di Michele Eugenio Di Carlo

Il meridionalismo moderato liberale, ovvero quel modo di trattare le questioni sorte nel Mezzogiorno dopo l’Unità d’Italia mai in maniera realmente alternativa alle politiche governative della seconda metà dell’Ottocento, vede la luce nel 1875, quando Pasquale Villari scrive per il giornale di Torino l’«Opinione» le note «Lettere meridionali»[i].

Pasquale Villari, nato a Napoli nel 1826, allievo del Puoti e del De Sanctis, è stato docente di Storia all’Università di Pisa nel 1859 per poi proseguire la carriera universitaria a Firenze dal 1865 al 1913. Deputato alla Camera negli anni Settanta, senatore e poi ministro della Pubblica Istruzione nel biennio 1991-92. Il pensiero politico di Villari può essere ricondotto sinteticamente ad un conservatorismo volto alle riforme in campo sociale con particolare attenzione alle condizioni socio-economiche delle popolazioni del Mezzogiorno. Un riformismo quindi liberale conservatore che, data l’evidente crisi della Destra a metà degli anni Settanta, tenta una possibile via per respingere le tesi clericali e socialiste che avanzano, e si fanno largo, in ampi strati della popolazione, in particolare del Mezzogiorno.

Pasquale Villari

È opinione del tutto consolidata che la «questione meridionale» sbocci con le «lettere meridionali» di Villari. Ed è lo storico contemporaneo Piero Bevilacqua a dare sostanza a questa tesi, spiegandola con una duplice motivazione: «La prima è che la “questione meridionale” non si intende propriamente la storia della società meridionale in età contemporanea, quanto la storia delle analisi, dei dibattiti, delle politiche relative ai problemi del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese. È la vicenda di una tradizione di pensiero, di culture, di forze politiche che, all’indomani dell’Unità d’Italia, posero al centro della riflessione il Sud come “questione”». Nella seconda, teorica ma non meno importante, Villari per primo vede la “questione meridionale” non come un problema regionale, ma come «il cuore stesso della fragilità della nazione Italia appena costruita»[ii], individuandone i limiti e gli errori di fondo.

Nel 1875 i tempi erano ormai maturi affinché le forze liberali conservatrici al potere cominciassero a riflettere, mediante una concreta analisi storico-politica, le proprie gravissime responsabilità in merito alle condizioni del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno, le cui problematiche erano state affrontate unicamente con gli strumenti della repressione violenta con la precisa volontà politica di conservare privilegi feudali di casta alla borghesia agraria, relegando nel limbo dei tempi passati le masse contadine e bracciantili condannate a uno stato di profonda degradazione umana e sociale, mantenendo costantemente in essere un regime autoritario, totalmente centralistico, fortemente censitario e elitario[1].

Già nel saggio pubblicato nel settembre del 1866 “Di chi la colpa? O sia la pace e la guerra”[iii], Villari un processo unitario avvenuto su base elitaria, privo di una vera coscienza nazionale e del consenso delle masse, oltre che in una condizione di totale dominio politico-militare del Piemonte; quello che più tardi Guido dorso definirà «conquista regia».

Francesco Barra evidenzia, tra le motivazioni che «indussero Villari ad approfondire le proprie riflessioni sulla natura e sui limiti, spirituali e civili prima ancora che materiali, della Nuova Italia postrisorgimentale», il doloroso tentativo della Comune di Parigi del 1871 da cui emergeva nettamente una questione sociale a livello europeo e i deludenti risultati elettorali del marzo 1874 che consegnavano il Mezzogiorno alla Sinistra, penalizzando la sua Destra[iv].

Secondo lo storico Romeo Villari, l’analisi critica perfezionata dal suo omonimo «investiva l’insieme dei rapporti tra il Mezzogiorno e lo Stato, la particolare funzione immobilistica che le istituzioni avevano assunto nel Mezzogiorno (dove avevano confermato, al di là della scossa rivoluzionaria antiborbonica, vecchi privilegi, un arretrato ordinamento sociale, costumi semifeudali)». Anche per Romeo Villari «era la prima, profonda “autocritica” del liberalismo risorgimentale», ripresa e messa a punto poi scientificamente nell’inchiesta sulle condizioni della Sicilia dei toscani Franchetti e Sonnino[v].

Villari legava, indissolubilmente e sostanzialmente, la questione sociale delle popolazioni rurali del Mezzogiorno a quella agraria e demaniale. Il contadino meridionale, il cui sangue era stato versato a fiumi durante la guerra civile definita impropriamente “brigantaggio”, non era stato mai degnato di attenzione, «di alcuno studio, né di alcun provvedimento che valesse direttamente a migliorarne le condizioni». La vendita dei beni ecclesiastici, requisiti dopo l’Unità, e dei beni demaniali, per lo più usurpati dai “galantuomini” della classe borghese al potere, era stata l’ennesima occasione persa per la costituzione di una piccola proprietà contadina che avrebbe dato respiro sociale e dignità all’oppresso mondo contadino, tanto che «quelle terre, in uno o in un altro modo, andarono e vanno rapidamente ad accrescere i vasti latifondi dei grandi proprietari». Villari concludeva amaramente che le condizioni da «schiavi della gleba» dei contadini non erano migliorate dopo l’Unità d’Italia, addebitando per primo la responsabilità ai governi liberali che avevano lasciato la classe dei proprietari terrieri «padroni assoluti di quella moltitudine». Una classe, quella della borghesia agraria, che era diventata la classe governante nel Mezzogiorno e i cui interessi erano stati tutelati a scapito delle popolazioni[vi].

Il pensiero sociale riformistico di Villari, nato in un ambito istituzionale e ideologico condiviso, quello del liberalismo conservatore sabaudo, se aprirà la strada a studi e inchieste di studiosi, economisti e sociologi, non avrà mai quel respiro politico forte per cambiare la triste realtà delle popolazioni meridionali e del Mezzogiorno più in generale.

Guido Dorso, qualche decennio dopo, coglierà con queste parole il vano tentativo dei riformisti conservatori liberali: «Invano Pasquale Villari, Franchetti, Sonnino e Fortunato sognano il sorgere di una nuova classe dirigente meridionale sul terreno dello Stato storico. La soluzione è assurda, perché il problema non è ancora nemmeno percepito dagli stessi interessati e la borghesia terriera ha inventato l’arma definitiva: il trasformismo»[vii].


 


[i] P. VILLARI, Lettere meridionali al direttore dell’Opinione: marzo 1975, Torino, Tipografia l’Opinione, 1875.

[ii] P. BEVILACQUA, La questione meridionale nell’analisi dei meridionalisti, in Lezioni sul meridionalismo, Sabino Cassese (a cura di), Bologna, Il Mulino, 2016, p. 15.

[iii] Ora in P. VILLARI, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, con introduzione di F. Barbagallo, Napoli, Guida, 1979.

[iv] F. BARRA, Pasquale Villari e il primo meridionalismo, in Lezioni sul meridionalismo (a cura di Sabino Cassese), Bologna, Il Mulino, 2016, p. 41.

[v] R. VILLARI (a cura di), Il Sud nella storia d’Italia, vol. 1°. Bari, Laterza § Figli, 1966, p. 107.

[vi] Cfr. P. VILLARI, Le lettere meridionali ed altri scritti sulla questione sociale in Italia, Firenze, Le Monnier, 1878.

[vii] G. DORSO, La classe dirigente dell’Italia meridionale, in Id., Dittatura, classe politica e classe dirigente, Laterza, Roma-Bari Collezione di Studi Meridionali, 1986, pp. 7-47, a pp. 26-28.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *