maggioranza perde 8 voti rispetto alla prima fiducia di giugno (171) ma i dissidenti del M5S sono solo 5 (De Falco, Nugnes, Fattori, Mantero, La Mura). Gli altri sono due grillini assenti giustificati (Giarrusso e Bogo Deledda) e l’ex M5S Martelli. Al dunque dicono no alla stretta sugli immigrati solo il Pd («E il decreto della clandestinità»), Liberi e Uguali e il gruppo delle Autonomie. Matteo Salvini è in aula e si gode la prima vera vittoria sull’alleato. Incassa il giro di boa del decreto, che passa alla Camera: «Gli sciacalli che vogliono affossare il governo dovranno rassegnarsi». La presidente Maria Elisabetta Casellati è costretta a riprendere Ignazio La Russa, Fratelli d’Italia, che aveva annunciato un intervento in dissenso e invece sparge parole di miele. I seguaci di Giorgia Meloni si astengono. Forza Italia invece – dopo i cartelli: «Sì alla sicurezza, no al governo» issati contro le magliette pd «Decreto Salvini, più clandestini» – esce dall’aula. E così fanno i cinque senatori M5S che avevano firmato decine di emendamenti per cercare di cambiare la legge e che se li sono visti tutti bocciare. Tre di loro scelgono di parlare, nel gelo di chi siede accanto: Gregorio De Falco annuncia che uscirà per non sfiduciare un governo in cui ancora crede. Elena Fattori legge un foglietto scritto a mano: «E un decreto discutibile nel metodo e nel merito, con cui non si garantisce sicurezza, ma si fa l’opposto». E Paola Nugnes afferma: «Non aumenta la sicurezza, ma il numero degli irregolari. Saranno 120mila in più nel 2019 e ingrosseranno le file della malavita».

Decreto sicurezza: sì alla fiducia, ma è gelo tra i leader. Salvini: «Gli sciacalli si rassegnino» – La Consulta e le indagini della polizia: «No all’obbligo di riferire ai vertici» – Anas, lascia l’ad Armani. Toninelli: «Il vento sta cambiando» – L’Ue non crede ai conti di Roma: “Nel 2019 il deficit sarà al 2,9%”

La Consulta e le indagini della polizia. Uno a zero tra magistrati e polizia. Per mano della Consulta. Il segreto d’indagine è sacro e i pm, come stabilisce la Costituzione all’articolo 109, ne sono gli “angeli custodi” e unici garanti. Le forze di polizia che svolgono indagini giudiziarie non saranno più obbligate a riferirne il contenuto alla loro «scala gerarchica». La norma che ordinava agli investigatori di riferire ai rispettivi vertici «le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria», introdotta due anni fa, è stata dichiarata incostituzionale. Più precisamente, la Corte costituzionale l’ha considerata «lesiva delle attribuzioni costituzionali del pubblico ministero, garantite dall’articolo 109 della Costituzione». Cioè quello secondo il quale «d’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria». La decisione è arrivata ieri, con l’accoglimento del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato presentato dal procuratore di Bari Giuseppe Volpe, il quale parla di «una sentenza storica» e di «un grandissimo successo» che mette fine a «fughe di notizie legittimate», perché il comma 5 dell’articolo 18 del decreto legislativo numero 177 del 2016 (pubblicato in pieno agosto e dedicato al nuovo inquadramento del corpo forestale) autorizzava il passaggio di notizie d’indagine riservate «anche a organi che non sono di polizia giudiziaria, fino ai vertici nazionali di nomina politica, in dipendenza diretta dal Governo». Per intenderci, come la fuga di notizie sul caso Consip di luglio 2016 che da Napoli arriva al comandante dei carabinieri Del Sette.

Politica Estera

Trump dopo il voto attacca i democratici. «È una grande vittoria, anzi per essere onesto, una vittoria quasi completa». Donald Trump legge il voto del midterm in una lunga conferenza stampa in cui, però, nasconde la notizia di giornata: le dimissioni del ministro della Giustizia, Jeff Sessions. Dopo averlo accusato e anche insultato per averlo lasciato solo nell’inchiesta sul Russiagate, Trump ha chiesto e ottenuto la rinuncia di Sessions. Trump trasforma così una mezza sconfitta in una “grande vittoria”, alterna offerte e minacce verso i democratici, apre già un’altra campagna elettorale: quella per la sua rielezione nel 2020. La cacciata di Sessions è la conferma che Trump si sente rafforzato; è una provocazione lanciata ai democratici. Il secondo biennio di presidenza comincia in salita, con una Camera a maggioranza democratica che può bloccare ogni sua proposta legislativa, e indagarlo su tutto: comprese le collusioni con Vladimir Putin al centro dell’inchiesta del superprocuratore Robert Mueller. I conservatori, invece, hanno perso malamente la Camera dei deputati. Qui i democratici potrebbero superare di slancio la soglia della maggioranza di 218, salendo fino a 235 parlamentari. Trump, in versione pragmatica, ne prende atto, accogliendo la proposta della leader democratica Nancy Pelosi: collaboriamo nell’interesse del Paese. Con un avvertimento: se le Commissioni di inchiesta della Camera indagheranno, per esempio, sulla dichiarazione fiscale del presidente, non ci saranno accordi. In realtà questo esito politico discende direttamente dall’analisi del voto. Il «nazionalista» Trump è stato bocciato dallo stesso popolo che aveva invocato e che si è mobilitato in modo massiccio. I democratici ritornano in forze negli «Stati della rabbia»: Pennsylvania soprattutto, poi Michigan e Wisconsin, conquistati a sorpresa da Trump nel 2016. Ma cominciano a radicarsi in modo convincente anche in pieno territorio repubblicano, nel Sud, nel West.

Asia Bibi libera: «Ha lasciato il Pakistan». La sorte di Asia Bibi, la donna cristiana condannata per blasfemia il cui destino da nove anni spacca in due il Pakistan è arrivata ieri notte a una nuova svolta. Scarcerata e trasferita in un luogo segreto. Secondo la Bbc, Asia Bibi, la donna cristiana in cella da 8 anni in Pakistan con l’accusa di blasfemia prima condannata a morte e poi assolta dalla Corte suprema, ha già lasciato il Paese. Ma secondo l’avvocato la donna sarebbe stata portata all’aeroporto locale dove ad attenderla c’era un piccolo aereo con «persone straniere». Fonti pachistane rivelano che si tratterebbe di personale dell’ambasciata olandese: la donna in un secondo momento sarebbe stata caricata su un volo diretto in Europa insieme alla famiglia. L’ipotesi più concreta è che la destinazione finale possano essere i Paesi Bassi: ad Amsterdam da qualche giorno si trova Saif Ul Malook, il legale musulmano di Bibi, costretto a lasciare il Pakistan subito dopo la sentenza di assoluzione della donna a causa delle minacce di morte. La destinazione dell’aereo con a bordo Asia Bibi resta ufficialmente sconosciuta: la famiglia negli anni scorsi, e con maggiore forza negli ultimi giorni, ha chiesto asilo a diversi Paesi, Canada, Gran Bretagna in particolare. E sia da Ottawa che da Roma sono arrivate espressioni di interesse: ma nessuna offerta ufficiale di accoglienza. «Asia Bibi ha lasciato il carcere ed è in un luogo sicuro! Ringrazio le autorità pachistane. La aspetto appena possibile, insieme a suo marito e alla sua famiglia, al Parlamento europeo», ha twittato ieri il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani.

Economia e Finanza

Armani si dimette dall’Anas. Questa volta non è stato necessario un arrembaggio politico analogo a quello predisposto per reclamare le dimissioni del vertice di Ferrovie. Nel caso di Gianni Vittorio Armani, numero uno di Anas, è bastato che a muoversi fosse il ministro Toninelli, chiedendo le dimissioni e ottenendole. L’ad uscente dell’Ente nazionale per le strade, del resto, condivide una «colpa» proprio con Renato Mazzoncini, ossia l’ex capo di Fs in compagnia del quale ha congegnato la fusione tra Anas e Ferrovie. Il 29 dicembre 2017, un po’ in extremis, l’assemblea del gruppo Fs si è fatta carico di deliberare un aumento di capitale da 2,8 miliardi per il conferimento di Anas e, contestualmente, anche il rinnovo anticipato del vertice. Una riconferma, insomma, di Mazzoncini, che altrimenti sarebbe andato in scadenza nella primavera di questo anno, all’indomani delle elezioni politiche. Il doppio passaggio assembleare è entrato subito nel mirino del M5S, tanto che dopo il varo del governo gialloverde ha avuto subito inizio il pressing su Mazzoncini, con attacchi e critiche esplicite all’integrazione tra Fs e Anas, anche dal fronte leghista con gli affondi del viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi e del sottosegretario Armando Siri. Una dinamica che alla fine di luglio ha portato alle dimissioni dell’intero consiglio di amministrazione del gruppo ferroviario, dichiarato decaduto secondo la legge Frattini. Nel frattempo, Armani è rimasto alla guida di Anas con la certezza del fallimento dell’integrazione con Ferrovie e la consapevolezza che il nuovo esecutivo punta a smantellare quell’operazione. L’idea di un player nazionale delle infrastrutture è tramontata. La svolta delle ultime ore, con la richiesta ad Armani di farsi da parte, prelude al rinnovo del consiglio di amministrazione, in serata si sono dimesse anche Vera Fiorani e Antonella D’Andrea. Il cda, composto da cinque persone, così, è decaduto per le dimissioni della maggioranza dei consiglieri. Salta anche il presidente della società, Ennio Cascetta, che aveva resistito alla richiesta di Battisti di dimettersi. Cascetta era stato capo della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture con Graziano Delrio ministro. In una nota Armani ha motivato le dimissioni «in considerazione del mutato orientamento del Governo sull’integrazione di Fs e Anas».

L’Ue all’Italia: il deficit è al 2,9%. Sono previsioni economiche particolarmente importanti quelle che la Commissione europea pubblicherà oggi a Bruxelles. Non solo daranno un quadro aggiornato della delicata situazione nella zona euro in un contesto di frenata della congiuntura. Saranno anche utili per capire nella sostanza il giudizio dell’esecutivo comunitario sulla tanto controversa legge di bilancio del governo italiano, oggetto da settimane di un braccio di ferro politico-diplomatico. Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, le previsioni mostreranno per il 2019 dati di crescita e di deficit peggiori di quelli del governo italiano. Addirittura, alcuni esponenti comunitari parlano di scostamenti evidenti. A titolo di confronto, il ministero dell’Economia a Roma prevede nel 2019 una crescita dell’1,5%, un deficit del 2,4% del Pil, e un debito del 130% del Pil. La convinzione del governo Conte è che l’aumento della spesa pubblica possa permettere un rilancio dell’economia, garantendo una copertura delle uscite e un conseguente calo del debito pubblico. Non è questa la visione bruxellese. L’establishment comunitario teme che senza riforme per migliorare la produttività, rilanciare l’offerta e promuovere la domanda, l’aumento dell’indebitamento non riesca a consentire un rilancio duraturo della congiuntura. Anzi, maggiore debito pubblico rischia di pesare ulteriormente sull’economia attraverso un aumento del servizio del debito e un incremento del costo del denaro, come ha spiegato questa settimana il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis.  Non a caso ieri fonti Ue facevano filtrare una frase che il presidente della Bce, Mario Draghi, ha rivolto lunedì scorso nel chiuso dell’Eurogruppo al ministro Tria: un debito pubblico elevato e una bassa crescita richiedono un grado di responsabilità che va oltre la norme comunitarie. Avvertimento all’Italia di non giocare col fuoco. Tanto che il numero uno dell’economia europea si è schierato con la Commissione, affermando che Francoforte la sostiene come custode del Patto di stabilità. Come dire, chi non rispetta le regole deve essere sanzionato. Anche perché, è convinzione diffusa, se Bruxelles non agisse contro l’Italia, tutta l’impalcatura dell’eurozona perderebbe credibilità.

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