LE NOTIZIE DEL GIORNO. Italicum, la Consulta decide: il gioco anche il futuro del governo Gentiloni – Pensioni, arrivano gli avvisi per l’anticipo

Politica interna

Italicum, oggi la Consulta decide. Oggi la Corte costituzionale decide sulla legge elettorale approvata nel 2015 dalla maggioranza guidata da Matteo Renzi. I giudici costituzionali decideranno se e quali parti dell’Italicum sono in contrasto con la Costituzione o con la propria giurisprudenza: potranno «cassare» pezzi di legge (i dubbi riguardano soprattutto ballottaggio e premio di maggioranza) ma potranno anche indicare, come accadde nel giudizio sul Porcellum, delle correzioni, che diverrebbero vigenti in modo automatico ma non risolverebbero il problema dell’armonizzazione con íl Senato, rimandando almeno in parte il problema al Parlamento. Potranno anche fare le due cose insieme, obbligando i partiti a cercare in ogni caso un’intesa su una nuova legge elettorale. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, sebbene giudichi la data di oggi «decisiva, una svolta», invita infatti ad attendere le «motivazioni» della sentenza per «poter cercare di creare leggi sempre più omogenee, così come ha richiesto il presidente della Repubblica Mattarella». Grillini e Lega invece spingono per la fine immediata della legislatura, per un voto prima possibile. Per Beppe Grillo, infatti, «la Consulta si esprimerà e avremo una nuova legge elettorale pronta per l’uso. Una legge finalmente costituzionale perché passata attraverso il filtro di legalità della Consulta: il Legalicum. Pd, Forza Italia e compagnia vogliono rinviare il voto, giungere a fine legislatura» per assicurarsi «la pensione» e fare una legge elettorale «per impedirci di andare al governo». Sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli scrive che il segretario del Pd incrocia le dita e spera che la Consulta tocchi soltanto due punti dell’Italicum: il ballottaggio e le candidature multiple. In entrambi i casi per il leader non ci sarebbero problemi, anche perché rimarrebbe il premio di maggioranza. Una sentenza del genere al Pd andrebbe benissimo, anche se accompagnata da un’esortazione ad armonizzare i sistemi elettorali della Camera e del Senato”. Ma nel Pd  c’è anche chi non ha fretta di andare al voto. Con il leader fiorentino meno sulla scena, sono iniziate a comparire con più frequenza altre personalità del Pd. Dall’incontro tra Paolo Gentiloni e Romano Prodi della scorsa settimana a quello di ieri alla Camera dove addirittura si è ricomposta – in piccolo – una foto dell’Ulivo con il Professore, Walter Veltroni e Arturo Parisi. Stefano Folli ritiene sulle colonne di Repubblica, che “da come sarà plasmato il modello post-Italicum, si capirà quale sarà il destino politico del paese. Quale sarà anche e forse soprattutto il destino della sinistra. Più il sistema sarà proporzionale e più sarà incentivata la nascita di un gruppo o vari gruppi al di fuori di quel Pd in cui Renzi ha ancora la maggioranza, ma al quale deve ancora dare un’anima e una missione. Non è un caso se Berlusconi si sia pronunciato contro le correzioni maggioritarie della legge elettorale (il “premio” in seggi al vincitore): allo stato delle cose a Forza Italia conviene un proporzionale puro, salvo la soglia di sbarramento. In tal modo, dopo le elezioni ai berlusconiani sarà possibile far pesare i loro voti in più direzioni. Un’ alleanza con il Pd, in chiave di inedito centrosinistra. Un rinnovato blocco con la Lega. Si vedrà, ma non c’è dubbio che la prossima contesa sarà fra forze di sistema e anti-sistema”.

Emergenze, gli interventi diventeranno più rapidi. In caso di emergenza si potranno affidare appalti a trattativa privata, ma bisognerà avere il via libera preventivo dell’Autorità anticorruzione. È questa la strada che il governo sta percorrendo per concedere maggiori poteri alla Protezione civile e al commissario per la ricostruzione Vasco Errani. Già oggi il premier Paolo Gentiloni incontrerà Raffaele Cantone con l’obiettivo di mettere a punto il decreto annunciato domenica scorsa che servirà a velocizzare le procedure. Senza però rischiare abusi e soprattutto ruberie come lo stesso Cantone ha paventato denunciando il pericolo di «tornare a una politica dalle “mani libere”». Le consultazioni con i vari ministri interessati sono avviate, l’intenzione di Palazzo Chigi sembra quella di procedere velocemente anche per rispondere alle accuse e alle polemiche esplose in questi giorni sui ritardi nel fronteggiare l’emergenza neve nel Centro Italia, ma anche per dare una sistemazione quasi definitiva agli sfollati del terremoto, colpiti la scorsa settimana da altre tre scosse che hanno provocato nuovi crolli e fatto ripiombare i cittadini nel terrore. Tenendo conto che il loro numero sta aumentando con il trascorrere delle ore. Ci si muove su un doppio binario: quello delle misure urgenti da prendere in caso di eventi eccezionali, come è stato in questi giorni il maltempo; e quello della ricostruzione, che non può comunque avere tempi lunghissimi visto che riguarda soprattutto case e scuole.  Sarà pure un premier dal sangue freddo, Gentiloni, ma si è reso conto che sul terremoto il governo si gioca la sopravvivenza. A livello esecutivo s’annuncia dunque che in tempi strettissimi dovrà arrivare una risposta ai guai della «burocratizzazione» dell’emergenza. «Dobbiamo trovare un punto di equilibrio tra tre questioni, tutte irrinunciabili: trasparenza, velocità, responsabilità».

Politica estera

Trump cancella il Patto del Pacifico «Ci proteggiamo». II primo scossone investe la mappa geo-economica del mondo. Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo per l’immediato ritiro dal Tpp, il Trans Pacific Partnership, il trattato commerciale fortemente voluto da Barack Obama e firmato da dodici Stati: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Usa. «Dobbiamo proteggere i nostri confini dal saccheggio degli altri Paesi che fanno i nostri prodotti , rubando le nostre aziende e distruggendo posti di lavoro», ha detto il neo presidente americano. Il protocollo del Pacifico, in realtà, non era mai entrato in vigore: il Congresso di Washington, controllato dai repubblicani, lo ha bloccato fin dall’inizio e anche altri Paesi non lo avevano mai ratificato. Ora bisognerà capire se il ritiro dal Tpp significherà anche l’azzeramento della strategia politica costruita negli ultimi due anni da Obama e dal premier giapponese Shinzo Abe. L’accordo era stato concepito per arginare l’espansionismo della Cina, formando un blocco che copre il 40% del Prodotto interno lordo globale e che si affaccia sul corridoio asiatico dell’Oceano Pacifico da cui transita il 50% del flusso commerciale mondiale. Federico Rampini scrive su Repubblica che il siluramento del Tpp è il gesto più potente. I mercati hanno reagito con un calo del dollaro: che a Trump va benissimo, visto che lui considera la moneta troppo forte e come tale un handicap per la competitività. Ma il Tpp aveva sollevato resistenze sia a destra sia a sinistra: non solo Trump, anche Bernie Sanders lo denunciò come un nuovo regalo alle multinazionali. Perfino Hillary Clinton aveva finito per prendere le distanze. A difenderlo erano rimaste le organizzazioni confindustriali.
Intanto venerdì Theresa May sarà a Washington per iniziare negoziati mirati a una maggiore liberalizzazione delle relazioni commerciali

Spunta un video segreto di Regeni La prova del depistaggio egiziano. Il video girato di nascosto dall’ex capo del sindacato autonomo dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, durante un colloquio con Giulio Regeni, diventa un’altra prova delle bugie della polizia egiziana e dei depistaggi messi in atto per occultare la verità su quanto accadde un anno fa al Cairo. E la dimostrazione che le comunicazioni delle forze di sicurezza alla magistratura egiziana, trasmesse dal procuratore generale della Repubblica araba Nabel Sadek al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e al sostituto Sergio Colaiocco, erano false. L’Ente per la Radio e Televisione egiziana ha dichiarato che a fornire il video sotto forma di dvd al giornalista Khaled Muhanna è stato Il procuratore generale della Repubblica. Ma, se è vero, perché consegnargli un montaggio? Sembra un ennesimo tentativo di gettare un’ombra sulle attività di Regeni e di scagionare l’Egitto da ogni responsabilità nella sua morte. La maggior parte dei media del Cairo sostengono che il video sembra ripreso da un cellulare nelle mani del venditore ambulante e lo presentano come una prova che Giulio raccoglieva informazioni sull’Egitto in cambio di soldi per conto della Gran Bretagna (benché la fondazione Antipode, alla quale voleva chiedere una borsa, sia una iniziativa accademica). Il montaggio egiziano mischia diverse parti, alterando la sequenza temporale. Comincia con una richiesta di denaro da parte di Abdallah, che invece nell’originale avviene solo più tardi. Ancor più significativo, è un minuto più corto rispetto all’originale: viene tagliata una frase in cui Regeni spiega che le sue attività non hanno scopi politici. Il capo del sindacato Abdallah gli fa una domanda trabocchetto: «No, allora… Giulio, non riesci a capirmi! Questi soldi li useremo in progetti di affitto di spazi per bancarelle eccetera, oppure per progetti politici per promuovere la libertà?». Regeni risponde: «Fare politica la vedo difficile in questo frangente!». Ma questa parte viene tagliata. Il termine «ma’loumat», usato da Giulio, inoltre può avere due significati: informazioni spionistiche e dati accademici. Lui intendeva Il secondo ma nel montaggio egiziano resta l’ambiguità.

Economia e finanza

Blitz delle Assicurazioni Generali Comprati i diritti sul 3% di Intesa. Le voci si sono moltiplicate e Generali ha reagito rilevando il 3% dei diritti di voto di Intesa Sanpaolo. Una reazione difensiva e preventiva di Philippe Donnet, decisa dopo che nel fine settimana si sono intensificate le voci di un possibile presidio della banca guidata da Carlo Messina contro interessi esteri sul Leone. La mossa, secondo le Generali, servirebbe a sterilizzare, in base alle regole attuali, i futuri diritti di voto di cui potrebbe dotarsi Ca’ de Sass. Il criterio? Le partecipazioni incrociate. Salvo che l’operazione immaginata sia di tipo industriale. E prevedesse un’offerta (pubblica o di scambio) su una quota consistente del capitale del Leone. Su una cosa gli operatori sembrano concordi: se qualcuno vuole tentare una scalata a Generali questo è il momento per provarci. Mediobanca, primo socio del Leone con il 13%, ha detto che vuole ridurre la quota e Unicredit, che di Piazzetta Cuccia è a sua volta il primio azionista, è focalizzata sull’aumento di capitale da 13 miliardi necessari a mettere in sicurezza il bilancio e dunque avrebbe problemi a difendere Trieste. Tra l’altro, qualora decidesse di andare in presa diretta su Generali o muoversi per difenderla, Jean-Pierre Mustier sarebbe costretto a rivedere tutta la documentazione per l’aumento, a cominciare dal prospetto informativo, con il rischio di ritardare i tempi dell’operazione prevista per febbraio. Per questo l’attenzione si sarebbe concentrata su Intesa Sanpaolo, prima banca del Paese e tra le prime in Europa, la sola ad avere le spalle abbastanza larghe per tutelare Generali da un eventuale assalto. A Ca’ de Sass però tutto tace. «Non commentiamo le indiscrezioni» ha detto ieri il presidente, Gian Maria Gros Pietro.
L’impressione è che si stia aprendo una partita di riassetto di potere in Italia, tant’è che la mossa”anti-scalata” di Generali è stata rivolta a Intesa-Sanpaolo, indiziato nostrano di difesa dell’italianità del Leone, con l’ingresso preventivo al 3% nel capitale della banca: si vedrà nei prossimi giorni quanto l’azione sia stata efficace. Alessandro Graziani scrive sul Sole 24 Ore che l’idea di costruire un grande polo fianziario italiano, che si confronti con le dimensioni dei colossi europei nei due settori cruciali dell’erogazione del credito e della gestione del risparmio, va avanti da anni senza avere prodotto risultati comparabili rispetto ai grandi player finanziari di Germania, Francia, Spagna e Olanda. In Italia restano quattro grandi poli finanziari di rilievo nazionale: Intesa Sanpaolo, UniCredit, Generali, UnipolSai. Negli ultimi giorni sta prendendo consistenza l’ipotesi di un’aggregazione tra i due pesi massimi del sistema: Intesa Sanpaolo e Generali. Si vedrà nei prossimi giorni se l’ipotesi diventerà un progetto concreto.Ma la partita in gioco è più industriale che finanziaria e andrà giocata e giudicata secondo queste regole. Se il numero uno di Intesa Sanpaolo Carlo Messina deciderà di intervenire su Generali, non c’è motivo di dubitare che lo farà assecondando le attese degli investitori e del mercato, avviando un’operazione che indubbiamente ha anche risvolti positivi per il sistema Paese.

Dall’Inps 285mila avvisi per l’Ape. A partire da febbraio 15omila “buste arancioni” e i35 mila email verranno spedite dall’Inps alla platea dei potenziali utilizzatori dell’anticipo pensionistico (Ape). La notizia è stata data ieri dal presidente dell’istituto di previdenza Tito Boeri nel corso del suo intervento a Tuttopensioni 2017, che si è svolto a Milano presso la sede del Sole 24Ore. Boeri ha anche attaccato la miniriforma previdenziale contenuta nella legge di bilancio:«Scarica gli oneri sulle generazioni future» e «fa aumentare il debito implicito».  Due i punti sollevati dal numero uno dell’istituto di previdenza, durante un convegno a Milano. Il primo riguarda l’effetto complessivo del pacchetto inserito nell’ultima Legge di Bilancio: «E una manovra che fa aumentare il debito implicito, e scarica oneri sulle generazioni future». Cosa vuol dire debito implicito? Non è il debito pubblico che lo Stato italiano ha sulle spalle adesso, con relative tensioni sull’asse Roma-Bruxelles. Ma quello che avrà in futuro per pagare le pensioni di domani, sempre che non ci siano nuove riforme. Tema per addetti ai lavori? Forse, ma con effetti praticissimi. Secondo Boeri, il debito implicito potrebbe salire dell’1,47%, come indicato nelle slide presentate pochi giorni fa durante un altro incontro. «Un governo che sostiene che il debito implicito non è rilevante — scrive Boeri in quei fogli — ci sta dicendo che ci saranno nuove riforme». Nuovi tagli, in sostanza. Il governo, sia quello passato sia quello presente, contesta le accuse di Boeri. “Il  miglioramento dei trattamenti pensionistici varato con la Legge di Bilancio — dice Claudio De Vincenti, ora ministro per la Coesione ed ex sottosegretario a Palazzo Chigi — è del tutto sostenibile per la finanza pubblica sia nell’immediato che in prospettiva”. Ma perché, secondo il governo, l’impatto sarebbe modesto? L’Ape, la misura che consente di lasciare in anticipo íl lavoro con un assegno più basso ma con aiuto per le fasce deboli, è sperimentale: vale per tre anni e quindi è difficile fare calcoli di lungo periodo perché potrebbe cambiare o anche sparire. Mentre la nuova 14/ma — cioè l’aumento e l’estensione dell’assegno in più incassato dai pensionati a basso reddito — ha un costo troppo contenuto rispetto al totale della spesa previdenziale per riuscire a far saltare gli equilibri. Siamo sui 700 milioni l’anno contro quasi 300 miliardi di euro. Ma è proprio su questo punto — la nuova 14/ che Boeri concentra la sua critica al governo:  «E una misura — dice Boeri al convegno di Milano — che non tiene conto delle condizioni delle famiglie. Può premiare persone in nuclei con altre persone ricche. Può andare al marito della ricca manager».

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