Di Elena Pierotti

Troviamo in rete una genealogia dettagliata e esaustiva della nobile famiglia Pacca, beneventana.[1]  A questa mi riallaccio per descrivere alcune vicende poco note dell’illustre Casato: “Le radici dell’antica e nobile famiglia Pacca si perdono nella notte dei tempi, di certo già nel XIII secolo era presente in Campania, a Napoli nel 1390 viveva Ionnellus Paca, familiare del re Ladislao I d’Angiò – Durazzo, avo di Cola Aniello Pacca, nato a Napoli l’8.11.1534, figlio di Bartolomeo e Beatrice de’ Medici, dottore in medicina ed in arti, tenne la cattedra in metafisica ordinaria sino al 1586. Ad Amalfi, Giovanni Pacca fu professore di diritto civile nel 1269; Marino di Conca, credenziere del fondaco di Amalfi nel 1279; Andrea, Miles e familiare di re Roberto d’Angiò nel 1337. I Pacca di Amalfi si trasferirono a Benevento. Ai tempi degli angiomi i Pacca erano molto benvoluti da re Ladislao di Durazzo; nel 1394 al sovrano, durante il suo soggiorno a Capua, gli fu offerto dai suoi nemici del vino con veleno, che fu dal Re diviso tra i suoi commensali. Ladislao, curato dai suoi medici, dopo atroci sofferenze, si salvò; tra i commensali vi era Cola Pacca, che avendo bevuto lo stesso veleno morì dopo strazianti tormenti. Ladislao, per dimostrare la stima che aveva per tale famiglia, donò a Giovanniello Pacca, fratello di Cola, il feudo di Cerritiello, posto ai confini con Benevento, facente parte della baronia di Castelpoto, in Principato Ultra. Cerritiello passò a Giovanni Pacca, figlio di Giovanniello, fino ad arrivare a Bartolomeo Pacca, marchese di amatrice, e poi al figlio Orazio, marito della marchesa Cristina Malaspina.

Andrea Pacca dal 1427 fu familiare della regina Giovanna Iidi Durazzo. Giovanni, professore di diritto civile, fu nel 1486 ambasciatore presso il Pontefice Innocenzo VIII, al secolo Giovanni Battista Malaspina, per la città di Benevento.

Nel 1566 Baldassarre, Bartolomeo e Ladislao Pacca erano aggregati alla nobiltà della Piazza di Benevento, insieme alle famiglie Monforte dei conti di Bisceglie, Pedicini marchesi di Luogosano, ed altre.

La terra di Matrice nella provincia del contado di Molise, in diocesi di Benevento, nel 1705 fu venduta dalla famiglia ducale di Termoli alla famiglia Pacca che nel 1721 ebbe su detto feudo il titolo di Marchese. Questa famiglia rimase nel paese fino all’estinzione della feudalità, l’ultimo esponente fu il marchese Giuseppe Pacca ( 1756-1844) che fu famoso in quanto Segretario di Pio VII […].

Nello specifico i miei studi si legano al personaggio che segue: “Bartolomeo ( Benevento 1756-Roma 1844), figlio di Orazio Pacca, marchese di Matrice, e di Cristina Malaspina, fu creato cardinale di S. R. Chiesa nel 1801 dal Pontefice Pio VII, fu vescovo di Velletri dal 1830; nel 1820 emanò importante provvedimento per lo Stato Pontificio “l’Editto Pacca”, la prima legge organica in mater:a di tutela del patrimonio culturale, tra i punti salienti; l’appartenenza allo Stato del sottosuolo archeologico; il divieto di esportare beni culturali senza il permesso del cardinale Camerlengo, la schedatura dei beni culturali esistenti nello Stato, con l’obbligo di comunicazione. Bartolomeo ( Benevento 1817-Grottaferrata 1880), figlio di Orazio Pacca e di Giulia Caracciolo di Sant’ Eramo, pronipote del vescovo di Velletri, fu assunto alla sacra porpora da Pio IX il 15 marzo 1875.

Bartolomeo Pacca, marchese di Matrice, patrizio di Benevento, nobile di Corneto, Velletri e Viterbo, (Benevento 1843-1903. Figlio di Giuseppe ( 1812-1869) e di Camilla Mastrilli dei duchi di Gallo ( Napoli 1816-Benevento 1900), fu cavaliere d’onore e devozione del S.M.O. di Malta; sposò nel 1868 Laura Sanseverino (1849-1913), figlia di luigi, patrizio napoletano e principe di Bisignano, e di Giulia Imperiali dei principi  di Francavilla”.[2] [3] [4] [5] 

Ho conosciuto il Cardinale Bartolomeo Pacca ( 1756-1844) grazie al protagonista della mia tesi di laurea, padre Gioacchino Prosperi. L’aristocratico Prosperi, religioso lucchese vissuto dal 1795 al 1873, nella sua pubblicazione più conosciuta, La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola, edita a Bastia in Corsica proprio nel 1844, l’anno del decesso del marchese Pacca, cita le Memorie del celebre Cardinale e Statista Vaticano. Analizziamo brevemente il percorso del religioso beneventano. Compì i suoi studi in Napoli presso il Collegio gesuita dei Nobili e dopo l’espulsione della Compagnia dal Regno, al collegio Clementino in Roma, retto dai padri Somaschi, nella cui colonia d’Arcadia fu ascritto nel 1773 con il nome di Abretano Perizio.[6] In quegli anni al Clementino romano troviamo anche Marzio Mastrilli, Marchese del Gallo.

Avviato dunque alla carriera diplomatica, dopo essere divenuto Nunzio Apostolico in Germania, allo scoppio della Rivoluzione,  Bartolomeo Pacca fu promosso e spostato in Portogallo dove l’ufficialità vuole che il Nunzio denunciasse le posizioni gianseniste che a Coimbra e in molte parti del Portogallo si andavano diffondendo. Fu nominato Cardinale dal pontefice Pio VII, ricevette la berretta cardinalizia dal nipote Tiberio, che lo assisteva nella nunziatura. Giunto a Roma entrò in diverse congregazioni.

Quali le sue posizioni politiche? Nelle sue memorie, che padre Prosperi cita nelle sue “lettere missionarie” dalla Corsica, troviamo le preoccupazioni per gli sviluppi del protestantesimo, del giansenismo, delle “sette massoniche” e della filosofia dei Lumi, in quanto responsabili della Rivoluzione e relativa Crisi della Chiesa; non fu favorevole ad una chiesa unitaria ma per una mediazione con i singoli sovrani, inclusi sovrani protestanti. Ricevette poi la nomina nel 1808 di Segretario di Stato e, oppostosi alla politica napoleonica, finì  prigioniero a Fenestelle. “L’isolamento non gli impedì tuttavia di dettare le sue memorie al nipote Tiberio. Raggiunse una volta liberato il papa a Fontainbleau dove erano presenti tutti i cardinali che avevano rifiutato di assistere alle nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria. Napoleone adesso lo accolse benevolmente. Dopo le vicende napoleoniche il cardinale Bartolomeo pacca divenne “inviso” al segretario di Stato. Ecco perché padre Giacchino Prosperi cita le sue Memorie!

Il delegato Apostolico Agostino Rivarola aveva improntato la restaurazione del governo pontificio all’abolizione della legislazione napoleonica, al ripristino delle istituzioni di antico regime e a un atteggiamento severo nei confronti di quanti, soprattutto ecclesiastici, si fossero compromessi con i francesi. Pacca fece delle correzioni asserendo che si era adoperato per arginare “lo zelo quasi vandalico di alcuni, che  senza distinguer nelle cose fatte dal governo Francese il buono dal cattivo, avrebbero voluto tutto abolito e tolto[7], ma il fittissimo carteggio con Consalvi, che seguiva i lavori del Congresso di Vienna, e testimonia l’irritazione del Segretario di Stato per provvedimenti che riteneva intempestivi perché destavano malumore nelle Corti europee e rischiavano con l’atteggiamento intransigente assunto da Roma  di compromettere gli sforzi per la restituzione al papa delle Legazioni e delle Marche”.[8] Insomma se Pacca fu “codino”, Pacca fu sostanzialmente irresoluto verso Re Gioacchino Murat e di questo fu accusato. Considerato comunque uno zelante, nel 1820 subì un contraccolpo per le vicende del nipote Tiberio. Questi era divenuto governatore di Roma e direttore generale di polizia, fu sospettato di malversazioni e fuggì dalla città. Finì a Parigi. Il cardinale Pacca dovette rivolgere le sue attenzioni familiari verso il pronipote Bartolomeo, che diverrà anch’egli Cardinale.

Perché dunque padre Prosperi, che è un prete rivoluzionario, immediatamente dopo la morte del cardinale, cita le sue memorie?

Farei alcune premesse. Benevento come realtà geografica non fu immediatamente messa a ferro e fuoco dalle truppe di Napoleone Bonaparte. Finché ci fu suo fratello Giuseppe sul Regno di Napoli, Benevento mantenne la sua indipendenza. Solo con l’avvento di Murat questa venne meno. Napoleone e la sua famiglia dovevano conoscere bene Bartolomeo Pacca, che di madre faceva Malaspina. Nel cinquecento la famiglia Bonaparte, allora dimorante a Sarzana, si imparentò con i Malaspina. Vista la data di nascita, e la frequentazione del collegio Clementino romano, Bartolomeo Pacca dovette conoscere a sua volta quel marchese del Gallo, alias Marzio Mastrilli, che nel medesimo periodo studiò nel collegio Clementino romano. I Mastrilli ebbero rapporti di parentela con i Pacca, come si può evincere dalla genealogia presentata. Se il marchese del Gallo ebbe serrati legami con la dinastia dei Borbone Parma, presumo che anche Bartolomeo Pacca conobbe la medesima realtà, peraltro per provenienza materna. Padre Prosperi, che lo cita nelle lettere, era stato come un figlio per Cesare d’Azeglio, il marchese piemontese padre di Prospero, Massimo e Roberto. Prospero fu padre gesuita e studente in Sant’Andrea al Quirinale, in Roma, con lo stesso padre Prosperi. Lì si conobbero e poi continuarono a frequentarsi a Torino. Con Cesare d’Azeglio Prosperi collaborò a lungo nelle Amicizie Cristiane, prima di lasciare l’Ordine gesuita. Ma i rapporti non si guastarono mai e quando il marchese morì a Genova nel 1830, padre Prosperi scrisse una commovente lettera su di lui. Il marchese d’Azeglio, come il Cardinale Pacca, era finito a Fenestrelle. Lì si erano sicuramente conosciuti questi due uomini così diversi ma anche con molti tratti in comune. Uno su tutti: uomini di antico regime votati però alla modernità. Era gioco forza che sia il marchese che Bartolomeo Pacca non amassero necessariamente il giansenismo, peraltro molto diffuso anche in ambienti a loro molto vicini. Alessandro Manzoni per esempio, che con padre Calandri, chierico Regolare somasco residente prima in Lugano e poi in Piemonte, era intimo. E Manzoni non disdegnò gli ambienti d’oltralpe ed il giansenismo. Il marchese d’Azeglio e Manzoni furono legati da vincolo di amicizia e in un secondo momento lo diverranno anche di parentela perché Massimo, figlio del marchese, divenne genero di Alessandro Manzoni. La volontà di questi cattolici liberali di guardare fuori d’Italia era ed è del tutto evidente. Se Tiberio Pacca, nipote del cardinale Bartolomeo, fu sicuramente un personaggio discusso, è altrettanto vero che il nipote del cardinale Bartolomeo non fu votato esclusivamente a modelli di antico regime. desideroso di girare lo sguardo oltre Roma, in Nella fuga egli finì a Parigi come padre Prosperi il quale, prima di venir espulso dal Piemonte, nel 1834, almeno in via ufficiale, fece nel 1833 un viaggio proprio in quella città, estasiato in Place Vendome come lui stesso confessa, di fronte all’obelisco napoleonico. Singolare questo per un religioso, ma già la sua “vocazione” bonapartista oltre che rosminiana era in corso.

Per comprendere questi personaggi basta giungere in Corsica alla fine degli anni trenta e quaranta del XIX secolo. Allora l’Isola bella era davvero ricca di fuoriusciti e conteneva tanta voglia di esserci e di dar voce a chi non l’aveva.

 Monsignor Pino, vicario di Corsica agli inizi del XIX secolo, visti i buoni rapporti con il religioso lucchese, nel periodo in cui padre Prosperi si trovava a vivere tra l’Italia e l’Isola Bella, voleva con ogni evidenza agevolare le richieste dei patrioti Isolani, prioritariamente all’epoca bonapartisti, pur essendo stato anche lui perseguitato dal Regime napoleonico ed essere finito, come Cesare D’Azeglio e Monsignor Pacca, a Fenestrelle. L’Ode funebre che padre Gioacchino Prosperi gli dedicò nel 1843, contenuta nella sua pubblicazione del 1844 dal titolo “La Corsica e i miei viaggi in quell’Isola”, priva di un qualsivoglia richiamo ai trascorsi antibonapartisti del Pino,  di un Pino che per dirla col biografo di padre Prosperi anche i sassi e i ciottoli di Bastia conoscevano vita, morte e miracoli,[9] la dice lunga su un possibile cambiamento di rotta della Chiesa Corsa in quel preciso periodo. Evidentemente sia Monsignor Pino che il Cardinale Bartolomeo Pacca, uomini del passato, seppero anche abbracciare il futuro loro, loro e del loro Paese. In che modo?

 Per dirla con padre Prosperi[10]  quando veniva accusato di Giansenismo dai membri delle testate giornalistiche di stampo gesuitico dell’epoca, ripeteva con vigore che Chiesa Corsa e la Chiesa Toscana ben sapevano in cosa davvero consistevano i suoi viaggi in Corsica e le sue predicazioni del tempo.

 Per avallare quanto sin qui prodotto ci viene incontro un ingegnere dell’esercivo Sabaudo:  Ermete Pierotti.  Nato a Pieve Fosciana, vicino Lucca, le sue vicende sono davvero particolari e meriterebbero da sole ampie riflessioni. Ho pubblicato un articolo in proposito e invito il lettore a leggerle in rete.[11]

Egli, per quanto un cattolico liberale, almeno per estrazione familiare, si scagliò contro il potere temporale dei papi. E su Monsignor Bartolomeo Pacca fu particolarmente esplicito.

 “ Cos’è questo Potere Temporale, cagione d’infinite sventure all’Italia? E’ una creazione divina o un’invenzione umana?[…]”. I toni sono accesi. Parliamo di un uomo di matrice cattolico-liberale, votato alla causa italiana, che in quel 1866 ancora attende l’annessione di Roma. Dunque auspica una collaborazione tra Stato laico e Chiesa, anche sul piano sociale: “Ispira al nostro governo l’istituzione di biblioteche popolari, scuole serali e domenicali per poveri, in ciascuna parrocchia, in ciascun comune e loro dipendenze”.[12] Una frase del suo scritto che ho esaminato mi ha particolarmente colpito, e si riferisce al Cardinale Bartolomeo Pacca, comunemente considerato uno dei prelati più intransigenti della Curia Romana. Frasi, quelle del Cardinale, messe da Pierotti in evidenza le quali, alla luce di documenti da me rinvenuti,[13]mi inducono a particolare riflessione: “Uno dei più energici difensori della Santa Sede, cioè il Segretario di Stato di Pio VI [che morirà nel 1844], il Cardinale Bartolomeo Pacca, il medesimo che nel 1807 redigente la bolla di scomunica contro Napoleone I, scriverà che i Papi, sbarazzati dal pesante impaccio del principato temporale, il quale li obbliga ben spesso a sacrificare una gran parte di tempo prezioso a degli affari mondani, potrebbero rivolgere tutti i loro pensieri al governo spirituale della Chiesa, permettendo di fatto la creazione di un Clero non tentato dai beni materiali”. [14]

Chi era dunque il Cardinale Bartolomeo Pacca? Perché il Ducato di Benevento fino a quando Regnò Giuseppe Bonaparte in Napoli mantenne una sua indipendenza? Quell’essere di madre Malaspina lo pose nella condizione di avere con realtà politiche anche nostrane, non ultima la limitrofa Lucca, limitrofa a Fosdinovo, Patria dei Malaspina, particolari rapporti anche sul piano religioso oltre che politico? Se è sepolto in Santa Maria in Compitelli col nipote cardinale, ed essendo Santa Maria in Compitelli di pertinenza dei Chierici Regolari lucchesi, la domanda sorge spontanea. Quali i suoi veri rapporti con la famiglia Bonaparte, visto che i Bonaparte stessi nel cinquecento si imparentarono con i Malaspina? Si obietterà che di acqua ne era passata sotto i ponti, ma nei rapporti familiari d’antico regime l’acqua non era mai abbastanza fluida.

Una lettera del generale Corso Pasquale Paoli, scritta proprio sul finire del XVIII secolo a padre Ghelsucci, Chierico regolare lucchese, e pubblicata dallo Storico piemontese Luigi Cibrario nel 1819 a Torino per l’editore Agliana, ben qualifica la situazione. Pasquale Paoli con padre Ghelsucci non affronta nella lettera questioni religiose ma parla di un generale Corso deceduto in quel periodo che padre Ghelsucci a ben vedere conosceva, quantomeno ne conosceva le gesta, definendo il Paoli il deceduto come ottima persona che avrebbe potuto dare lustro a quella causa Corsa del periodo abortita sul nascere. Dunque di rapporti politici tra Chiesa e realtà politiche in questo caso Rivoluzionarie, trattandosi di Pasquale Paoli, ce n’erano, anche quando poteva trattarsi semplicemente, e qui ipotizziamo, di questioni private, personali. Che forse in taluni casi sovrastavano la sfera pubblica, non siamo certamente in grado di dirlo, visto quanto la storiografia ha sin qui prodotto.  Ma sferapubblica e privata non potevano essere l’un contro l’atra armate.

E’ del tutto evidente che il Cardinale Bartolomeo Pacca andrebbe studiato partendo da osservazioni diverse da quanto sin qui gli storici hanno concretizzato. Così come la Sua Augusta famiglia.  Un invito alla riflessione.

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[1] www.nobili-napoletani.it

[2] Vedi Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Arnaldo forni editore

[3] Francesco Granata, 2Storia civile della fedelissima città di Capua”, Vol. III, Napoli 1756.

[4] Bartolomeo Pacca (pronipote di Francesco), “Notizie storiche intorno alla vita ed agli scritti di Monsignor Francesco Pacca Arcivescovo di Benevento2 Orvieto 1839.

[5] Serena Morelli, “Enciclopedia Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani”, Vol. 80, anno 2014.

[6] anche padre Gioacchino Prosperi è un Arcade: tra gli Arcadi di Roma Epidauro Alseideo.

[7] In Quacquarelli 1954, pp. 172 s, .

[8]  Da Enciclopedia Treccani, David Armando, dizionario Biografico degli italiani, volume 80 (2014).

[9] Luigi Venturini, Di Gioacchino Prosperi e del suo libro sulla Corsica, Milano, Tyrrenia edititrice, 1926.

[10] Vedi la mia tesi di laurea dal titolo “Padre Gioacchino Prosperi. Dalle Amicizie Cristiane ai Valori Rosminiani”. Università di Pisa, anno accademico 2009-2010.

[11] www.storico.org, Un ingegnere dell’Esercito Sabaudo: Ermete Pierotti.

[12]

[13] Luigi Venturini, cit.

[14] Il Poter Temporale al cospetto del Tribunale della Verità, Letture dedicate al popolo italiano dal dottor Ermete Pierotti, Firenze e Genova, Tipografia e Litografia Fratelli Pellas, 1866.