LE NOTIZIE DEL GIORNO. Al centrodestra la guida della Sicilia – Pd, bufera contro Renzi

Politica interna

A Musumeci la guida della Sicilia. Conquista la guida della Regione Siciliana il centrodestra, ricompattato sotto le bandiere di Berlusconi, Meloni e Salvini con Nello Musumeci che con il 39,8% subentra a Rosario Crocetta come governatore. Quasi cinque punti più di Giancarlo Cancelleri, arrivato secondo con il 34,7% nonostante l’impegno di Grillo e di tutti i leader del M5S che però si rivela il primo partito nell’isola. Un successo. A tutto svantaggio di un Pd mortificato con il rettore Fabrizio Micari, penalizzato da un voto disgiunto che lo incolla a un insufficiente 18,7 per cento. Con magra soddisfazione di Claudio Fava che, pur superando di poco il 6%, con i «Cento passi» ha eroso voti al candidato del sindaco Orlando e al partito di Renzi, come speravano Bersani e D’Alema. Euforico Musumeci, pur cosciente delle difficoltà economiche di una Sicilia dove l’astensionismo supera íl 50 per cento. Dopo la cura Berlusconi (due comizi, interviste a raffica, la cena dell’arancino con Meloni, Salvini e Cesa, un bagno di folla a Palermo), Forza Italia supera i 300 mila voti (16,4%). Nel 2012 il Pdl (FI +An) non andò oltre il 12,9% ma allora Micciché, oggi plenipotenziario del Cavaliere, remò contro Musumeci con il «partito dei siciliani» (15,40% in coalizione) e finì per favorire Crocetta. Antonio Polito scrive sul Corriere della Sera che per i Cinquestelle il secondo posto, e “in realtà una sconfitta: era stata presentata come la prova generale delle elezioni politiche, e la spallata non c’è stata. I Cinquestelle volevano dimostrare a Palermo che la vecchia classe politica era defunta, e che erano rimasti solo loro: li ha battuti uno stagionato ex missino, con il patrocinio dell’ultra ottantenne Berlusconi. Le recriminazioni un po’ scomposte sul voto «contaminato» e la fuga improvvisa di Di Maio dal duello tv con Renzi la dicono lunga su quale sia il vero stato d’animo da quelle parti”

Nel Pd si allarga il fronte anti Renzi. L’operazione ribaltone è in campo, il problema è che i “congiurati” remano senza un briciolo di sincronia. «Dopo questa sconfitta è impossibile fare finta di nulla – dettala linea ai suoi Andrea Orlando – Matteo deve capire che così si perde. Dobbiamo allargare il centrosinistra, individuando una figura capace di unire la coalizione». Ha in mente Paolo Gentiloni, anche se il diretto interessato non ha alcuna intenzione di “sacrificarsi”. La spalla ideale del piano sarebbe Dario Franceschini, che però nel day after della disfatta chiama Renzi per avvertirlo di quanto dirà per smarcarsi: «L’accordo con i bersaniani è ineludibile, oppure saremo destinati alla sconfitta. Ma nessuno mette in discussione la leadership del segretario». Solo il segnale di un padre nobile del Pd, a questo punto, potrebbe spostare davvero gli equilibri. Tutti attendono un cenno di Walter Veltroni, che stasera presenterà il suo libro a “Cartabianca”. E che coltiva un legame sempre più stretto con l’altro vero “indiziato” per un’eventuale staffetta alla guida del centrosinistra: Marco Minniti. Tessere una tela attorno al Nazareno, per costringere il segretario all’alleanza con Mdp e sfilargli anche la pettorina da candidato premier: questo è il sogno degli antirenziani di vecchio e nuovo conio.   «Chi oggi attacca il leader eletto alle primarie, chi attacca il Partito democratico fa il più bel regalo a Grillo e Berlusconi», dice Renzi nel corso della sua giornata fiorentina, prima di sbarcare a Roma in treno quando è già sera. Per sicurezza, per non trovarsi spiazzato, ha sondato il terreno nel Pd. Ha avuto un lungo colloquio telefonico con Dario Franceschini, che era in missione a Londra. Per garantirsi un livello di offensiva moderato, non dirompente da parte di chi è convinto che la tattica renziana sia un suicidio per il centrosinistra. Insomma, la telefonata serviva a capire quanto il ministro della Cultura avrebbe spinto in direzione di un “golpe” interno. Ha ottenuto alcune garanzie.

Politica estera

Resa dei conti Medio Oriente. Il copione non è nuovo ma l’intreccio è sempre appassionante, fa scrivere fiumi d’inchiostro e agita i mercati portando i prezzi del greggio ai massimi da due anni e mezzo. Nei regimi mediorientali quando le cose non vanno bene, dentro e fuori, scattano le “campagne anti-corruzione” o di “rettifica” per far fuori gli oppositori interni dell’uomo forte del momento e lanciare un messaggio all’esterno. E quello che accade in Arabia Saudita dove sono stati messi agli arresti dozzine di principi della corona, eminenti uomini d’affari, ministri ed ex ministri. Tra questi, due personaggi chiave. Il primo è il miliardario al Waleed bin Talal, un patrimonio stimato in 19 miliardi di dollari, azionista importante di societa come Apple, Twitter, Citigroup, Lyft e 21st Century Fox, in rapporti non propriamente idilliaci con Donald Trump. Il secondo è Miteb bin Abdullah, dullah, capo della Guardia nazionale, istituzione chiave della sicurezza del regno, la guardia pretoriana del trono custode della Mecca e di Medina. L’obiettivo è concentrare il potere in mano al principe ereditario Mohammed bin Salam, che è anche vicepremier e ministro della Difesa. Il messaggio del giovane figlio di re Salman, anziano e malmesso in salute, è chiaro: o si segue la linea del principe o si paga un prezzo salato.
Continuano intanto le tensioni nell’area. fra Riad e Teheran; finite sotto traccia per qualche tempo nel nome della comune lotta allo Stato islamico, sono tornate ad emergere con prepotenza negli ultimi mesi, lungo un asse che attraversa il Libano, la Siria, il Qatar e lo Yemen. Ma mai come in questi giorni sono state acute: sabato sera un missile ha raggiunto l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad. Per il governo saudita era stato lanciato dalle milizie Houthi nello Yemen: ieri Riad ha definito l’accaduto un’aggressione militare diretta da parte dell’Iran, che può essere considerata un atto di guerra. E non sono pochi a temere che dalla retorica si passi ai fatti.

Trump spaventa il 57% del Paese. E intanto a Suel lo contestano.
La sera delle elezioni, 1’8 novembre 2016, i più increduli erano proprio i sostenitori di Donald Trump, radunati nell’Hotel Hilton di Manhattan. Lo scetticismo generale è il marchio di fabbrica, «l’imprinting», di questa presidenza. A un anno di distanza il 56,8% degli americani ancora si domanda che cosa ci faccia Trump alla Casa Bianca, mentre solo il 38,7% è soddisfatto. Questo almeno è quanto risulta dalla media dei sondaggi realizzati dal sito indipendente RealClearPolitics. È il gradimento più basso ottenuto da un presidente a un anno dal voto, nella storia recente degli Stati Uniti.  In effetti il neo presidente non si è curato di nulla. E il suo obiettivo principale sono i mediaE intanto il presidente Usa è contestatissimo in Correa del Sud. Cortei, proteste, sit-in e un solo slogan, “No War, No Trump”, scritto sugli striscioni in inglese per essere intellegibile in mondovisione. È da domenica che Seul è a rischio-caos e la Polizia Nazionale, tristemente famosa negli anni della dittatura per la Divisione paramilitare, ha già fatto sapere che gli oltre 100mila operativi «saranno in servizio al 100%»: perché «la libertà di espressione sarà garantita», ci mancherebbe, ma «nei limiti della sicurezza». Ma non viene, Donald Trump, a ribadire a Moon Jae-in, il presidente pacifista eletto proprio sull’onda delle Fiaccole, che la sua America farà di tutto per garantire la «sicurezza», appunto, della Corea del Sud contro quella del Nord? Chiamatela la sindrome del 38esimo parallelo. Costretti da sessant’anni a convivere con la minaccia del Kim di turno, i coreani del Sud se ne sono fatti una ragione, e davvero adesso pensano che sia più pericoloso lo zio d’America che il cugino di Pyongyang.

Economia e Finanza

Crediti a rischio, Nouy avanti con le nuove regole. Avanza la proposta di requisiti prudenziali più stringenti per i crediti deteriorati delle banche, presentata dalla presiedente francese dell’organo di vigilanza della Bce Daniele Nouy, nonostante l’opposizione dell’Italia tramite il governo, Bankitalia, associazioni di banche e imprese. Nouy, intervenendo nell’Eurogruppo dei 19 ministri finanziari a Bruxelles, ha riscosso ampi consensi per la sua linea dura. Il presidente olandese dell’Eurogruppo Jemen Dijsselbloem lo ha confermato e ha esortato a «spiegare agli italiani» l’importanza di regole più prudenti per il futuro. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha ricordato le riserve dell’Italia, che sconta nel sistema bancario la parte più ampia dei quasi 800 miliardi di prestiti non performanti (npl) stimati in Europa. Ma le nuove regole potrebbero partire già dal gennaio prossimo. L’Eurogruppo e Nouy hanno ammesso i notevoli miglioramenti di alcune banche italiane nella riduzione dei crediti deteriorati. Alla Bce avrebbero apprezzato soprattutto quanto fatto da Intesa, Unicredit e Mediobanca. Ma restano preoccupati per i ritardi di altre banche italiane. Intanto i lavori della Commissione sul crac delle due grandi banche venete sono quasi finiti. Oggi arriveranno i cinque commissari liquidatori a dire al Parlamento come da quattro mesi tengono calde le ceneri miliardarie di ciò che resta di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca non comprato da Intesa Sanpaolo Giovedì poi torneranno in commissione il capo della vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo e i direttore generale della Consob Angelo Apponi: in Commissione, dopo l’audizione di giovedì scorso, si sospetta che almeno uno dei due sia stato ellittico o peggio, nel dettagliare lo scambio di informazioni tra le due authority negli anni dei controlli vani. Andrà chiarito l’iter di comunicazione tra i vari vigilanti, ma anche la sostanza dei controlli conta.

Pensioni, esenzione per 15-17mila. Il governo propone di escludere dall’uscita a 67 anni il 10% dei lavoratori – 17 mila su 170 mila – che nel 2019 si troveranno allungato il traguardo per la pensione di vecchiaia di cinque mesi, per l’aumentata speranza di vita. La Cgil ne chiede il 50%, includendo anche i mestieri manuali. Il tavolo tecnico sulla previdenza  parte in salita. Oggi e domani gli esperti di Palazzo Chigi metteranno su carta numeri e impegni di spesa. Ma Susanna Camusso fa già capire che la Cgil non ci sta. Cisl e Uil più caute. «Potremmo passare il pomeriggio a studiare gli emendamenti sul rinvio, in questo momento è più interessante delle non risposte che sta dando il governo», dice la leader Cgil in Senato, durante l’audizione sulla manovra di Bilancio, carente secondo Camusso di qualsivoglia intervento sulle pensioni: «C’è il vuoto pneumatico». Ieri di pensioni ha parlato anche la direttrice generale di Confindustria, Marcella Panucci, nel corso di un’audizione al Senato sulla manovra:  «È apprezzabile-ha affermato-«che il Governo sia riuscito finora a respingere le richieste in materia di età pensionabile, che avrebbero un impatto significativo sul deficit pubblico». Sempre in audizione sul Ddl di Bilancio il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha invece segnalato due problemi. Il primo: per valutare eventuali esclusioni dallo scatto automatico dell’età pensionabile «non basta stabilire le categorie, bisogna valutare anche i percorsi lavorativi». Il secondo: «Al momento -ha aggiunto – non abbiamo un quadro praticabile di informazioni ed è necessario ricostruire la vita lavorativa delle persone, questa operazione va messa in piedi, va organizzata con un progetto ad hoc».

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