Le grandi donne del Sud, Matilde Serao: la giornalista che entrò nel ventre di Napoli

Le grandi donne del Sud, Matilde Serao: la giornalista che entrò nel ventre di Napoli

di Salvatore Scarpino

 A Napoli, nel 1876, una piccola rivoluzione movimenta l’austero trantran negli uffici dei telegrafi dello Stato, a Palazzo Gravina. Dopo il rituale concorso, che ne ha vagliato titoli scolastici e attitudini, un gruppetto di signorine viene assunto per la ricezione, la trascrizione e l’inoltro dei messaggi. La paga è miserabile, soltanto sessantasei lire al mese, ma nell’ex capitale che stenta a digerire l’unità, il posto è appetibile, specie tra le ragazze mezzoborghesi, istruite e «figlie di famiglia» come si soleva dire, inadatte ai lavori manuali ma povere abbastanza per non poter attendere un marito nella sicurezza di una casa tranquilla.

Fra le ausiliarie che ottengono quella sistemazione c’è una diciannovenne vivace, col naso rincagnato, gli occhialini per correggere la miopia e il vizio ostentato della letteratura. Si chiama Matilde Serao, è figlia di un giornalista spesso disoccupato e di una bella greca, Paola Bonelly, colta, fine e fragile che guadagna qualche soldo dando ripetizioni di lingue. Matilde è nata a Patrasso, in Grecia, dove il padre era riparato per la sua  opposizione politica ai Borboni, ma è venuta a Napoli dopo il  cambiamento di regime e si può considerare partenopea al cento per cento. Ha vissuto in una casa modesta tra privazioni e obblighi del decoro borghese, conosce la plebe della città, gli usurai, i battiti del lotto, un vivace ambiente di intellettuali veri e falsi che ruota intorno ai giornali. Studentessa distratta e non sempre disciplinata, Matilde è lettrice onnivora e disordinata: tra i  libri di casa c’è una edizione delle opere di  shakespeare, ma si trovano anche romanzi-fiume di Mastriani e altra roba senza valore.

La ragazza scrive, anzi è una grafomane di prima forza, con una spiccata predilezione per i feuilletons, i polpettoni infarciti di contesse e monache smonacate, spie, falsi marchesi e poi adulterii, delitti eccetera eccetera eccetera. Ed è proprio con questo genere di lavoro che la giovanissima scrittrice si inizia all’arte producendo per qualche effimero giornale inesauribili romanzi d’appendice, dei quali oggi si è perduta traccia (e non è un danno).

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©Archivio Publifoto/Olycom

Matilde non è quel che si dice una bellezza: ha energia, personalità decisa, ambizione e volontà, ma anche un irrimediabile trasandatezza – qualcuno osserverò che anche quand’era inappuntabilmente vestita aveva almeno una patacca d’unto – e una disinvoltura quasi virile, per quei tempi.

Dopo due anni di condominio tra l’arte e le Poste, abbandona le  sessantasei lire mensili decisa a guadagnarsi la vita coi suoi articoli e suoi romanzi. Non rifiuta nessun incarico e scrive di tutto: dalla moda al costume, dalle cronache alle recensioni.

Cova, naturalmente, il suo romanzone, tutto incentrato sull’argomento principe, l’amore, su fondali derivati da modelli italiani e francesi, soprattutto da certi filoni di Balzac, cui Matilde è destinata ad assomigliare sempre più per gli assilli economici, la mole della produzione e la struttura apoplettica. L’opera, dal titolo Cuore infermo, esce nel 1881 e poco dopo Matilde, cui la diffusione del romanzo ha portato una certa popolarità se non proprio il successo di critica, mette a segno un buon colpo: diventa redattrice fissa del Capitan Fracassa di Roma, giornale vivace, impegnato, originale, ricco di collaboratori di spicco.

Il fatto è straordinario, le donne cominciano a scrivere sui giornali, ma l’incarico di redattore, con normali turni e responsabilità anche nel lavoro oscuro della cucina, non era mai stato affidato prima a una signorina. Per i maligni non si tratta tanto di un segno dei tempi nuovi quanto di un mercimonio vecchio: Matilde sarebbe arrivata all’incarico non per le sue qualità giornalistiche, ma per i suoi talenti amatori. Nascono così le chiacchiere che accompagneranno la scrittrice fino alla vecchiaia. È vero, la Serao era sensibile al fascino maschile, ma è pur vero che se avessi amato con l’intensità e la frequenza che una certa aneddotica le attribuisce non avrebbe lasciato che una scarna raccolta di racconti brevi. Invece ha scritto molto di più ed è arduo stabilire se questa circostanza sia stato proprio un bene per la repubblica delle lettere.

Ma la ragazza non è tipo da preoccuparsi delle chiacchiere: tira dritto,  attenta soltanto a seguire le sue fortissime ambizioni. Scrive come una  disperata, al giornale fa di tutto, alterna corsivi, cronache e racconti. Fa vita mondana, riceve in casa sua e frequenta salotti alla moda e in questo turbine di impegni trova il tempo di imbastire un altro paio di romanzi affollatissimi di marchesi, deputati, ministri, adultere. È una fiumana che nella sua corrente trascina ciottoli, ciarpame di ogni tipo, ma anche singolari lapislazzuli e qualche pepita d’oro. Nel 1883 a Napoli, da un altro porto mediterraneo, arriva il colera. È una tragedia. Accorre il Re, si  interroga il Paese che aveva già avuto modo di disincantarsi sulla presunta «felicità» delle province meridionali.

Sul caso dell’ex capitale si inasprisce il dibattito. De Pretis, politico  picciolo, non ha dubbi sui rimedi che occorrerebbe adottare per risolvere quelle emergenze e prevenirne altre. «Bisogna – dice – sventrare Napoli». Si riferisce al complesso dei quartieri fatiscenti nei quali il colera miete un’umanità debole e degradata. De Pretis non sapeva probabilmente d’essere stato preceduto da tanti napoletani ipocondriaci ma logici.

Fra gli altri, uno scrittore partenopeo illuminato facendo il paragone tra Napoli e Londra, aveva già osservato che la capitale inglese aveva avuto la fortuna del disastroso incendio del 1606, sicché s’era dovuta  ricostruirla dopo che il fuoco ne aveva sventrato i quartieri più fetidi. Napoli invece…

Ebbene, la dichiarazione di De Pretis spiacque a molti. Anche alla Serao che, per difendere la sua città, volle descriverla senza bellurie. Napoli era malata di abbandono e di ingiustizie, occorreva ricostruirla conoscendola e amandola, non condannandola con cinismo allo sventramento. Questo il succo di una serie di reportages che Matildella (così la chiamavano allora gli amici) condusse da vera cronista, con occhio non appannato dalle  lacrime e mano sapiente. «Uno studio di verità e di dolore» definì il suo lavoro che, pur redatto con l’urgenza del materiale giornalistico, risultò organico e conserva tuttora il suo valore. C’è in quei reportages – che nell’84 furono raccolti in un volume dal titolo Il ventre di Napoli – la  classificazione dell’umanità che in quei quartieri sfatti faticava e moriva. Non acquarelli di maniera, ma dati, fatti, osservazioni minuziose. Matilde descrisse in quali tane vivessero molti napoletani, cosa mangiassero, per quali paghe si arrabattassero. Parlò della piaga dell’usura, delle  speculazioni di certi padroni di casa più miserabili dei propri inquilini, dei mille mestieri improvvisati nell’economia del vicolo. Ne risultò un testo asciutto e violento. Napoli, d’altra parte, è la città-destino di cui Matilde è condannata a segnare con la vita e l’opera splendori e miserie: tutto congiura a risospingerla verso i drammi (e le sceneggiate) della capitale decaduta.

Anche l’incontro con Edoardo Scarfoglio è inscritto in questo disegno misterioso. Il giovane (ha tre anni in meno di Matildella) è colto, brillante, con l’impronta del polemista nato. Di sangue calabro-abruzzese, di buona famiglia, è finito nel giornalismo per caso, anche per via delle frequentazioni con altri abruzzesi di ingegno, D’Annunzio e Michetti. Anche lui è destinato a finire a Napoli. Inizialmente fra i due non corre

buon sangue. Scarfoglio dedica una stroncatura ai primi romanzi della Serao «questa femmina che voleva ad ogni costo invadere le più sicure e le più dilette conquiste mascoline» e nel giro degli amici comuni non perde occasione per affermare che «Matilde non sa scrivere». È inorridito per certe pesantezze sintattiche della collega, per le ridondanze e i francesismi.

Come mai Matildella, che bella non era, e Edoardo, così dannunziano ed esteticamente esigente, finirono con lo sposarsi? Insondabili disegni del destino. È stato osservato che questa unione, così singolare e conclusa dal fallimento, si è rivelata particolarmente feconda: quattro figli e tre giornali, che non è poco. I due si conobbero al Capitan Fracassa e decisero di  sposarsi dopo essersi trovati sullo stesso servizio a Torino.

Le nozze furono celebrate il 28 ottobre del 1885, quando la sposa era già incinta; l’elegante cronaca dell’avvenimento fu scritta da Gabriele d’Annunzio. Matildella, almeno i primi tempi, appare incantata dal marito. Ne teme i giudizi, cerca di seguirne i consigli, lo vezzeggia chiamandolo  «’o guappo mio». Il matrimonio, comunque, funziona benissimo sul piano del lavoro. In quello stesso 1885 Scarfoglio inventa il Corriere di Roma, di cui è anche editore. È un giornale ambizioso, vorrebbe essere ricco di servizi dall’interno e all’estero, prezioso per qualità e quantità di  ollaboratori, ma ci sono seri problemi economici. Pagare tutti quelli che vi lavorano si rivela fin dall’inizio impresa ardua. Scarfoglio, direttore, è Tartarin, polemista di razza; donna Matilde ha di fatto l’incarico di  condirettore, firma Gibus, la sua fortunata rubrica Api mosconi e vespe in  cui mescola levità mondane, costume, letteratura, varia umanità. Lavora senza tregua, si occupa di tutto, scrive fondi e corsivi. Scrive anche lettere ai politici con le quali cerca di ottenere qualche sovvenzione: ha anche l’incarico di trovare denari infatti, appianare grane coi tipografi e coi redattori, rabbonire i fornitori di carta e i proprietari di certi caffè presso i quali i giornalisti non pagati hanno conti lunghissimi. E non basta. Quando smette il Gibus, Matilde scrive ricordi e romanzi.

L’avventura editoriale di Scarfoglio finirebbe in una clamorosa bancarotta se all’improvviso non entrasse in scena un finanziere ebreo, Matteo Schilizzi, che paga tutti i debiti ed assume la coppia avventurosa con l’incarico di rifare a Napoli lo stesso giornale. Nell’88 nell’ex capitale rinasce a nuova vita così il Corriere di Napoli. C’è un po’ di tranquillità, finalmente, soldi sufficienti per una vita brillante, una città amata da conquistare e interpretare. Matildella diventa definitivamente Donna Matilde, una signora che conta in una città vivace, forse troppo, ma inesorabilmente avviata al declino.

La Serao ha una caratteristica singolare: riesce a interpretare, a sentire tutta la città. È un’intellettuale quotata, frequenta e stimola uomini di lettere e di teatro; pur nella figura un po’ tozza è una signora cui le noterelle di vita mondana conferiscono un’innegabile autorità nell’ambiente degli  aristocratici e dei ricchi; ma ha anche una sensibilità popolaresca che le fa avvertire i bisogni e gli umori del popolino napoletano. Dilaga, come  sempre. Scrive senza requie, romanzi, racconti, note, articoli. La sua casa è alla Riviera di Chiaia. Ogni tanto sul suo balcone viene issato il tricolore, anche nei giorni in cui non cade nessuna festa nazionale. Sulle prime la  cosa incuriosisce passanti e casigliani poi si scopre che con quella  patriottica ostentazione la scrittrice vuole comunicare al volgo di avere completato un altro libro. Quanti alzabandiera! In quel periodo esce  comunque una delle sue cose migliori: «Il paese di cuccagna», una descrizione calda e vivace della febbre del Lotto. È un modo nuovo e vero di raccontare Napoli, svelando come la passione di quel gioco coinvolga tutti i ceti della città, dagli aristocratici all’ultimo facchino, dai ladri ai  parroci. Le miserie e le astuzie del gioco piccolo e del gioco grande vengono minuziosamente descritte e sotto l’occhio del lettore viene srotolato il filo dell’economia sotterranea che fa confluire le risorse di un popolo stremato su un sogno grande e miserabile che si rinnova di  settimana in settimana.

Quando vuole, Donna Matilde è bravissima: i suoi interni napoletani con sardine e usurai, camorristi e marchesi decaduti, sono incredibilmente veri e vitali. Di fronte a certe pagine riuscite alla scrittrice si possono perdonare anche le numerose fasullaggini, le sue velleità e vanità mondane.

 Nel 1892 finisce l’idillio tra Scarfoglio e il finanziere Schilizzi. Don Eduardo allora fonda Il Mattino, sempre con quella faticatrice di Matilde al fianco. Il matrimonio però non va bene. Scarfoglio non è un marito fedele, la consorte non pare abbia la tempra di Penelope. La Napoli pettegola segue con attenzione le vicissitudini della coppia. Proprio mentre nasce Il Mattino, Edoardo conosce un’autentica sciantosa francese, Gabrielle Bessard. Inizialmente una scappatella senza importanza, poi l’affare si ingarbuglia. Matilde sbraita, Edoardo tentenna e non riesce a troncare la relazione, anche perché la bella Gabrielle non intende sgombrare il campo. La storia si trascina per quasi due anni, fino a quando la povera Gabrielle va ad uccidersi proprio sulla porta di casa della Serao. La sceneggiata del bell’Edoardo dannunziano finisce in una tragedia vera.

La città chiacchiera e piange per giorni e giorni. Il matrimonio  normalmente sopravviverà a questa scossa, ma qualcosa si è irrimediabilmente rotto nell’equilibrio della coppia. All’appuntamento dei quarant’anni la scrittrice arriva come un’ingombrante matrona decisa a comportarsi da ragazzina. Nel 1899 compie finalmente il viaggio a Parigi lungamente sognato. Nella capitale francese si dà da fare per conoscere  tutti gli scrittori che contano. È grassa, vistosamente abbigliata, rumorosa, eccessiva. Si racconta che Anatole France, sentendola ridere, esclamasse: «Signora, non ho mai udito ridere Balzac, ma certamente doveva ridere come lei». Eppure piace, ha qualcosa che affascina, un’intima energia che attira la simpatia e l’ammirazione di chi la conosce. Dei trionfi parigini  Napoli fu minutamente informata dal giornale di Scarfoglio che in quell’occasione non brillò per misura e buon gusto. Un foglio satirico napoletano fece il controcanto ironizzando pesantemente con articoli e caricature sulla grassa e fluviale scrittrice. La città chiacchiera non solo per le storie di corna. Scarfoglio fa vita troppo brillante, tiene uno yacht col quale fa crociere grandi e piccole per lavori o per intermezzi galanti: chi paga? La vita politico-amministrativa di Napoli è un groviglio di interessi non sempre puliti. Non è difficile collegare quegli interessi alle fortune di un direttore di giornale spendaccione e chiacchierato. L’inchiesta Saredo del 1901 rivela o crede di rivelare un legame diretto tra gli intrallazzi e l’atteggiamento della stampa. Scarfoglio – che riuscirà a difendersi  brillantemente – viene accusato di avere prestato mediazioni non  disinteressate fra appaltatori ed enti pubblici; a Donna Matilde viene contestato un piccolo, squallido cabotaggio di raccomandazioni retribuite. Miserie, piccole cose: avrebbe sollecitato prestiti per il giornale  promettendo in cambio appoggi per assunzioni in posti di scarsa rilevanza. Per la Serao è lo scotto da pagare alla gestione scarfogliesca del giornale e alla durezza di una lotta politica che non tralascia nessuna arma.

Nel 1903 Edoardo e Matilde si separano. La scrittrice va a vivere con l’avvocato Giuseppe Natale, al quale si era legata prima ancora che il matrimonio naufragasse anche formalmente. Nel 1904 nasce Il Giorno. Direttore l’avvocato Natale, ma è soltanto una formalità: padrona e patrona è Donna Matilde, che in redazione e fuori tutti quanti ormai chiamano «’a signora». È lei che tiene su la baracca tra difficoltà di ogni genere. La sua ambizione è quella di contrastare il successo del Mattino di Scarfoglio, ma la lotta è impari. I figli più grandi della signora vivono col padre e cominciano a lavorare con lui in redazione. Pare che siano proprio loro a «sfottere» mammà ironizzando sulla povertà del suo giornale.

Donna Matilde fa stampare lo slogan «Chi legge Il Giorno sa tutto». E i figli rispondono: «Sì, ma il giorno dopo». Il Mattino è padrone del  mercato, ormai dispone di buoni mezzi, Scarfoglio ha panfili sempre più grandi e lussuosi. Donna Matilde ammette: «Friggiamo con l’acqua», di olio finanziario per insaporire la sua pietanza non ne ha. Anche in politica si schiera immediatamente su posizioni opposte a quelle dell’ex marito. È un singolare duello tra il polemista e direttore navigato e la scrittrice che si ostina a vergare articoli di fondo grondanti buoni sentimenti. Edoardo e Matilde continueranno a vigilare, separati e nemici, sulla decadenza di Napoli; il primo trasferisce le frustrazioni della capitale decaduta in una  visione politica nazionalista, guerrigliera, coloniale; la scrittrice sogna un mondo fine, elegante, tutto l’opposto di quello in cui è costretta a vivere e faticare. Il duello finisce nel 1917, quando muore Scarfoglio. I figli  piloteranno poi il giornale fino all’appoggio al fascismo. «’A signora» invece terrà duro fin dopo il delitto Matteotti. Cederà non per paura, ma per vanità, quando Mussolini solleciterà un colloquio dal quale uscirà affascinata. Diventa mussoliniana senza calcoli, dopo che la sua  opposizione al regime ha contribuito a farle perdere la corsa al Nobel. Nel 1926 infatti gli svedesi si erano decisi a premiare uno scrittore italiano, ma alla fine si erano orientati per la Deledda. Donna Matilde morì nel luglio del ’27, per una crisi cardiaca mentre stava vergando un articolo su un foglio di carta quadrettata.

Questo articolo è stato pubblicato su “Il giornale” nell’agosto del 1987 in una serie dedicata ai ritratti delle donne più influenti fra 800 e 900.

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