Da alcuni anni Antonio Napoli, manager con un passato da dirigente del Pci-Pds e assessore al Comune di Napoli, tiene una rubrica sul Corriere del Mezzogiorno. Si intitola “Milano – Napoli” ed è una sorta di “diario a partita doppia” tenuto con una qualità di pensiero e di scrittura che sfiora l’elzeviro. Napoli vive e lavora a Milano, ragione per cui gli spunti di riflessione di solito sono raccolti nel capoluogo lombardo. Ma come capita a tantissimi napoletani “esodati” – per necessità o per scelta, quasi sempre con pieno successo –egli continua a mantenere vivo il dialogo interiore (e pubblico, tramite il Corriere del Mezzogiorno) con la città d’origine: irrazionale, inqualificabile, irriducibile alla logica e al buon senso. La faccia in “ombra” del civismo meneghino, e cioè italiano-europeo a tutto tondo.

DIALETTICA INEDITA

Si dipanano così i fili di una dialettica inedita: da una parte Milano vicina all’Europa, dall’altra Napoli vicina all’Africa. Vivo da anni a Milano – ha dichiarato Napoli in una precedente intervista per il Sudonline -, città che ha fatto dell’orgoglio cittadino la sua forza, cresciuta nel mito della sua operosità, di nuovo diventata, per questa via, la capitale “morale” del Paese. E Napoli invece? Napoli è divisa. E’ la città di tutti contro tutti. La sinistra è frantumata, così la destra, così gli imprenditori, così la cultura, così i professionisti. Ci sono categorie – come i medici – organizzati per gruppi in lotta gli uni contro gli altri, meglio dei partiti…”.

Nell’ultima delle sue note, l’ex assessore di Bassolino ritorna (quasi come un lapsus) il tema dell’organico disallineamento tra politica e istanze della società, meridionale prima e ultimamente anche italiana. Un lapsus che è anche un “lapsud”: la madre di tutte le sviste freudiane aventi per argomento il Mezzogiorno.

CIVICNESS SMARRITA

E’ un tributo a Robert Putnam, il politologo americano che studiò la tradizione civica delle regioni italianee vide nel Sud il luogo topico in cui il senso di comunità prevale su ogni altra formalizzazione, trascinando nel gorgo indistinto la politica deprivata di ogni intima connessione con il civismo dei costumi. A che cosa va attribuito il trauma di “un paese provvisto di due facce ben distinte”? Antonio Napoli se lo chiede nell’articolo del 3 luglio scorso, intitolato “Una nuova comunità contro l’indifferenza”. Dove si legge:

E’ giunto il momento di interrogarsi su quale passaggio della nostra storia unitaria dobbiamo tornare a considerare per capire meglio non solo la crisi di identità in cui versiamo, “ma anche l’assenza di una coscienza pubblica e nazionale, la carenza di una cultura dello Stato, la delusione per il sogno europeo…”.

LE DUE MISURE

Torna alla mente il referendum sull’autonomia del “Lombardo Veneto” dello scorso anno, che segue un lungo percorso di accreditamento della Macroregione europea costituita dalle regioni dell’intero arco alpino, salutato da unanime consenso. E, di contro, la decisione del ConSiglio regionale pugliese di ricordare ogni 13 febbraio l’uccisione di civili da parte dell’esercito italiano negli anni della repressione del brigantaggio, cheraccolseviceversa la reprimenda di proporzioni inverse. Perché ogni sguardo al passato del Mezzogiorno viene rubricato, tra fulmini e saette, come “rigurgito filoborbonico”? Perché ogni trabocco “austro-ungarico” viene al contrario metabolizzato come legittima istanza autonomistica foriera di belle speranze?

La nascita della nazione italiana è stata preceduta e seguita per un decennio almeno dalla profonda rescissione delle radici del Mezzogiorno, escavazione che ridotto così a poco più di una devitalizzata espressione geografica. La rottura risale a quel tempo in cui una sorda guerra civile fu tradotta in lotta al brigantaggio e dissimulata dal negazionismo che ha spezzato i fili della memoria. Estirpata del proprio patrimonio di valori identitari, la gente del Sud è rimasta così priva della possibilità di sentirsi “popolo”.

Ma il rimosso ritorna sempre, anche seconfinato in un guscio di noce. Napoli è il luogo di riemersione dalle porte laterali della musica, della cucina, della vista (dei panorami e dei monumenti, o semplicemente del mare che la bagna). E con la voce, ossia con un dialetto sollevato al rango di lingua, estremo retaggio identitario.Questa legittima “esigenza di pienezza”, che viene invece sottostimata e svilita (anzitutto da intellettuali meridionali, i primi a teorizzare l’insignificanza della meridionalità), è causa della poderosa “mancanza di senso” a cui i meridionali devono sopravvivere, la causa prima del “ritardo di sviluppo” del Mezzogiorno. Aver privato il Sud di una sua “vocazione” – che è poi la ragione per cui vivere –  di una propria “biografia soddisfacente”, di una “immagine coerente della sua esistenza”, ne fa un luogo che sopravvive a qualunque plausibile idea del suo ruolo nel mondo di oggi e di domani. Ecco perché non c’è ogni vagito di movimento meridionale (a cominciare dal partito dei sindaci degli anni Novanta, che si fermò a Eboli) che non sia stroncato sul nascere.

Senza la trama di fondo della sua storia, nel vuoto pneumatico di una identità piena e autonoma, cosa resta del Sud? Risorse e incentivi non possono nulla (anzi fanno gran danno) senza il recupero dei simboli che rimettano in corso la “corrente spirituale del Sud”, i suoi miti fondativi, i suoi legittimi valori, il solo terreno su cui può gettare radici una politica degna del nome e una classe dirigente all’altezza della situazione.

https://www.ilsudonline.it/che-sud-che-fa-parla-antonio-napoli-se-napoli-fosse-come-milano/