i ministri degli esteri europei

di Antonio Troise

Ormai la spaccatura è sempre più evidente. Da una parte la Germania e un gruppetto di euro tecnocrati aggrappati al verbo della stabilità e del rigore. Dall’altra un gruppo sempre più numeroso di paesi che predicano crescita e sviluppo. Al centro della contesa quei parametri nati nella piccola città olandese di Maastricht insieme con la moneta unica e che si stanno trasformando, giorno dopo giorno, in una camicia di forza sempre più opprimente. Per questo, la sfida lanciata ieri dalla Francia contro il tetto del 3%, rappresenta una svolta che Bruxelles e la Bce farebbero bene a non sottovalutare liquidando la questione con una secca bocciatura e ribadendo che i patti vanno rispettati.

La recessione, che ha già bruciato milioni di posti di lavoro e si è trasformata nel mostro della deflazione, non può essere affrontata con armi convenzionali e, soprattutto, con regole create in un contesto economico completamente diverso e centrato su una lunga stagione di crescita. Ora che il problema riguarda gran parte del vecchio continente, compresi i paesi tradizionalmente più forti, (Germania compresa) nessuno può arrogarsi il diritto di essere il primo della classe o di dare lezioni agli altri. da questo punto di vista la crisi ha operato come una grande livellatrice di differenze. Certo le situazioni di partenza sono diverse. L’alto debito pubblico dell’Italia ha ormai raggiunto livelli vicino all’insostenibilità. Non a caso, Roma, si è limitata a chiedere l’allungamento di un anno del pareggio strutturale di bilancio confermando il rispetto del tetto del 3 per cento. La Francia, pur avendo un debito più basso ha un deficit che viaggia ad una velocità doppia rispetto ai parametri della moneta unica. Spagna e Portogallo sono invece nelle mani della Troika (Fmi-Bce-Ue) che ha già avviato pesanti misure di riduzione della spesa pubblica. In Germania la macchina dell’economia si è praticamente inceppata e la crescita ha registrato una brusca battuta di arresto.

Per questo è sbagliato insistere, come fa la Merkel, accompagnata dagli euro burocrati di Bruxelles sui cosiddetti compiti a casa. La questione, ormai, non è solo quella di stringere la cinghia ma di trovare le ricette giuste per tornare a crescere e ridurre, per questa via, il deficit. Il che significa riformare i sistemi economici non con sono con l’obiettivo della stabilità dei conti ma anche con quello della crescita economica. Forse sarebbe opportuno che qualcuno ricordasse alla Merkel che il patto sottoscritto a Maastricht si chiamava, appunto, di stabilità e di crescita.