LE NOTIZIE DEL GIORNO. Gentiloni, avanti fino al 2018 – Romeo, nuove accuse

Politica interna

Governo Gentiloni. La notizia, nuda e cruda, è questa: Gentiloni ha parlato. Dopo mesi di prudenza, attesa, silenzio intervallato solo da discorsi ufficiali, nell’intervista di domenica a Pippo Baudo, rilasciata alla vigilia del vertice europeo a quattro con Germania, Francia e Spagna, il presidente del consiglio ha detto chiaramente che l’orizzonte del governo è la fine naturale della legislatura, nel 2018, e ha enunciato un programma di riforme che guarda anche al dopo, dal lavoro al Mezzogiorno, dalla giustizia alla povertà. Obiettivo: cancellare la sensazione di “provvisorietà” che accompagna l’esecutivo dalla sua nascita, con i molti stop and go imposti da Renzi e dalle vicende interne del Pd. Ma ora che appunto il maggior partito della maggioranza è dilaniato dalla corsa congressuale per le primarie e colpito dalle conseguenze dell’inchiesta sulla Consip in cui sono coinvolti il ministro Lotti e il padre dell’ex-premier, il governo, tenuto fin qui appeso all’ipotesi mai del tutto scartata di elezioni anticipate, riacquista peso. Da qualche settimana Paolo Gentiloni sta dando la sensazione di volersi lentamente emancipare da un Matteo Renzi che appare ogni giorno più solo. Uno smarcamento discreto quello del premier, tanto che ancora ieri durante una cerimonia a Palazzo Chigi non ha perso l’occasione per riconoscere al suo predecessore la bontà del lavoro fatto. Discreto ma evidente, plasticamente immortalato dal dibattito politico delle ultime 48 ore: da una parte Renzi costretto a parare i colpi dell’inchiesta che coinvolge suo padre Tiziano e il suo fidatissimo braccio destro Luca Lotti; dall’altra Gentiloni, concentrato sulla «fase due» del suo governo e pronto a promettere tagli alle tasse sul lavoro.

Inchiesta Consip. Tiziano Renzi e Luca Lotti non sono colpevoli. Lo dice la Costituzione all’articolo 27, che aggiunge: «Sino alla condanna definitiva». Nel nostro caso il processo non è ancora nemmeno cominciato, e non è neanche sicuro che cominci mai contro i due politici indagati, perché prima ci vuole un rinvio a giudizio. E’ bene ricordarlo, come ha fatto l’avvocato Giuliano Pisapia, uno dei pochi in Italia che riesce a non dimenticare la legge anche nel pieno della mischia politica. Questa avvertenza vale come principio teorico, ma anche come fatto storico. Non sarebbe infatti la prima volta che dei politici finiscono in un’inchiesta su Romeo e ne escono puliti. Accadde a Napoli nel 2008: quattro assessori della giunta Iervolino furono arrestati e un altro, Giorgio Nugnes, si tolse la vita, perché accusati di aver favorito l’imprenditore nell’assegnazione di un appalto comunale. Tutto questo non per sminuire la portata dall’attuale inchiesta Consip e le ombre pesanti che proietta sul sistema degli appalti pubblici. Ma anzi per dire che non c’è davvero bisogno di aspettare che la giustizia faccia il suo corso per vedere quanto diffusa e ormai quasi accettata sia diventata la commistione tra affari e politica nel nostro Paese. Intanto vengono alla luce operazioni sospette su conti correnti personali e sui depositi intestati alle società della famiglia Romeo. Sono otto le segnalazioni di Bankitalia esaminate dalla Guardia di Finanza che riguardano le movimentazioni bancarie disposte da Alfredo Romeo. Tre sono svelate in un’informativa allegata agli atti dell’inchiesta e riguardano il trasferimento all’estero di oltre 100 milioni di euro, oltre al prelevamento in contanti per oltre 400 mila euro. Sulle altre cinque sono in corso verifiche per scoprire se questo flusso di soldi nasconda la «provvista» per il versamento delle tangenti.

Politica estera

Trump, nuovo bando sui migranti. Il bando-bis su profughi e migranti esclude l’Iraq, salva i titolari della «Green card» e chi ha già ottenuto un visto. Per il resto riproduce l’ordine esecutivo firmato da Donald Trump il 27 gennaio e poi bocciato dai giudici di Seattle e di San Francisco. Questa volta il presidente è rimasto defilato: niente telecamere al momento della firma nello Studio Ovale. Trump si è invece concentrato sullo scontro clamoroso con James Comey, il direttore dell’Fbi che, domenica sera, ha chiesto al ministero della Giustizia di «correggere» le false affermazioni del presidente: Barack Obama non aveva ordinato di mettere sotto controllo i telefoni della Trump Tower. Per conto della Casa Bianca la portavoce Sarah Huckabee Sanders ha rilanciato: «Non credo che il presidente accetterà quello che ha detto l’Fbi. Tutto quello che chiediamo è che il Congresso faccia il proprio lavoro, che la Commissione Intelligence della Camera indaghi». Poco dopo il responsabile dei rapporti con i media, Sean Spicer ha aggiunto che Trump «non ha parlato con il direttore dell’Fbi Comev». L’America ha vissuto un’altra giornata politicamente intensa. I ministri degli Esteri, Rex Tillerson, della Giustizia, Jeff Sessions e della sicurezza interna, John Kelly, hanno spiegato i contenuti del nuovo provvedimento, che entrerà in vigore giovedì 16 marzo. Da quel momento e per 90 giorni non potranno entrare negli Stati Uniti i viaggiatori provenienti da sei Paesi musulmani: Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. L’Iraq è stato depennato su suggerimento di Tillerson, che nelle scorse settimane ha concordato controlli più severi da parte delle autorità di Bagdad. Il Segretario di Stato, inoltre, ha insistito sul fatto che le truppe irachene sono impegnate nella guerra sul campo contro l’Isis, con l’appoggio, per altro, degli stessi americani. Il nuovo “bando” – in vigore dal prossimo 16 marzo – vieta per 90 giorni gli ingressi da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen (eccetto per i viaggiatori che arrivano da questi paesi con green card o visto). Nel decreto – che spiega (come già nel primo ordine esecutivo) che questi Paesi sono «sponsor di terrorismo, compromessi in modo significativo da organizzazioni terroristiche e comprendono zone di conflitto attive» – viene anche citato l’ultimo rapporto sul terrorismo del Dipartimento di Stato «che dimostra perché i cittadini di questi Paesi continuano a rappresentare un alto rischio per la sicurezza degli Stati Uniti».

Turchia e rapporti con la Germania. Approfittando del fallito colpo di stato militare del 15 luglio 2016, Recep Erdogan ha indetto per il prossimo 16 aprile un referendum finalizzato a ridisegnare la Costituzione turca per instaurare un nuovo regime iper-presidenziale, che consegnerà tutti i poteri al capo dello Stato. Il presidente potrà legiferare per decreto, decidere il bilancio, proclamare lo stato d’emergenza e nominare tutte le cariche dello Stato, compresi i magistrati; sarà inoltre capo delle forze armate e dei servizi segreti e assumerà la direzione dell’Akp. La nuova Costituzione sopprime ogni contropotere: i ministri dovranno rispondere solo al presidente, e il parlamento sarà ridotto a semplice camera di registrazione. La giustizia e la Corte costituzionale saranno private di ogni residuo d’indipendenza. Nel complesso, oltre ad abolire la democrazia, la nuova Costituzione cancellerà gli stessi principi sulla cui base Mustafa Kemal aveva rifondato, nel 1923, la Turchia moderna: la laicità, la separazione dei poteri politico e religioso. Si creerà così una democratura islamica, che avrà per simbolo lo stravagante palazzo presidenziale, costato più di 600 milioni di dollari, che Recep Erdogan ha fatto costruire ad Ankara per celebrare la propria gloria. Il colpo di stato legale ha avuto inizio all’indomani stesso del tentativo di putsch. L’instaurazione dello stato d’emergenza permanente ha trasferito i poteri al presidente. Tucidide l’aveva detto: «È nella natura dell’uomo voler estendere il proprio potere ovunque non trovi resistenza». Intanto anche Amburgo si è aggiunta alla lista di città che hanno cancellato con una scusa o l’altra i comizi dei ministri turchi in Germania. Sono quattro, finora. Nessuna ha addotto ragioni politiche. Il motivo ufficiale, invariabilmente, è qualche falla nella sicurezza. Anche per lo show del responsabile degli Esteri, Mevlut Cavusoglu. Avrebbe voluto partecipare oggi ad un evento organizzato nella città anseatica, prima dell’atteso bilaterale di mercoledì con l’omologo tedesco Sigmar Gabriel. Ma una portavoce del sindaco ha fatto sapere che il locale non era a norma. Insomma, nonostante il crescendo di bordate arrivate da Ankara e da Erdogan, nonostante il clamoroso caso di Deniz Yucel, il giornalista della Welt trattenuto nelle carceri turche con motivazioni risibili, il basso profilo di Angela Merkel sembra aver contagiato le amministrazioni locali. Ansiose, soprattutto, di evitare spaccature tra i tre milioni di turchi che vivono in Germania.

Economia e finanza

Europa a 4 velocità. Rilanciare il progetto europeo, con una nuova fase fatta anche di cooperazioni rafforzate, che preveda la possibilità per alcuni Paesi di procedere sulla strada dell’integrazione a velocità diverse rispetto ad altri. A partire dalla difesa. È questo il messaggio inviato ieri sera dai leader di Francia, Germania, Spagna e Italia, riuniti a Versailles – sede scelta per il suo valore altamente simbolico – in un insolito nuovo “formato”, che potremmo definire “dei quattro grandi”. Alla vigilia del Consiglio europeo di giovedì e venerdì. E a venti giorni dall’appuntamento con il vertice dei Ventisette a Roma, in occasione del sessantesimo anniversario del Trattato fondatore dell’Unione. François Hollande, Angela Merkel, Mariano Rajoy e Paolo Gentiloni, pur senza dirlo esplicitamente, hanno insomma scelto il terzo dei cinque scenari immaginati dal presidente della Commissione Jean-Claude Junker nel “libro bianco” presentato la scorsa settimana. Uno degli scenari intermedi tra lo “status quo” e un’accelerazione del processo di integrazione. Quello appunto delle “velocità differenziate”. Che ha peraltro una lunga storia e che proprio la Merkel ha nuovamente proposto in occasione del summit di Malta, lo scorso 3 febbraio. «Serve un’Unione Europea più integrata ma che possa consentire diversi livelli di integrazione — ha detto il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni —. E’ giusto e normale che i Paesi possano avere ambizioni diverse e che a queste ambizioni si diano risposte diverse, mantenendo il progetto comune». Gentiloni ha evocato le celebrazioni del 25 marzo per i sessant’anni dei Trattati di Roma aggiungendo che «l’Unione riparte dal popolo europeo. Abbiamo bisogno di un’Europa sociale, che guardi alla crescita e agli investimenti. Un’Europa in cui chi rimane indietro non consideri l’Ue come una fonte di difficoltà ma come una risposta. E non siamo ancora a questo livello».

Taglio al cuneo fiscale. Tagliare il cuneo fiscale, ridurre cioè la differenza tra il lordo e il netto della busta paga, è un’operazione costosa. Dipende da come si fa. Se per tutti i 10 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti. O solo sui neoassunti. Se distribuendo il vantaggio in modo equo tra lavoratore e datore. Oppure alleggerendo soprattutto gli imprenditori, perché assumano. Si può agire poi sulle tasse o sui contributi previdenziali. L’idea che accarezza il governo Gentiloni, la stessa che fu del governo Renzi, è quella di incidere sugli accantonamenti pensionistici. Quattro o cinque punti in meno, l’ultima pensata. Un po’ meno dei sei punti a suo tempo previsti. Oppure la cura shock, una mera ipotesi di scuola al momento: giù di dieci punti. Quanto costano i vari scenari? E quali vantaggi per i lavoratori? Gli esborsi per l’erario sono miliardari, calcola l’ufficio studi della Uil. Nelle tre opzioni di taglio di 4, 5 o 10 punti, si passa dai 5 miliardi annui ai 6,3 per finire con 12,5. E questo se il beneficio è fifty-fifty: metà al datore, metà al lavoratore. Se invece l’alleggerimento è per circa due terzi a favore dell’azienda e un terzo del dipendente, i costi diventano davvero importanti: dai 7,5 miliardi nei primi due casi (4 o 5 punti in meno) per finire con ben 17,5 miliardi all’anno nel caso shock. E i dipendenti? Quattro punti di cuneo in meno si traducono, per un reddito medio (24 mila euro lordi) , in 329 euro netti annui in busta paga, 25 euro al mese. Un calo di cinque punti assicura 411 euro netti extra, ovvero 32 al mese. La mannaia da dieci punti mette in tasca a ciascun lavoratore ben 822 euro netti, circa 38 al mese. Cifre non disprezzabili, neanche però decisive. E con un’insidia. Se il dipendente opta per incassare il taglio del cuneo e vederlo così in chiaro nel cedolino, quel guadagno viene in parte mangiucchiato dalle tasse. È chiaro che lo scopo ultimo del governo è incentivare le assunzioni. Si sta esplorando anche l’ipotesi di un intervento più radicale, con un taglio al costo di tutto il lavoro stabile (vale a dire, vecchi e nuovi assunti). Qui l’esborso per l’Erario salirebbe di molto, visto che un punto di contributi in meno vale, sempre nella fase iniziale, circa 2-2,5 miliardi (ma la coperta è corta, questa ipotesi potrebbe decollare in caso di rinuncia al blocco dell’Iva). Sul tavolo, negli ultimi giorni, è entrata anche un’altra ipotesi, caldeggiata dal Pd: la decontribuzione totale per tre anni per il primo impiego, da affiancare, per gli under35, a una “dote formazione” portabile.

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